"Fare rinascere una conscienza di classe internazionalista"

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“Fare rinascere una conscienza di classe internazionalista”
29 maggio 2023

Dal discorso di Nathalie Arthaud, lunedì 29 maggio 2023, alla festa di Lutte ouvrière

Cari amici, cari compagni,

Per iniziare questo discorso dedicato alle questioni internazionali, vorrei dare un benvenuto speciale ai compagni che sono venuti da Haiti, dagli Stati Uniti, dalle Antille, dalla Costa d'Avorio e dalla Turchia, ai compagni più vicini venuti dal Regno Unito, dalla Germania, dal Belgio, dalla Spagna e dall'Italia che appartengono alla nostra corrente, l'Unione Comunista Internazionalista, e naturalmente a tutti i gruppi che sono venuti da altri Paesi. Tutti loro contribuiscono alla ricchezza del nostro incontro.

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Le guerre di oggi

Una parola caratterizza oggi le relazioni internazionali: "guerra", con tutto ciò che comporta di sofferenza, morte e orrore. La guerra è il destino abituale e drammatico di molti Paesi africani. È ricominciata in Sudan. Il Sahel è afflitto da uno stato permanente di guerra civile. Lo stesso vale per l'Afghanistan, il Pakistan e la Birmania.

In Medio Oriente, la colonizzazione della Palestina da parte di Israele e le reazioni di difensa che provoca potrebbero essere descritte come una guerra di cento anni. La guerra sta devastando anche l'Ucraina da un anno e mezzo. Questa guerra potrebbe essere un punto di svolta, non solo perché si svolge nel continente europeo, ma perché contrappone la Russia alla Nato, l'alleanza militare guidata dagli Stati Uniti che comprende le maggiori potenze imperialiste, Regno Unito, Francia e Germania. E minaccia costantemente di degenerare in un conflitto più ampio.

Altrettanto carico di minacce per il mondo intero è il confronto tra i due giganti, gli Stati Uniti e la Cina. La battaglia infuria sul fronte economico. Si combatte con misure di ritorsione ed embarghi. E si prepara apertamente lo scontro militare nel Mar di Cina, intorno a Taiwan.

Tutte queste guerre si svolgono sullo sfondo di un'altra guerra: la guerra di classe. Proprio perché i principali gruppi capitalistici stanno conducendo una feroce guerra economica l'uno contro l'altro, stanno attaccando la classe operaia ovunque, aggravando lo sfruttamento, la precarietà del lavoro, la disuguaglianza e la miseria.

Milioni di lavoratori in tutto il mondo sono sottoposti a situazioni degne della schiavitù. Appena in grado di reggersi sulle proprie gambe, i bambini vengono messi a lavorare in Congo, Bangladesh, Turchia...

Quasi un miliardo di uomini e donne nel mondo sono malnutriti, e sono tutte donne e uomini che lavorano, raccolgono o vendono quello che possono! Anche loro sono vittime della guerra condotta dalla classe capitalista per ottenere profitti, redditività, quotazioni in borsa e posti di lavoro.

Uno degli aspetti più rivoltanti di questa guerra di classe è la guerra condottoa su scala globale contro le donne, gli uomini e i bambini che sono stati costretti a lasciare i loro Paesi.

Non sono solo le frontiere amministrative, i muri, il filo spinato, i campi e le prigioni a essere eretti contro queste donne e questi uomini, ma anche le marine militari, i battaglioni di polizia, le forze dotate di mezzi militari: radar, droni, elicotteri...

In una forma o nell'altra, la guerra è onnipresente, perché è il cuore stesso del sistema capitalista. E l'ho detto ieri, ma lo ripeto: anche noi possiamo trovarci sotto le bombe. Anche noi possiamo vedere i nostri figli e i nostri giovani falciati dalla guerra, anche noi possiamo essere costretti all'esilio come milioni di ucraini, afghani, eritrei o sudanesi.

Quindi, compagni e amici, non c'è angolo di paradiso risparmiato dal sistema capitalista. Non si può sfuggire a lungo alla follia di questo sistema. Il meglio che possiamo fare è capire le cause e i meccanismi che portano a queste guerre e darci i mezzi per affrontarle in modo da garantire un futuro all'umanità.

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Le origini delle guerre nella nostra epoca: l'imperialismo

I miei compagni e io spesso ricordiamo le parole di Jean Jaurès: "Il capitalismo porta con sé la guerra, come la nuvola porta la tempesta". Naturalmente, la guerra non è un'invenzione del capitalismo! La schiavitù, le guerre e gli imperi sono antichi quanto le prime civiltà umane. Ma dietro la permanenza delle guerre e dietro la loro forma religiosa, etnica o nazionale, c'è sempre stato un interesse per il dominio economico, e questo continua con il capitalismo.

Ci si parla dei vantaggi della concorrenza, ma essa rimane una guerra spietata tra i principali gruppi capitalistici. Tra appaltatori e subappaltatori, tra agricoltori e supermercati, supermercati e produttori, produttori e armatori... È una guerra di tutti contro tutti. Il mondo intero si è trasformato in un'arena in cui le grandi potenze si sfidano in una costante guerra economica.

Chi controlla o controllerà in futuro questa o quella catena di produzione? Questa o quella materia prima? Questo o quel processo produttivo? Chi avrà accesso all'energia al costo più basso? Chi avrà accesso all'acqua e alla terra più fertile? Petrolio, gas, satelliti, semiconduttori, metalli rari, tecnologia digitale... Tutto è oggetto di lotte di potere, ricatti, saccheggi e dominazioni.

Nessun continente sfugge a questo fenomeno, nemmeno un solo chilometro quadrato della superficie terrestre. Al Polo Nord, Stati Uniti, Canada, Russia, Norvegia e Danimarca aspettano che la banchisa sia sciolta per esplorare nuove rotte di navigazione e sfruttare nuove risorse naturali. Nello spazio, sulla Luna, su Marte, nelle profondità degli oceani: ovunque le grandi potenze vogliono piantare la loro bandiera, appropriarsi delle ricchezze che vi trovano e impedire ad altri di accedervi.

Clausewitz, generale prussiano del XIX secolo e teorico della guerra, diceva che "la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi". Ebbene, nel capitalismo possiamo dire che la guerra è la continuazione della competizione con altri mezzi.

Mentre i narcotrafficanti fanno la loro guerra economica con i kalashnikov, la grande borghesia ha mezzi molto più potenti: ha un proprio governo e un apparato statale che può far valere il suo potere diplomatico e, se necessario, il suo stato maggiore e il suo esercito.

Ecco perché viviamo ancora una volta sotto la minaccia di una guerra totale, un secolo dopo la Prima guerra mondiale e 80 anni dopo la Seconda guerra mondiale. Ecco perché la lotta contro il sistema capitalista sta diventando una necessità per la sopravvivenza dell'umanità!

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La preparazione alla guerra generale, il riarmo generale!

Nel 1914, nessuno avrebbe potuto prevedere che la Prima Guerra Mondiale sarebbe stata scatenata dall'assassinio di un principe ereditario a Sarajevo. Ma l'atmosfera era altamente infiammabile. Siamo nella stessa situazione.

L'aria è piena di materiale infiammabile e una moltitudine di scintille può fungere da detonatore: un pallone spia cinese nel cielo americano, un drone sparato contro il Cremlino, uno scontro tra truppe filo-russe e filo-americane nel continente africano, esercitazioni militari nel Mar della Cina...

Non c'è alcun segnale indiscutibile che i dirigenti del mondo capitalista abbiano scelto di marciare verso una nuova guerra mondiale. Ma stanno camminando sul filo del rasoio facendosi coinvolgere sempre più dall'Ucraina contro la Russia.

Gli Stati Uniti finiranno davvero per consegnare i jet da combattimento che Biden ha appena promesso? Resta da vedere. Ma nella controffensiva che Zélensky sta preparando, ci saranno carri armati francesi e tedeschi, batterie antiaeree americane, lanciarazzi e carri armati britannici. Il Regno Unito ha persino appena fornito all'esercito ucraino missili in grado di colpire obiettivi fino a 500 chilometri di distanza, ovvero in Russia.

Di fronte a questa situazione, ogni Paese si sta preparando alla guerra. Anzi, si stanno già allenando, visto che l'Ucraina è diventata l'arena su cui tutte le grandi potenze stanno testando le loro armi con la pelle di soldati ucraini e russi! E tutti si stanno riarmando velocemente e stanno passando a un'economia di guerra.

In Francia, Macron ha portato la legge di programmazione militare a 413 miliardi di euro. In due leggi di stessa programmazione militare, queste spese saranno raddoppiate in Francia! In Germania, il governo ha sbloccato 100 miliardi di euro per riarmare il Paese. Il Giappone, che ha ufficialmente rinunciato alla guerra in base secondo la sua costituzione, dovrebbe raddoppiare il suo bilancio militare entro il 2027, su pressione degli Stati Uniti e perché confina con la Cina.

Il campione mondiale in ogni categoria è ovviamente gli Stati Uniti, con oltre 800 miliardi di dollari di spese militari all'anno. La Cina, presentata come aggressore e minaccia globale, è al terzo posto con 300 miliardi di dollari.

L'anno scorso, a livello mondiale, le spese militari sono ammontate a più di 2.200 miliardi di dollari. È una cifra cento volte maggiore di quella necessaria per elettrificare completamente l'Africa subsahariana, cento volte maggiore di quella necessaria per debellare la tubercolosi, l'AIDS e la malaria entro il 2030. Non esiste una società più folle.

Nel dibattito politico francese, Macron ha appena denunciato un "processo di de-civilizzazione". Ma se c'è un processo di de-civilizzazione, sta qui, in questa cieca marcia verso la guerra!

Quindi, compagni e amici, teniamo gli occhi aperti e contrastiamo tutta la propaganda militarista e bellicista che ci viene propinata oggi!

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Contro la propaganda di guerra / Ucraina

Macron non ha nemmeno bisogno di ergersi a maestro di propaganda: i giornalisti e i media tradizionali fanno il loro dovere come cani da guardia ben addestrati. Sui canali televisivi, i generali e gli pseudo-specialisti di strategia sono tornati al solito posto. Si può praticamente vivere la guerra in Ucraina dall'interno, ovviamente dalla parte delle truppe ucraine. Si può misurare la potenza dei cannoni del Caesar, giudicare la strategia impiegata e così via. E, naturalmente, sentirete menti illuminate perfettamente calme e lucide spiegare che se non fermiamo subito Putin e Xi Jinping, l'intera Europa precipiterà in guerra. In altre parole, "se vuoi la pace, fai la guerra il prima possibile"! Questo lo sentiamo dire dalla mattina alla sera.

Tutti presentano la guerra in Ucraina come la lotta di un piccolo Paese invaso dal suo potente vicino. Ma l'Ucraina non vive in una bolla di sapone e, come ogni altro Paese del pianeta, è intrappolata nella rete delle rivalità imperialiste. Dal crollo dell'Unione Sovietica nel 1991, è stata persino un punto centrale di tensione tra la Russia e gli Stati Uniti, perché l'imperialismo statunitense ha fatto tutto il possibile per portare l'Ucraina, come tutti i Paesi dell'Europa orientale che appartenevano al blocco sovietico, all'interno della sua sfera d'influenza, economicamente, politicamente e militarmente.

Il popolo ucraino è diventato involontariamente strumento e vittima di una rivalità più grande di lui. Le città bombardate e distrutte, le famiglie che vivono nelle cantine o in mezzo alle rovine, i soldati rintanati in trincee fangose: tutta la morte e la sofferenza causate dall'invasione dell'esercito russo non possono lasciarci indifferenti. E non possiamo che provare umana solidarietà nei confronti di un popolo che ha sopportato tante sofferenze per oltre un anno. Ma se il popolo ucraino va salvato, non lo possiamo lasciare in balia delle potenze imperialiste occidentali. Non è per il bene del popolo ucraino che gli Stati Uniti e l'Unione Europea aiutano oggi l'Ucraina contro l'invasione di Putin. Dall'Algeria all'Indocina, dal Vietnam all'Iraq, dal Ruanda all'Afghanistan, i loro interventi all'estero, anche se ammantati di considerazioni umanitarie, sono sempre stati finalizzati a difendere i propri interessi e mai quelli dei popoli.

Oggi, in Mali e in Burkina Faso, le truppe francesi sembrano così poco liberatrici da essere rifiutate dalla popolazione! E quante volte l'esercito americano è intervenuto in Medio Oriente? Cosa hanno portato gli interventi in Iraq e Libia se non la distruzione e la decomposizione di questi due Paesi? Cosa hanno portato in Afghanistan se non altra miseria e un'enorme delusione per le donne e gli uomini che avevano riposto le loro speranze nel potere americano?

D'altra parte, questa è una realtà che Putin cerca di sfruttare presentandosi come il campione della lotta antimperialista. Ma egli rappresenta la stessa politica di oppressione e dominio.

Putin, Xi Jinping, Biden, Macron e Co. rappresentano campi rivali. Ma contro i lavoratori e i più poveri formano un fronte unito. Nella guerra di classe, sono tutti dalla parte dei capitalisti, dei saccheggiatori e degli sfruttatori; dalla parte degli oligarchi, per quanto riguarda Putin; dalla parte dei nuovi capitalisti per quanto riguarda Xi Jinping; e dalla parte dei più grandi finanzieri del mondo, per quanto riguarda Biden. Allora non dobbiamo accettare di impantanarci in un campo o nell'altro!

Nel 1915, al culmine della Prima guerra mondiale, Lenin suggerì ai lavoratori di rivolgersi ai loro dirigenti in questo modo: "Voi borghesi fate la guerra per il saccheggio; noi, i lavoratori di tutti i Paesi belligeranti, vi dichiariamo guerra, guerra per il socialismo"! Teniamo presente tutto questo, perché, mentre il capitalismo condanna l'umanità alla guerra, l'umanità non è condannata al capitalismo!

Un'altra società è possibile: un'economia libera dalla proprietà privata, dal mercato, dalla concorrenza e dalla legge del profitto; una società basata sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione, organizzata democraticamente per soddisfare i bisogni di tutti su scala internazionale; un'economia senza relazioni di sfruttamento tra le persone, senza relazioni di dominio tra i Paesi.

Solo allora le parole cooperazione, aiuto reciproco e solidarietà internazionale assumeranno il loro vero significato e tutte queste guerre fratricide finiranno.

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La questione della capacità di rivolta e del partito

Gli oppressi hanno dimostrato decine di volte che non accetteranno di soffrire per sempre. Combattono con qualsiasi mezzo, ma non smettono mai di lottare. Quest'anno la rivolta in Iran, iniziata dalle donne e portata avanti dai giovani, ha dimostrato che ci sono sempre momenti in cui la rivolta diventa più forte della paura; momenti in cui l'azione e la temerarietà di pochi incoraggia altri e porta centinaia, migliaia, milioni di persone a osare ciò che fino a pochi giorni prima non immaginavano nemmeno!

Ma il coraggio non basta per trasformare le rivolte in rivoluzioni vittoriose. Quattro anni fa, nel 2019, la rivolta ha investito anche il Sudan. Il popolo aveva allestito il suo quartier generale rivoluzionario davanti alla sede delle forze armate a Khartoum, pensando che i militari fossero dalla sua parte contro l'odiato dittatore. Oggi, i militari sono al potere e sono divisi in due clan contrapposti che impongono un regno di terrore.

Tutte le ultime rivolte - e penso anche all'Hirak in Algeria di quattro anni fa, o alla Primavera araba del 2011 - dimostrano una cosa: non appena le classi lavoratrici si muovono e la lotta di classe si intensifica, le classi dirigenti del Paese, come le potenze imperialiste, sanno portare avanti una politica alternativa per deviare, reprimere e seppellire la rivolta. La più comune è quella di far uscire dalla caserma o dalla pensione qualche generale che non sia troppo coinvolto nei trucchi sporchi del regime contestato. Ma se necessario, i servizi segreti o gli uffici di comunicazione delle grandi potenze possono far uscire dall'armadio gli ex oppositori che sono, in prigione o in esilio; possono rintracciare i figli dei re deposti, come il figlio dello Scià dell'Iran, che gli Stati Uniti stanno cercando di reintegrare dopo 40 anni di esilio dorato...

Poi, quando la repressione e le manovre ai vertici non bastano a mettere fine alla rivoluzione, ci sono sempre forze conservatrici pronte a prendere il sopravvento, anche facendo leva sulla rabbia delle masse. In Europa, negli anni Venti e Trenta, le milizie fasciste furono in grado di reclutare e addestrare piccoli borghesi oppressi, disoccupati e operai disperati, per portare al potere regimi fascisti quali brutali garanti dell'ordine sociale. In Iran, durante la potente ondata che ha rovesciato il regime filoamericano dello Scià nel 1979, questo ruolo è stato svolto dall'ayatollah Khomeini, dalla sua rete nel clero e dalla sua milizia.

In ogni occasione, ciò che è mancato è stato che le masse in rivolta imponessero le loro politiche, si organizzassero e facessero emergere la loro propria direzione per stabilire il potere popolare e operaio. In passato, ci sono voluti decenni di rivolte operaie, spesso annegate nel sangue, perché i lavoratori capissero che dovevano costruire la propria direzione politica, in altre parole il proprio partito. E la dovevano costruire prima della tempesta rivoluzionaria, per non trovarsi ancora una volta impotenti di fronte agli eventi.

È sulla base di questa esperienza viva del movimento operaio che generazioni di lavoratori e giovani intellettuali, ribelli come Marx ed Engels, Lenin, Rosa Luxemburg e Trotsky, si sono impegnati a costruire partiti comunisti rivoluzionari in ogni paese e a unirli in un'Internazionale, concepita come partito mondiale della rivoluzione. È ciò che è andato perduto e deve essere ricostruito oggi, affinché l'immenso coraggio e lo spirito di lotta degli oppressi possano portare alla vittoria e far girare ancora una volta la ruota della storia!

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Internazionalismo

Sì, ciò che dobbiamo ricostruire non sono solo i partiti rivoluzionari, ma un'internazionale. La visione nazionalista, che consiste nell'analizzare questa o quella situazione su scala nazionale e nel cercare soluzioni per il proprio paese, è completamente superata. Il capitalismo si è diffuso su scala planetaria, ha unito l'umanità e gli sfruttati in un destino comune e ora pone problemi su scala globale.

Questo è evidente quando si parla di combattere il riscaldamento globale e la perdita di biodiversità. Lo sviluppo del capitalismo ha sconvolto e distrutto l'equilibrio naturale senza fermarsi alle frontiere. E per quanto si parli di delocalizzazione e di transizione energetica, nessun Paese può affrontare questo problema da solo. Viviamo sulla stessa terra, condividiamo gli stessi mari e la stessa atmosfera. Anche se le persone più povere sono colpite dal cambiamento climatico più duramente di altre, siamo tutti coinvolti in questo problema!

Anche sul fronte economico, e nonostante la demagogia protezionistica che si sta diffondendo (dopo gli Stati Uniti e la Cina, anche l'UE sta per adottarla), tutti i Paesi hanno bisogno di commerciare a livello internazionale. Chi può immaginare di sviluppare un'economia senza accedere al commercio internazionale, alle risorse naturali e alle fonti energetiche essenziali per la vita economica? È sulla base di questa interdipendenza, sulla base della concentrazione dei mezzi di produzione e dei conseguenti aumenti di produttività, che possiamo immaginare una società in grado di soddisfare i bisogni vitali di tutta l'umanità.

Mettiamo dunque in comune gli immensi mezzi di produzione che l'umanità ha sviluppato, le multinazionali, i satelliti, le compagnie di navigazione! Gestiamo razionalmente le risorse energetiche e le materie prime su scala globale come beni comuni per tutti! Facciamo lavorare insieme i ricercatori su scala globale, eliminiamo i brevetti e tutti i diritti di proprietà che frenano il progresso! Facciamo fluire le idee e la cultura senza barriere! Permettiamo a tutti, non solo ai ricchi, di viaggiare. Sarà un salto di qualità per l'intera umanità.

La borghesia ha globalizzato l'economia a suo modo, in modo selvaggio e barbaro, perché il suo unico obiettivo era e rimane la ricerca del profitto per una piccola minoranza. Spetta ai lavoratori trasformarla in un mondo egualitario, ricco di tutte le culture. Ecco cos'è il comunismo. Questa parola è stata usata in modo improprio e caricaturale da molte dittature, a cominciare da quella stalinista. Invece è l'ideale più bello di tutti: gli Stati Uniti socialisti del mondo!

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Coscienza internazionalista della lotta di classe.

Il nostro destino e la nostra emancipazione dipendono dalla nostra capacità di far rivivere la coscienza di classe; la coscienza di dover lottare con tutti i nostri fratelli nello sfruttamento contro gli sfruttatori. Questa coscienza di classe non può che essere internazionalista.

Già oggi, per i ricchi, i confini quasi non esistono più. Non esistono per il loro capitale, ma non esistono nemmeno per loro stessi. Non appena qualcuno ha un portafoglio ben fornito, può spostarsi praticamente ovunque voglia. E qualunque sia la sua religione, il suo sesso o il colore della sua pelle, sarà accolto a braccia aperte. Sarebbe giusto che questo fosse possibile anche per i più poveri, se non fossero più costretti a rischiare la vita attraversando montagne, fiumi, deserti o mari. Ma è ben più di una questione di giustizia, perché non ci sarà futuro per i membri dell'umanità se non riusciranno a organizzarsi, pensare e decidere insieme, su scala planetaria.

Le frontiere dividono i lavoratori, che spesso vengono sfruttati da un Paese all'altro dalla stessa grande borghesia e dagli stessi grandi padroni. È in nome di questi confini, ritagliati arbitrariamente dalle grandi potenze imperialiste, che si giustificano molte guerre. L'intera storia dell'Africa è stata segnata da tagli e ritagli per adattarsi a questa o quella guerra e a questa o quella dominazione. È così che si trasformano parenti, cugini, fratelli e sorelle in estranei, se non in nemici. Ed è quello che sta accadendo oggi in Ucraina. È anche quello che sta accadendo a Mayotte con i comoriani braccati dalla polizia di Darmanin, con la complicità dei politici locali che lanciano veri e propri appelli all'omicidio o organizzano il blocco dell'ospedale per impedire ai migranti privi di documenti di essere curati.

Non siamo mai stati così intrecciati. La classe operaia dei Paesi imperialisti non è mai stata così internazionale. In Francia, nessuna azienda, nessun albergo, nessun ristorante, nessun cantiere, nessun ospedale, nessuna casa di riposo, funzionerebbe senza il lavoro quotidiano di milioni di lavoratori stranieri.

Quest'anno a Parigi il vincitore del concorso del miglior panettiere è stato Tharshan Selvarajah, un tamil dello Sri Lanka. Nel 2021 il vincitore era di origine tunisina, così come Taieb Sahal, quello del 2020... E basta salire sulla metropolitana o sulla rete regionale intorno alle 6 del mattino per incontrare lavoratori di tutto il mondo. Quando si appartiene alla classe operaia, che si sia algerini, marocchini, pakistani, russi, ucraini o francesi, si è sfruttati. Quindi non ci devono essere frontiere tra tutti noi.

Il mondo è diventato un villaggio globale. Viviamo sempre più allo stesso ritmo, ci ribelliamo alle stesse infamie, vibriamo agli stessi progressi scientifici o tecnici. Ed è a questo punto della storia dell'umanità che alcuni spingono i popoli gli uni contro gli altri? Che costruiscono muri, erigono recinti e fili spinati e vogliono prepararci alla guerra? A tutti gli odi nazionalistici che vengono riproposti, al razzismo e ai pregiudizi sessisti, dobbiamo opporre la consapevolezza di appartenere alla stessa classe sociale. Opponiamo la consapevolezza che tutte le battaglie condotte dai lavoratori, indipendentemente dal Paese in cui vengono condotte, sono anche le nostre battaglie, opponiamo la consapevolezza che un giorno ci solleveremo, insieme, per prendere d'assalto il potere della borghesia!

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Conclusione

Tutto nella storia recente rafforza la nostra convinzione che il capitalismo ha fatto il suo tempo e deve cedere il passo a una forma superiore di organizzazione economica e sociale. Lo voglio dire a tutti i gruppi stranieri presenti qui oggi: anche se stiamo andando controcorrente, anche se siamo ancora troppo piccoli, dobbiamo essere orgogliosi di resistere alle pressioni riformiste di ogni tipo.

Dobbiamo essere orgogliosi di non cedere al nazionalismo e a tutte le sue varianti, perché nel nazionalismo non c'è futuro per l'umanità e per il pianeta. Non dobbiamo mai rinunciare ai nostri ideali!

Con tenacia, perseveranza ed entusiasmo, conquistiamo i lavoratori, i giovani e una nuova generazione alle idee rivoluzionarie comuniste! Perseveriamo, come i ricercatori che restituiscono la vista ai ciechi, realizzano cuori artificiali e curano tumori che prima erano incurabili. Atteniamoci al nostro programma politico rivoluzionario e questo ordine capitalista ingiusto, anacronistico e sempre più barbaro lascerà il posto a una società veramente umana!