L'economia capitalistica in cammino verso la prossima crisi finanziaria

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24 giugno 2014

(Da "Lutte de Classe" n° 161 - Luglio-Agosto 2014)

Sei anni dopo la crisi finanziaria ed il fallimento della banca Lehman Brothers, malgrado tutte le promesse di «regolamentare» le attività bancarie o di «moralizzare» la finanza, l'economia mondiale è più che mai sotto il dominio dei mercati finanziari.

Christine Lagarde, ex ministro dell'economia di Sarkozy e attuale direttrice del FMI (da qui si evince la sua vicinanza ai banchieri...), intervenendo alla fine di maggio davanti ai banchieri della City di Londra, ha manifestato apertamente la sua preoccupazione per la concentrazione delle grandi banche, aumentata dal 2008, e per le «bombe a scoppio ritardato», sono le sue parole, che esse alimentano con la loro politica.

Da sei anni, in seguito al rilevamento delle società in difficoltà da parte delle maggiori banche, la concentrazione delle istituzioni bancarie si è rafforzata. Negli Stati Uniti, il bilancio delle prime quattro banche rappresenta la metà del PIL americano e più di tre volte quello della Francia! In quanto alle nuove leggi, che dovrebbero «controllare» le attività finanziarie e imporre «regole di carattere prudenziale più rigorose», come vengono definite, anche i commentatori più favorevoli alle banche lo ammettono: esse hanno fatto cilecca di fronte all'opposizione della finanza. Christine Lagarde si era dispiaciuta, ad esempio, che «il settore finanziario continuasse a valorizzare il profitto a breve termine a scapito della cautela a lungo termine».

Il piccolo numero di nuove regole che sono state create non si applica al meglio che alle banche di deposito tradizionali. Tutte le società le cui attività si avvicinano a quelle delle banche, ma che non sono banche (ad esempio le assicurazioni, le società di credito che si appoggiano alla grande distribuzione o agli industriali dell'automobile, non sono sottoposte agli stessi vincoli di regolamento. Ora, queste «banche-ombra», come le chiamano gli uomini della finanza, incidono oggi per 50.000 miliardi di euro, ovvero la metà del giro d'affari delle banche «classiche». In quanto ai prodotti derivati, le diverse assicurazioni altamente speculative, basate su ogni tipo di prestito o di credito, e che avevano innescato la crisi detta dei «subprime» nel 2008, ormai ce ne sono in circolazione più che sei anni fa.

Non dobbiamo di certo meravigliarci di tutto ciò. I discorsi alla Hollande, del tipo «il mio nemico, è la finanza», non hanno mai avuto altro scopo che quello di ingannare gli elettori che volevano crederci.

Lo smarrimento degli economisti borghesi di fronte alla mostruosità della finanza e all'impennata della speculazione

Tuttavia, dietro ai discorsi convenzionali di Lagarde o di altri economisti, c'è una reale inquietudine nei dirigenti della borghesia. Parecchi di loro si preoccupano per la formazione di nuove bolle speculative. Per fare un solo nome, Robert Schiller, ultimo premio Nobel dell'economia, si preoccupa dell'impennata dei prezzi del settore immobiliare a Rio e a San Paolo. In Brasile i prezzi delle abitazioni sono aumentati del 15% in un anno. Negli ultimi cinque anni, essi sono aumentati nelle stesse proporzioni che negli Stati Uniti appena prima della crisi del 2008! Tali bolle speculative nell'immobiliare si stanno formando pure in numerose grandi città, tanto nei paesi cosiddetti emergenti, come il Brasile, la Turchia o la Cina, quanto in città dei paesi ricchi, in particolare a Londra. E lo stesso Schiller è preoccupato per l'impennata del corso delle azioni alla Borsa di New York.

Dall'inizio della crisi, prestare agli Stati è diventato un investimento redditizio, anche se il rendimento è molto variabile a seconda della solvibilità degli Stati che contraggono prestiti. Tutti ricordano come, nel 2011 e nel 2012, i mercati finanziari hanno fatto salire le offerte prestando alla Grecia o al Portogallo a tassi sempre più folli. Essi hanno ottenuto, da un lato, che la Banca centrale europea (BCE) e gli Stati più ricchi della zona euro si facessero garanti dei paesi più poveri, dall'altro, che si dissanguassero le classi popolari di tutta Europa sotto il pretesto di «ridurre il debito» e i deficit di bilancio. Ebbene, oggi, i capitalisti hanno così tanti capitali disponibili che litigano tra loro per prestare denaro alla Grecia o al Portogallo. Quest'ultimo ha potuto ottenere in aprile un prestito quinquennale ad un tasso d'interesse di meno del 5%! Solo due anni fa, esso avrebbe dovuto pagare dal 10 al 15% per gli stessi prestiti.

Ma queste obbligazioni di Stato non sono abbastanza gradite ai banchieri. Per questo motivo, la speculazione sulle azioni delle imprese quotate in Borsa ha visto un'accelerazione. Il Dow Jones, indice dell'evoluzione del corso delle azioni quotate alla Borsa di New York, ha superato il nuovo record che aveva raggiunto prima del crack del 2008. Lo stesso vale per Londra o Francoforte e, in minor misura, per Parigi.

Mentre la crescita economica è molto debole, la capitalizzazione borsistica di tutte le imprese quotate nel mondo ha raddoppiato tra il 2003 e il 2013, raggiungendo 61.000 miliardi di dollari alla fine del 2013! In altri termini, queste imprese, senza aver realmente aumentato il loro vero valore, ad esempio grazie ad investimenti in nuove fabbriche o mediante la produzione di nuove ricchezze, hanno raddoppiato il valore del proprio capitale quotato in Borsa. Ciò significa che il prezzo delle azioni aumenta sulla base delle vendite e degli acquisti. Si tratta anche qui, prima di tutto, di speculazione: quelli che ricomprano azioni non attendono la fine dell'anno per riscuotere i dividendi. Essi le rivendono al più presto per realizzare un profitto.

Ma tutto ciò funziona fintanto che il corso delle azioni è in rialzo. I padroni delle imprese devono dunque attrarre i capitalisti. Essi devono aumentare ad ogni costo il saggio di profitto. E' con i muscoli dei lavoratori e con il peggioramento del loro livello di vita che si acquisisce tale redditività. Le follie della finanza possono apparire virtuali, ma hanno conseguenze ben concrete nell'economia reale e sulla vita dei lavoratori.

Ma questi guadagni di produttività, massicci, ottenuti quasi ininterrottamente ormai da parecchi decenni, non bastano più ad attrarre o a conservare azionisti. Allora le direzioni delle imprese aumentano artificiosamente i dividendi versati. È così che la direzione d'Apple sta chiedendo in prestito più di 90 miliardi di dollari per il 2015 allo scopo di riacquistare le proprie azioni e far salire meccanicamente il valore di quelle rimaste nelle mani degli azionisti. Altre imprese chiedono prestiti sui mercati finanziari per versare dividendi superiori ai loro profitti.

Chiedere prestiti sui mercati finanziari per incrementare la parte degli azionisti è una fuga in avanti. Bisognerà rimborsare alle banche gli interessi di questi prestiti continuando a versare un forte dividendo agli azionisti. Queste imprese, automaticamente, dovranno trovare ancora più margini negli anni seguenti. In altre parole, esse dovranno sfruttare di più i lavoratori, ridurre i costi e la massa salariale, ossia licenziare o assumere con salari sempre più bassi. Tali meccanismi rappresentano un'immensa pompa aspirante con cui gli uomini della finanza prelevano la propria parte di plusvalore creato dai lavoratori.

Sono anche la speculazione sul corso delle azioni e l'abbondanza di capitali che spiegano il moltiplicarsi delle operazioni gigantesche di fusione-acquisizione in diversi settori dell'economia. Le trattative tra Vivendi, Numéricable e Bouygues per rilevare SFR, poi gli episodi a risvolti alterni intorno alla vendita del ramo energia di Alstom, sono stati in primo piano in Francia. Ma molte altre operazioni di pari ampiezza, o persino più grande, sono in corso nel mondo. I numeri 3 e 4 della telefonia americana stanno per fondersi. Sprint, una filiale della giapponese Softbank, sborserebbe 50 miliardi di dollari per acquistare T-Mobile, filiale di Deutsche Telekom. Nel settore farmaceutico, il gigante americano Pfizer ha proposto 87 miliardi di dollari agli azionisti del gruppo anglo-svedese Astrazeneca per acquistare le loro azioni. Questi ultimi hanno rifiutato l'offerta... che giudicavano insufficiente!

In tutte queste OPA o questi progetti di rilevamento o di fusione, non c'è il minimo investimento produttivo. Non si tratta di investire in nuove produzioni creando occupazione. Non si tratta di creare nuove molecole. No! Si tratta di rivendere tra capitalisti imprese e mezzi di produzione già esistenti.

E le direzioni di queste imprese gigantesche, per rimborsare in seguito i prestiti che hanno permesso di riunire le somme folli messe in cantiere, per versare dividendi sempre più elevati agli azionisti che hanno incassato i guadagni, stanno aumentando la produttività, intensificando i ritmi di lavoro, riducendo la massa salariale.

Tutte queste operazioni, le fusioni-acquisizioni, il riacquisto delle proprie azioni, ecc., non sono fenomeni nuovi. Si tratta di una delle forme che prende l'ipertrofia dell'economia mediante la finanza. Ma tale cancrena finanziaria assume attualmente proporzioni sempre più folli. Essa costituisce per l'economia mondiale, e dunque per tutta la società, la minaccia di una nuova crisi finanziaria di un'ampiezza sproporzionata rispetto a quella del 2008.

L'economia capitalistica è diventata completamente schizofrenica. Da un lato, non ci sono mai stati tanti capitali in circolazione nell'economia mondiale. Lo diceva un banchiere parigino citato a fine aprile dal giornale Le Monde: ci sono così tanti capitali disponibili sui mercati finanziari che «tutto è possibile», «tutto si acquista», «tutto si finanzia». Ma i capitalisti recalcitrano ad immobilizzare i loro capitali per tempi lunghi in investimenti produttivi o in nuovi mercati. Essi hanno così poca fiducia nella loro economia e nel suo futuro che moltiplicano gli investimenti finanziari di tipo speculativo. La finanza attrae sempre più capitali a scapito dell'economia produttiva.

In questo periodo, d'altro lato, la produzione mondiale ristagna o aumenta molto poco; la disoccupazione batte ogni mese nuovi record, specialmente in Europa; le classi popolari subiscono piani d'austerità su piani di rigore. Ovunque il loro livello di vita si riduce e i loro salari sono spinti indietro con ogni mezzo.

Oltre alle conseguenze drammatiche per il livello di vita della classe operaia, questa situazione alimenta la crisi riducendo ancora la domanda e, dunque, le vendite di beni, poi la produzione, portando così delle imprese al fallimento. Il mercato solvibile si restringe ancor di più.

La crisi non gioca più il proprio ruolo di regolatore: dopo la depressione, niente più ripresa

Secondo i commentatori, questo circolo vizioso sta forse provocando una deflazione in Europa. La deflazione è una situazione in cui la riduzione dei consumi delle famiglie porta ad una caduta dei prezzi dei prodotti industriali, più o meno svenduti a causa del crollo delle vendite. L'arretramento della produzione provoca licenziamenti e chiusure di imprese. I capitalisti, approfittando della disoccupazione di massa, impongono ribassi dei salari per ridurre i propri costi. Nelle crisi classiche del capitalismo, le crisi cicliche che hanno segnato il 19° secolo e l'inizio del 20°, il crollo dei prezzi accompagnava la fase di depressione accentuando il crollo del mercato. Queste fasi spingevano i capitalisti più deboli verso il fallimento o verso la loro acquisizione da parte dei concorrenti più potenti.

Tuttavia, nelle crisi classiche del capitalismo, la depressione era seguita da una fase di ripresa più o meno rapida. La depressione permetteva di liquidare le scorte, di eliminare le imprese meno redditizie, di adeguare l'offerta alla domanda. Tale adeguamento era brutale, ma permetteva ai capitalisti «sopravvissuti» di ritrovare tassi di profitto elevati e alla produzione di ripartire... fino al prossimo crack. La crisi è il solo mezzo esistente, in un'economia di mercato, per liberare l'economia dalle aziende in cattive acque, dagli squilibri tra i diversi settori della produzione.

La difficoltà, con la finanziarizzazione massiccia dell'economia, sta nel fatto che, da quarant'anni, dopo i crack e le fasi di depressione, la fase di ripresa, quando ha luogo, è lenta, mai massiccia. I detentori di capitali preferiscono orientarli verso operazioni finanziarie suscettibili di rendere più o meno rapidamente anziché verso la produzione.

Si può notare di sfuggita che, se le classi popolari sono le prime vittime dei periodi in cui l'inflazione s'impenna, poiché i loro salari sono sempre in ritardo sui prezzi, esse lo sono pure dei periodi di deflazione. Il ribasso dei prezzi dei manufatti che accompagna una deflazione non è di certo un'occasione per le classi popolari. Per prima cosa non tutti i prezzi scendono. Il prezzo degli affitti, quello dell'energia e dei trasporti possono lievitare di molto mentre quelli dei televisori o dei computer calano. E soprattutto sono loro, i salari, a calare rapidamente. Come diceva un funzionario greco, citato da Le Monde, il cui salario è stato amputato del 25% in poco tempo: «Non mi giova a nulla che il prezzo dei portatili scende. Da molto tempo ho evitato questo tipo d'acquisto!».

Inflazione o deflazione, fintanto che le leve dell'economia sono nelle mani del padronato, sono le classi popolari a pagare per tutti e a fare spese della crisi.

Le banche centrali come pompieri piromani

Le banche centrali, al fine di scongiurare il marasma economico e la minaccia, reale o presunta, di deflazione, non smettono d'innaffiare le banche di capitali freschi. A partire dalla crisi del 2008, esse non hanno smesso di abbassare i loro tassi d'interesse permettendo alle banche di chiedere prestiti quasi a tasso zero. Da tre o quattro anni, esse acquisiscono a tutta forza ogni sorta di «effetti», debiti sovrani o titoli di credito molto meno solidi, alleggerendo i capitalisti dei loro titoli rischiosi e dunque poco vendibili sui mercati.

La BCE lo fa meno delle altre, o così pare. Tuttavia, a partire dalla crisi dell'euro, essa riacquista obbligazioni sovrane. E sta annunciando che, d'ora in poi, riacquisterà certi crediti come quelli immobiliari o prestiti del settore automobilistico. Tali acquisizioni sono un modo di fabbricare moneta poiché la BCE, come la Banca d'Inghilterra o la banca federale americana (la FED), paga le banche per riacquistare i loro titoli. Ogni mese, la banca federale americana immette 85 miliardi di dollari nell'economia. L'economia mondiale è letteralmente sotto flebo.

L'obiettivo dichiarato dalle banche centrali è quello di rilanciare la produzione incoraggiando le banche a finanziare l'economia reale, a concedere prestiti ai privati affinché acquistino vetture o case, o alle imprese per finanziare i propri investimenti. Ma se le banche chiedono effettivamente prestiti a tassi quasi nulli negli Stati Uniti o in Europa, non è per finanziare la produzione. Esse sono restie a fare prestiti ai piccoli padroni o ai privati. Le somme che esse chiedono in prestito servono direttamente ad alimentare la speculazione. Da qui nasce la minaccia di bolle. I capitalisti speculano nell'immobiliare del Brasile o della Turchia anche perché possono chiedere prestiti quasi gratuiti negli Stati Uniti. Il solo rimedio proposto dalle banche centrali consiste nell'iniettare sempre più liquidità nel mercato. I capitalisti sono talmente assuefatti a queste iniezioni che non possono più farne a meno, esattamente come un drogato dipendente non può fare a meno della sua droga. Il «rimedio» inventato per curare l'economia capitalistica è ancor peggio del male.

Il 5 giugno scorso, la BCE ha annunciato una nuova serie di misure che vanno ancora nel medesimo senso. Nella zona euro, le banche, d'ora in poi, non pagheranno più dello 0,15% di interesse quando esse chiederanno prestiti alla BCE! È il tasso più basso mai annunciato dalla creazione dell'euro. Ma, attenzione, il lavoratore che si rivolgerà al suo banchiere per chiedere un prestito per cambiare la sua vecchia auto non si vedrà proporre nessun tasso a meno del 4 o 5%... La BCE, al fine di tentare di dissuadere le banche a lasciare i loro titoli in deposito sui suoi conti, e dunque per stimolarle ad investirli, sta facendo ormai pagare questi depositi mentre finora essa li rimunerava.

Mario Draghi, il presidente della BCE, ha soprattutto annunciato che avrebbe aperto due nuove linee di credito di 400 miliardi per le banche, a condizione, egli ha precisato, che esse se ne servissero per finanziare le imprese. Si può essere certi che esse prenderanno il denaro, faranno tutte le promesse richieste da Draghi, ma faranno alla fine ciò che vorranno. Questo perché la BCE non prevede alcuna misura vincolante. D'altronde, a poche ore da questi annunci, i mercati finanziari hanno mostrato la loro soddisfazione: le Borse di Parigi e di Francoforte superavano i propri record dell'anno. Ciò significa che i mercati finanziari non si sentono per nulla minacciati dalle decisioni della Banca centrale. Tutt'altro.

Il capitalismo conduce la società verso il caos e la barbarie

In realtà, malgrado le esortazioni degli economisti più lucidi e più preoccupati di fronte all'evoluzione del loro sistema economico, né i direttori delle banche centrali né i governi non regolamenteranno mai gli uomini della finanza, siano essi «classici» od «ombra». Dapprima perché banche centrali e governi sono legati a questi da molteplici vincoli e perché sono là per servirli, non per imporre loro degli obblighi.

Ma soprattutto perché la finanza è parte integrante dell'economia capitalistica, del suo funzionamento permanente. E' un bel pezzo che il confine tra gli industriali e i banchieri è scomparso, che non esistono i buoni imprenditori industriali da un lato e i cattivi uomini della finanza dall'altro, ma sono la stessa cosa. Contrariamente a ciò che ripetono i cosiddetti no global di diverse fedi, questa mostruosa evoluzione dell'economia capitalistica non è una deriva ideologica da imputare agli «ultraliberisti» giunti al potere negli anni '80 con Ronald Reagan o Margaret Thatcher. È a causa delle contraddizioni fondamentali di questa economia in cui ogni impresa è proprietà privata di capitalisti che non cercano che di realizzare il massimo profitto producendo in modo anarchico e cieco, senza pianificazione e senza mai preoccuparsi dei reali bisogni della popolazione, addirittura producendo il meno possibile, se essi possono far fruttare i propri capitali con reperimenti finanziari sempre più folli.

Il solo e unico modo di regolamentare il sistema bancario sarà quello di espropriare gli azionisti delle banche e di porli sotto il controllo diretto della popolazione e dei salariati. Tuttavia, essendo il sistema bancario intimamente mescolato ai grandi gruppi capitalistici dell'industria, della distribuzione, dell'energia, i quali hanno il monopolio, su scala planetaria, di pezzi interi della produzione, bisognerà espropriare anche questi grandi gruppi multinazionali. In una parola, si dovrà sopprimere la proprietà privata dei mezzi di produzione e tutto ciò che ne deriva. Ciò non si farà né con leggi né con elezioni. Si farà con un terremoto sociale, con una rivoluzione.

La violenta guerra di classe condotta su scala planetaria dalla classe capitalistica contro la classe operaia finirà per provocare un risveglio della combattività dei lavoratori. Ma occorre altresì che il proletariato mondiale, la sola classe sociale produttiva, quella che mette in opera quei mezzi di produzione sempre più competitivi, sempre più concentrati, ritrovi, oltre alla fiducia nella propria forza collettiva, anche la propria coscienza di classe e la consapevolezza del proprio ruolo storico. Ciò non si concretizzerà da solo. Occorreranno per questo dei militanti, un partito che si dia gli strumenti idonei a radicare le idee socialiste e comuniste tra i lavoratori.

22 giugno 2014