Unione Europea, Euro e mercato mondiale (Testo della maggioranza)

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Da "Lutte de Classe" n°24 (Unione Europea)
Dicembre 1996

Dopo il periodo 1994-1995, segnato da una serie di crisi finanziarie e monetarie, dalla minaccia di fallimento di parecchie grandi banche per causa di speculazioni immobiliari, da "svalutazioni competitive" che hanno sconvolto il commercio internazionale, l'anno 1996 è presentato come un'anno felice per l'economia internazionale.

Per quanto riguarda i profitti delle aziende, il 1996 è stato in modo incontestabile un'anno felice, nonostante il rischio di grave crisi finanziaria (ma per questo il periodo precedente era già stato buono). Lo è stato anche per i redditi e i capitali della grande borghesia, quelli che stanno ai primi posti dei grandi patrimoni essendo cresciuti in proporzioni notevoli, tanto in Francia quanto su scala internazionale. Dei capitali e fortune privati sono cresciuti del 20% e perfino del 30%, o addirittura raddoppiati grazie ai profitti dell'anno nonché alle anticipazioni sui profitti di domani che le quotazioni sempre più alte della Borsa esprimono.

L'evoluzione è già più contrastata per quanto riguarda la produzione. L'economia degli Stati Uniti, usciti anche essi da un periodo di recessione nel 1991, è da allora in crescita (senza raggiungere però i ritmi anteriori all'inizio della crisi). Il Giappone, che ha conosciuto il suo più lungo periodo di recessione sin dai tempi della guerra, solo adesso comincerebbe di uscirne. L'economia della maggior parte dei paesi europei rimane tuttavia stagnante, compresa quella della Germania che ha perfino conosciuto, all'inizio dell'anno, un periodo di regresso netto della produzione.

La drammatica disoccupazione continua a crescere in tutta Europa. Anche in Inghilterra, sebbene la borghesia abbia soppresso, in modo più brutale che in altri paesi dell'Europa occidentale, le regole che proteggevano un po' i lavoratori per quanto riguarda i salari minimi e la precarietà, la drastica diminuzione del costo della mano d'opera non ha incitato i padroni a creare nuovi posti di lavoro, e la disoccupazione è sempre altrettanto importante.

La relativa crescita economica negli Stati Uniti non ha per niente provocato un miglioramento della situazione delle massi popolari. Al contrario, si è fondata sul deterioramento di questa situazione.

Anche il recente articolo del giornale francese "Le Monde", intitolato però "l'occupazione americana in piena potenza", che glorificava nel suo sottotitolo "i 10,5 milioni di posti di lavoro... creati dal 1993", si sente nell'obbligo di precisare nell'articolo stesso che questi nuovi posti non sono stati creati nelle grandi aziende, la cui maggior parte continua di ridurre le maestranze (e neanche dallo Stato che sopprime posti). I posti creati sono in maggioranza lavori precari, in piccole imprese dall'esistenza pure precaria e verso le quali le grandi imprese si scaricano delle loro attività meno redditizie. Queste piccole aziende pagano meno, non danno le poche concessioni sociali che le grandi aziende accettano. Ne risulta una crescita globale della precarietà, della flessibilità, e una diminuzione dei salari reali.

La media dei salari da venti anni non è cresciuta, anche per quella frazione della classe operaia che ha conservato un lavoro stabile. Per le categorie che stanno ai minimi, i salari subiscono addirittura un calo, valutato al 30 % circa in venti anni.

Il numero totale degli Americani che vivono al di sotto della soglia di povertà è valutato da certi autori a 38 milioni di persone, che rappresentano il 14,2 % della popolazione (contro l'11,6 % della popolazione negli anni settanta). Fatto significativo, questa crescita della povertà risulta in gran parte dalla pauperizzazione di quelli che hanno però un lavoro ed un salario. Degli universitari americani, citati da "le Monde Diplomatique", stimano che il numero di quelli che, essendo pure salariati, vivono al di sotto della soglia di povertà, ha triplicato tra il 1969 ed il 1994, passando dal 8,4 % al 23,2 % dell'insieme dei salariati. Un altro articolo del "Monde" ritiene dal canto suo che "il 18 % dei salariati a tempo pieno stanno già al di sotto della soglia ufficiale di povertà. C'è gente che lavora e pure non può più pagarsi una dimora fissa, e dorme sotto i ponti". Questo giornalis ta conclude con lucidità "non è il caso anche a Bombay ?".

La diminuzione della parte dei salari nel reddito globale, la soppressione, progressiva o brutale, delle protezioni sociali contro la malattia, la vecchiaia, il deterioramento universale dei servizi pubblici evidenziano il fatto che i profitti della borghesia provengono, anche nei paesi più ricchi, non dalla crescita della produzione, bensì dall'aggravamento dello sfruttamento.

Il mantenimento di un periodo di crescita della produzione e degli investimenti abbastanza lungo negli Stati Uniti, alimenta da parecchi anni i discorsi sull'eventualità che la crescita americana finisca col tirare avanti l'insieme dell'economia mondiale, e tra l'altro le economie europee. Ma fino a questa parte, non è quello che succede.

L'imperialismo americano non raggiunge tali risultati, molto relativi, col tirare avanti l'economia mondiale ; lo fa al contrario a scapito dei suoi principali concorrenti.

L'amministrazione Clinton conduce una politica commerciale aggressiva verso l'estero. Mette in gioco tutto il peso dello Stato per ottenere contratti (armi, aerei, grandi impianti) per i trust degli Stati Uniti, contro i loro concorrenti degli imperialismi più deboli.

Le altre potenze imperialiste di seconda categoria non agiscono diversamente. Ma non possiedono la potenza economica, politica e perfino militare degli Stati Uniti. Questi si beffano aperta mente delle regole di libero scambio che essi raccomandano o impongono agli altri.

Gli Stati Uniti sono protezionistici quando l'interesse dei loro grandi gruppi capitalisti lo esige, ma quando gli stessi interessi lo richiedono, non si fanno scrupolo per levare gli ostacoli al rimpatrio, verso il mercato americano, di produzioni fatte tra l'altro nelle "maquilladoras" messicane.

Infine, la politica commerciale aggressiva verso l'estero, poggia da anni su un dollaro debole, che agevola le esportazioni e rende più care le importazioni.

Un certo numero di trust giapponesi, inglesi, tedeschi o francesi beneficiano certamente della relativa buona marcia dell'economia americana. Ma si tratta quasi solo dei più potenti, la cui capacità finanziaria è sufficiente per prendere il controllo di aziende sistemate direttamente sul mercato america no. Non per nulla, la maggior parte degli investimenti del grande capitale francese, oltre quelli diretti nei paesi europei vicini, vengono fatti negli Stati Uniti. Ma i capitali americani che vengono ad investirsi in Europa per riacquistare delle aziende inglesi, francesi, tedesche, ecc.. crescono da parecchi anni almeno allo stesso ritmo e, per di più partono da un livello più alto.

La continua crescita delle esportazioni di capitali, dagli anni ottanta in poi, non significa affatto un nuovo vigore economico. In effetti, gli spostamenti di capitali da un paese all'altro mirano ad un profitto speculativo a breve termine, o finanziano l'acquisto d'imprese già esistenti. La fiammata dei riacquisti, delle fusioni, delle Opa, selvagge o meno, che segnano la competizione tra grandi gruppi finanziari, produce un movimento continuo di concentramento di capitale.

La competizione tra i gruppi finanziari, sotto quest'aspetto, è nello stesso tempo agevolata e resa più aspra dalla quasi totale soppressione dei precedenti ostacoli alla libera circolazione dei capitali. Il campo di battaglia sul quale si affrontano le alcune centinaia di grandi gruppi finanziari che dominano l'economia mondiale, si allarga da parecchi decenni, e in particolare dall'ultimo. Questo per causa di diversi fattori : la liquidazione delle zone d'influenza privilegiata dalle vecchie potenze coloniali e poi, più recentemente, la pressione sui paesi poveri per l'abbandono dello statalismo, la politica di privatizzazioni negli stessi paesi imperialisti, e perfino l'apertura, anche limitata, ai capitali occidentali dei paesi che una volta erano nella sfera dell'URSS o della Cina.

Scottati da ciò che è stato chiamato "la crisi del debito" dei paesi poveri, all'inizio degli anni ottanta, i capitali privati si sono limitati per una decina d'anni, per lo più, ad investimenti all'interno del triangolo formato dagli Stati Uniti, affiancati dal Canada, dall'Europa occidentale e dal Giappone. Tuttavia, dall'inizio del decennio in corso, si è sviluppato un movimento di esportazioni di capitali, da una parte verso le più industrializzate tra le ex Democrazie popolari (soprattutto da parte e per il profitto della Germania), e d'altra parte verso parecchi paesi d'Asia (soprattutto da parte e per il profitto del Giappone e degli Stati Uniti).

Le cifre annunciate per dimostrare la rapidità della crescita dell'Indonesia, della Malesia, della Tailandia o della Cina, senza poi parlare di casi meno recenti come la Corea, o molto particolari come Taiwan, Hong Kong o Singapore, non devono tuttavia far dimenticare il punto di partenza molto basso di quei paesi, né il fatto che essi sono dei casi particolari tra i circa 150 paesi sottosviluppati del nostro mondo.

Significativamente, le cifre più impressionanti di crescita in certi paesi dell'Asia del Sud-Est o dell'America Latina, riguardano le attività e le capitalizzazioni borsistiche. E' un'indicazione del fatto che questi paesi attraggono molto più i capitali finanziari in cerca di investimenti speculativi che i capitali destinati ad investirsi nella produzione. Appena due anni fa, il Messico ha pagato con un krach brutale, il ritiro massiccio e brutale di capitali stranieri investiti in quel paese. E le sue classi povere l'hanno pagato tramite una politica di violente austerità.

L'imperialismo non sta sviluppando la parte sottosviluppata del mondo, e nemmeno i pochi paesi che "approfittano" dei capitali occidentali esportati, nello stesso modo che questi paesi non sono stati sviluppati nel periodo precedente, in cui i capitali gli erano "prestati".

L'insieme dei paesi poveri continua di impoverirsi rispetto ai paesi imperialisti. Questo impoverimento è catastrofico per la quasi totalità dell'Africa, una parte dell'America latina e dei Caraibi, e per gran parte del continente asiatico.

Sebbene quest'anno abbia visto una relativa stasi dopo le onde devastatrici della speculazione nel periodo precedente, il settore finanziario rimane ipertrofico rispetto al settore produttivo. La parte degli strumenti finanziari e la massa di capitali messi in moto continuano di crescere, principalmente per colpa della richiesta di prestiti da parte degli Stati. Questi ultimi sono sempre in cerca di denaro fresco per colmare il disavanzo aperto nel bilancio dagli aiuti al padronato e dal finanziamento degli interessi dei debiti anteriori.

L'inflazione, cioè l'emissione di moneta senza compenso, è stata a lungo il mezzo privilegiato dagli Stati per colmare il deficit del loro bilancio. Si potrebbe tornare di nuovo a questa situazione. Ma da parecchi anni, la maggior parte dei governi e delle banche centrali sono impegnati in una politica che mira a frenare l'inflazione.

Ovviamente, questa politica non è motivata dal desiderio di proteggere il potere d'acquisto delle classi povere contro l'erosione monetaria. Ma la svalutazione delle monete, secondo ritmi diversi nei vari paesi, costituisce un freno al commercio internazionale. Inoltre, lascia il campo libero alle "svalu tazioni competitive", queste manipolazioni monetarie classiche, con le quali gli Stati aiutano i loro capitalisti nel rendere provvisoriamente le loro merci più competitive sui mercati internazionali.

Il Sistema Monetario Europeo (SME) era già stato sistemato, a suo tempo, per stabilizzare i cambi tra le varie monete europee. Non aveva resistito però all'uragano speculativo del 92-93, quando la sterlina britannica e la lira italiana avevano ripreso la loro libertà.

Perciò, la necessità di una moneta unica si è imposta in modo progressivo alle borghesie dei paesi europei che hanno le economie più interdipendenti, tra cui in primo luogo la Germania e la Francia.

In realtà, il problema non è di oggi. Da un secolo, questa necessità si fa sentire. Ma, nel mondo intero, il sistema aureo, rispettato dalle potenze imperialiste, rappresen tava una moneta internazionale. Per di più, prima della Seconda Guerra mondiale, le potenze coloniali europee non volevano condividere i loro imperi con i rivali, tramite una moneta unica. Imponevano la loro propria moneta alle loro colonie e così tutto andava bene per loro.

Alla fine della Seconda Guerra mondiale, l'Europa divisa, rovinata, esangue, non poteva andare avanti senza l'aiuto americano, ed era sotto il regno del dollaro.

Ma, da allora, le cose sono cambiate, le colonie sono sparite, il mercato capitalista mondiale è stato liberato da questi intralci, il dollaro non è più garantito dall'oro e il suo valore fluttua. Le potenze imperialiste europee non vogliono più esserne dipendenti e potrebbero trovare il mezzo di liberarsene, se si unissero.

Detto questo, e nonostante non sia questa necessità di unirsi una cosa nuova, e benché le ragioni per unirsi siano cresciute rispetto alle ragioni per rimanere indipendenti, le cose non sono state semplici e non lo sono ancora.

Perché ci sia una possibilità di libera circola zione delle persone e delle merci, bisogna armonizzare le legislazioni nazionali, tanto sul piano dei regolamenti e delle legislazioni commerciali quanto sul piano sociale, almeno nello stesso modo in cui lo sono nei diversi Stati degli USA. Bisogna che tale prodotto, tale tecnica di fabbricazione, e perfino tale additivo alimentare autorizzato in uno Stato non sia vietato in un altro, il che sostituirebbe intralci amministrativi o giuridici alle barriere doganali abolite.

Per la libera circolazione delle persone, bisogna che ogni persona che gode dell'autorizzazione di vivere e lavorare in un paese, ritrovi quei diritti in tutti gli altri paesi. Ciò non è stato facile e non lo è ancora.

Perché ci sia una moneta unica dando una garanzia assoluta, ovviamente ci vorrebbe un'istituto di emissione unico. Su questo punto, nell'assenza di uno Stato federale europeo, le grandi potenze finora non si sono accordate. Tutt'al più sono state capaci di concordare un impegno a mantenere il loro disavanzo di bilancio entro limiti ridotti, per non essere tentati di ricorrere all'emissione di moneta in eccedenza.

Il problema importante è stato per loro quello di astenersi dal dare sovvenzioni alla propria industria, sia in modo diretto, sia in modo indiretto con le commesse privilegiate dello Stato e, per queste ultime, di accettare il gioco della concorrenza, tra l'altro con delle gare d'appalto su scala europea, il che non è ancora stato realizzato davvero.

Ci sono anche le difficoltà nella sfera agricola, in cui alle agricolture delle potenze più industrializzate d'Europa fanno concorrenza le agricolture degli altri imperiali smi europei, tra l'altro quelli in cui la produzione agricola è predominante.

Gli Stati più ricchi hanno dovuto sostituire i sussidi diretti alla propria agricoltura, ai trust agro-alimentari in primo luogo, con sussidi tramite i fondi europei costituiti a tale scopo.

Un problema maggiore per la Francia, ma soprattutto per l'Inghilterra, è il fatto che buona parte dell'agro- alimentare, e addirittura di altre produzioni, minerarie per esempio, che dipendono dalla loro economia, non sono localizzate sul territorio nazionale.

La Francia è collegata con territori delle zone caraibe e pacifiche (DOM-dipartimenti d'Oltremare, e TOM -territori d'Oltremare), e con paesi africani della zona franco (il franco CFA), con i quali ha delle relazioni privilegiate. L'Inghilterra è più o meno legata con i 51 paesi del Commonwealth che riconoscono nella regina d'Inghilterra la loro sovrana o dirigente. Gli altri paesi d'Europa - e in particolare la Germania - non vedono però per quale motivo dovrebbero pagare il rum, lo zucchero, le banane o qualunque altra cosa al di sopra del corso mondiale, per colpa dei legami ex coloniali della Francia o dell'Inghilterra.

Se gli interessi fondamentali, e soprattutto quelli futuri, del grande capitale industriale, commerciale e finanziario inglese propendono per l'Europa, i suoi interessi immediati sono più sfumati. Infatti, le imprese che sono direttamente legate al Commonwealth sono grandi società che hanno molto peso nell'economia inglese. Per di più, al livello del capitale finanziario, tutte sono embricate. Infine, la borghesia inglese è molto più legata al capitale finanziario degli USA che i suoi compari europei. Per questo, l'Inghilterra è la meno europea delle tre grandi potenze imperialiste del vecchio continente.

L'Europa, il mercato comune europeo e la moneta unica europea sono tuttavia diventati, a diversi livelli, delle necessità vitali per le principali potenze imperialiste dell'Europa, la Germania, l'Inghilterra e la Francia, così come per alcune altre tra cui il Portogallo, l'Olanda, la Spagna e l'Italia. Tutte hanno qualcosa da guadagnarci e da perderci. Le più deboli ci guadagneranno meno delle più forti e ci perderanno di più.

Per quanto riguarda gli altri paesi, tali la Grecia, i paesi dell'Europa dell'Est, la Turchia, non hanno vera altra scelta. O saranno respinti dal complesso europeo e lo scambio disuguale verrà imposto loro con tutto il suo rigore, o accetteranno di essere integrati al mercato europeo. Essi sopporteranno allora il cambio unico della moneta europea che sfuggirà completamente al loro controllo, poiché sarà tra le mani delle potenze più grandi. Ci perderanno buona parte della loro libertà politica ed economica, ma non saranno respinti al livello dei paesi sottosviluppati fuori dei confini del blocco europeo, per subire il giogo del capitale con tutto il rigore del mercato capitalista mondiale.

L'Europa unita e la moneta unica, innanzitutto sono il tallone di ferro del capitale delle più grandi potenze europee per costringere le più deboli.

Poi, tra le più grandi, si tratta di una pace armata, in cui solo la necessità riunisce questi avversari irreconci liabili. E' necessario per loro fronteggiare le aggressioni economiche estere sulla loro propria zona geografica. C'è anche la necessità di sottomettere sotto il loro giogo comune i più piccoli paesi d'Europa, invece di abbandonarsi tra di loro ad una concorrenza suicida, e la necessità di unirsi contro i loro concorrenti per partecipare allo sfruttamento dell'Africa, dell'Asia e dell'America latina.

Su scala mondiale, l'Europa e la moneta unica europea sono in effetti, di fronte agli USA ed anche al Giappone, una necessità imperialista. Già dall'inizio del secolo, nessun paese d'Europa, sia esso il più potente, non può più concorrere con gli USA. E nessun paese europeo può, oggigiorno, concorrere da solo con il Giappone.

Se gli imperialismi francese, inglese, tedesco, non si uniscono in un solo mercato interno, dalle dimensioni paragonabili al mercato interno del continente americano o alla sfera d'influenza giapponese in Asia, le leggi del mercato capitalista mondiale agiranno sempre più contro di loro.

I trust europei debbono allargare la loro produzione al livello di un mercato interno di parecchie centinaia di milioni di abitanti, pur se non tutti questi abitanti hanno un tenore di vita importante (è la stessa cosa per gli USA o per il Giappone).

Questo è necessario per poter fare concorrenza sul mercato mondiale alle aziende maggiori, con una produzione, una raziona lizzazione ed una produttività al di là di qualche decina di milioni di consumatori.

Occorre anche una moneta poggiata su delle ricchezze e forze produttive alla scala di un continente, per non subire i sobbalzi delle speculazioni selvagge e soprattutto perché questa moneta diventi una moneta mondiale basata su un volume sufficien te di produzione di beni e di merci.

Il dollaro è diventato, da decine d'anni, più di mezzo secolo, una moneta internazionale che sostituisce l'oro nelle casseforti degli istituti di emissione di tutti i paesi del mondo. Infatti, ciò ha consentito agli Stati Uniti di vivere per anni grazie all'esportazione del loro deficit e della loro inflazione.

Oggi, lo possono fare molto meno e sono costretti a ricorrere a degli prestiti rovinosi per finanziare le spese che lo Stato ha avviato a sostegno della loro economia

Gli Stati Uniti esportano però ancora la loro inflazione, e il mondo intero sopporta il dollaro.

Questo mette gli imperialismi europei in una situazione di dipendenza e la creazione di un mercato su scala dell'Europa, e di una moneta basata su quel mercato, è l'unico modo per loro di diventare indipendenti dal dollaro, e addirittura di esportare a loro volta la loro inflazione verso i più deboli.

Una crisi, in una regione dell'Europa o l'altra, non si tradurrebbe allora automaticamente in un disordine monetario e una catastrofe commerciale. Perché, a partire da una certa superficie, una moneta europea, come il dollaro, sarebbe basata su un economia potente le cui fluttuazioni nazionali o locali sarebbero compensate su scala del continente.

Ovviamente, il fatto di dover fare i conti con i loro vicini, che appunto sono pure i loro più stretti rivali, non piace molto neanche alle grandi potenze imperialiste d'Europa. Ma per un certo periodo storico, questa è l'unica possibilità per non ritrovarsi al livello di imperialismi di secondo o terzo ordine.

Per la Spagna o per il Portogallo, la scelta è ancora più drammatica che non lo è per la Germania, la Francia, l'Inghilterra o l'Italia.

Per dirla in un altro modo, l'Europa è una macchina da guerra contro gli USA o il Giappone. E' uno strumento della guerra economica per fare in modo che l'Africa, l'Asia o l'America latina continuino di essere le vittime delle rapacità imperialiste e per sostituire le guerre di spartizione del mondo, che hanno insanguinato la prima metà del secolo, con una guerra economica che insanguina solo i continenti poveri, sotto la forma di guerre civile, spontanee o provocate.

Ma, come ogni esercito, l'Europa deve essere gerarchizzata e non tollerare nel suo seno nessuna velleità d'indipendenza. Deve far camminare tutti i paesi allo stesso passo, a cominciare ovviamente dai più deboli.

I lavoratori rivoluzionari, i militanti comunisti rivoluzionari, non devono militare a favore di questa Europa imperialista, e neanche opporvisi, e certo non in nome dell'indipendenza nazionale. L'indipendenza nazionale non ha niente a che fare con tutto questo. Nello stesso modo in cui l'indipendenza nazionale della Francia durante la Seconda Guerra mondiale non era minacciata dall'occupazione del territorio francese da parte dell'esercito dell'imperialismo tedesco. La Francia rimaneva un paese imperialista e ogni paese partecipante all'Europa, dal più grande al più piccolo e perfino il piccolo Lussemburgo, rimarrà un paese imperialista partecipante allo sfruttamento del mondo. Solo a pochi paesi d'Europa dell'Est non si può dare tale definizione. In effetti, questi paesi sono sempre stati delle mezze colonie del capitale occidentale.

I lavoratori, i comunisti rivoluzionari non devono opporsi all'Europa, ne ovviamente schierarsi a suo favore. Devono però opporsi al suo carattere imperialista.

Ma l'imperialismo si trova qui. Quelli che, in Francia, ci dicono che bisogna opporsi alla presa di possesso del capitalismo tedesco (o inglese... o coreano) sul capitalismo francese, tradiscono i lavoratori.

Ovviamente, la creazione di un insieme economico su scala europea, di una moneta unica, potrebbe essere considerata un progresso oggettivo. E' questa situazione che ha permesso agli USA di diventare la prima potenza mondiale, grazie ad una moneta unica, una lingua unica, uno Stato unico esteso da un capo all'altro di un vero continente. Questo non si è fatto in modo pacifico, ma si è fatto attraverso due guerre sanguinose. Prima quella del Nord contro il Sud, chiamata guerra di Secessione, che ha visto la vittoria degli industriali del Nord contro i grandi proprietari agrari del Sud. C'é stato poi ciò che è stato chiamato pudicamente la "conquista dell'Ovest", la guerra contro gli Indiani, un genocidio che ha consentito agli Stati Uniti di allargarsi da un oceano all'altro, grazie ai loro fucili e sciabole di cavalleria.

La grande Europa non è stata realizzata da Hitler, nonostante sembrasse ad un certo momento che ci sia riuscito.

Oggi, può sembrare che si possa realizzare per vie apparentemente più pacifiche, ma non è vero che si realizzi senza catastrofi, senza drammi e nemmeno senza morti.

Innanzitutto, abbiamo l'esempio della guerra civile nell'ex Iugoslavia. E poi, abbiamo anche la miseria che cresce in tutta Europa, che sarà forse percorsa un giorno da orde affamate o da miserabili massacrati dall'esercito, come nei giorni peggiori dei secoli passati più oscuri.

Non abbiamo scelta. L'Europa e una moneta unica, una lingua unica, potrebbero essere un progresso notevole per quelli che vivono su questo continente, ma non sotto la direzione ed il controllo dell'imperialismo. Come tante altre cose del resto, inclusi tutti i progressi tecnici che, nelle mani dei capitalisti, sono accompagnati da una povertà crescente.

Per questo, non dobbiamo rifiutare la soppressione dei confini, la libera circolazione degli uomini e la moneta unica, poiché non è questa la ragione delle nostre miserie. Il mercato comune e la moneta unica sono solo l'ultimo pretesto di cui si servono oggi i nostri governi.

L'unica causa delle nostre miserie, è lo sfruttamento capitalista, lo sfruttamento dai nostri propri sfruttatori e bisogna sempre cominciare per spazzare davanti alla sua propria porta, e lottare innanzitutto contro i suoi propri capitalisti, Europa o no !