Il congresso di Rifondazione comunista - "svolta a sinistra" o svolta a destra?

Εκτύπωση
Da "Lutte de classe" n° 66 (Italia - Il congresso di Rifondazione comunista - "svolta a sinistra" o svolta a destra ?)
26 giugno 2002

"La svolta a sinistra". Così il segretario generale di Rifondazione Fausto Bertinotti ha caratterizzato il quinto congresso del suo partito tenutosi dal 4 al 7 aprile scorso a Rimini. "Rifondazione, rifondazione, rifondazione" così ripetuto tre volte, era lo slogan del congresso che, secondo Bertinotti, dovrebbe essere un passo essenziale per "la costruzione di un nuovo progetto politico" che "nasce dalla nostra critica di classe della mondializzazione capitalistica". E Bertinotti aggiungeva nel suo discorso d'apertura : "approfondire la categoria della rivoluzione e del processo rivoluzionario", (...) "solo così si può capire la svolta di questo congresso" perché è necessaria "una riforma della politica che rappresenti un'uscita a sinistra dalla sconfitta del 20° secolo e dalla crisi del movimento operaio e che assegni un nuovo compito storico al movimento e ai comunisti (...) : la creazione di un nuovo movimento operaio."

Ambizioso, quindi, era l'obiettivo indicato dal maggiore dirigente del Partito della Rifondazione comunista. Ma a guardare meglio c'è da chiedersi se davvero questo congresso comporta una svolta e, in tale caso, se davvero questa svolta è "a sinistra".

Dopo la vittoria di Berlusconi, la ricomposizione della sinistra ?

Questo congresso d'aprile 2002 si è svolto nel contesto creato dal ritorno, un anno fa, della destra berlusconiana al governo. La sinistra, e in particolare i DS, rovinati da cinque anni al governo, impantanati nelle loro liti interne, in mancanza di dirigenti in grado di incarnare un'alternativa credibile, hanno qualche difficoltà a ritrovare una prospettiva. Però attraverso le manovre, le lotte interne, le rivalità tra correnti e leader, è in corso una ricomposizione della sinistra e così questa spera di essere in grado di proporre un'alternanza alla destra quando a sua volta sarà discreditata.

Ovviamente, in questo contesto sarebbe molto importante affermare davanti alla classe operaia una prospettiva di lotta di classe, senza compromesso con i dirigenti della sinistra di governo. Tutti si ricordano della prima esperienza di governo Berlusconi, dalla primavera del 1994 agli ultimi giorni dello stesso anno. Gli attacchi del governo contro le pensioni scatenarono nell'ottobre-novembre 1994 un'ondata di manifestazioni e di scioperi e finalmente le sue dimissioni per causa delle divisioni della sua propria maggioranza. Però poche settimane dopo, il governo Dini installato col sostegno della sinistra faceva passare, con l'accordo dei sindacati, praticamente le stesse misure che avevano provocato lo sciopero generale quando erano proposte da Berlusconi.

Ovviamente lo stesso scenario può riprodursi. Gli stessi dirigenti della sinistra che oggi affermano la loro comprensione per il malcontento sociale e per le lotte provocate dalla politica di Berlusconi cercano solo a ritrovare il credito che domani permetterà di tornare al governo. Ma sarà ovviamente per fare la stessa politica della borghesia che hanno sempre fatta quando erano al governo in questi anni.

Il segretario di Rifondazione ha fatto questa constatazione, coll'affermare nella sua relazione introduttiva che " "la crisi su scala mondiale del centrosinistra, cioè dell'ultimo tentativo riformistico", "dice quanto siano vane e fuorvianti le ricerche di una prospettiva per la sinistra legata (...) alla ricerca della geometria delle alleanze in funzione dell'alternanza". E dichiara : "la nostra è una scelta del tutto diversa". (...) "I suoi due capisaldi (...) sono una radicale collocazione del PRC a sinistra e la attualizzazione della lotta sociale e politica per la trasformazione della società capitalistica. Il rapporto con il movimento ne è il fondamento principale."

Dal "movimento dei movimenti"...

Però ciò che Bertinotti chiama "il movimento" e addirittura "il movimento dei movimenti", non è altro che il cosiddetto movimento "antiglobalizzazione" espressosi nelle manifestazioni di Seattle negli Stati-Uniti, e soprattutto per l'Italia nelle manifestazioni di Genova del luglio 2001, che viene analizzato in questi termini nelle tesi maggioritarie del congresso : "la nascita dei popoli di Seattle, del "movimento dei movimenti", costituisce l'evento positivo del nostro tempo, il primo movimento dopo la lunga fase della sconfitta che indica la possibile nascita di un nuovo movimento operaio". Lo stesso documento descrive questo "movimento dei movimenti" con parole entusiaste : "Ha caratteristiche mondiali", "è potenzialmente maggioritario", "esprime una carica anticapitalistica", "si è cimentato nella costruzione di proposte di modifica qualitativa degli attuali assetti sociali". E i testo cita il Forum di Porto Alegre e il Genoa Social Forum, organizzatore della manifestazione di Genova, per la loro capacità di formulare obiettivi e di costruire "forme nuove di coalizione" tra le diverse associazioni "antiglobalizzazione". Per l'Italia, il testo si congratula per la partecipazione alla manifestazione di Genova di "componenti del movimento operaio organizzato" di cui la FIOM, pur lamentando che permane un problema "di coinvolgimento più forte del mondo del lavoro nel movimento "antiglobal"...

Infatti Bertinotti l'ha sottolineato nella sua relazione introduttiva : "bisogna intendere che, quando si parla della crescita del movimento dei movimenti, non si parla d'altro rispetto al conflitto di classe". Se capiamo bene, il "movimento dei movimenti" (il movimento "antiglobal") non sarebbe altro che la nuova forma d'espressione politica della lotta di classe su scala mondiale, in cui le varie componenti del movimento operaio dovrebbero trovare posto con "un coinvolgimento più forte".

Chiaramente, dice Bertinotti, "non è un movimento esplicitamente anticapitalistico. O, almeno, non lo è ancora". Ma, aggiunge subito "Può diventarlo e noi lavoreremo per questo. C'è infatti in esso un anticapitalismo allo stato potenziale e latente. (...) I suoi obiettivi sono contro la filosofia della globalizzazione che esso definisce neoliberista e se non giunge univocamente a rintracciarne le cause nel modo di produzione capitalistico, certo le sa vedere nel modello sociale e nel sistema di potere che la globalizzazione costruisce. Porto Alegre lo ha messo in luce con grande forza"...

Merita davvero questo "movimenti antiglobalizzazione" di essere chiamato "il movimento dei movimenti", e deve il movimento operaio d'Italia ed altri luoghi essere chiamato a trovarci la sua espressione politica ? E' perlomeno discutibile. Questo ha potuto dare vita a manifestazioni come a Nizza, Genova, e più recentemente a Barcellona e Siviglia, nelle quali una parte della gioventù ha avuto modo di esprimere la sua opposizione a molti aspetti della società attuale, dalla disoccupazione alla fame nel mondo ed alla guerra. Ma se può raggruppare intorno al tema dell'"antiglobalizzazione" correnti molto variegate, dal pacifismo cristiano al terzomondismo, alle diverse sfumature dell'ecologismo, al protezionismo o al corporativismo di varie burocrazie sindacali, e anche qualche volta all'estrema destra, questo non è casuale. E' proprio perché l'opposizione alla "globalizzazione" è un tema abbastanza vago da consentire a queste correnti diverse di ritrovarcisi.

Si può pensare che lì si sta esprimendo un "anticapitalismo allo stato latente". Ma in questa società capitalistica che sta generando tanti mali, dalla miseria alla fame e alla guerra, ogni tentativo d'opposizione comporta in un certo modo un "anticapitalismo allo stato latente". La questione è di capire se c'è un movimento, quale tipo di movimento, e quale politica si cerca di portare avanti per esplicitare ciò che in questo movimento è "allo stato latente". Ma è proprio lì, quando Bertinotti dà la sua visione di questo "nuovo progetto politico" di cui vorrebbe che il congresso di Rifondazione sia il fondatore, che la montagna di discorsi radicali intorno al "movimento dei movimenti" partorisce finalmente un piccolo topolino riformista piccolo piccolo.

... al "nuovo progetto politico"

Infatti, dichiara Bertinotti, il contributo di Rifondazione per dare al "movimento dei movimenti" uno sbocco politico dovrebbe consistere in una "proposta di convergenza tra le opposizioni per offrire, in tutta autonomia, una sponda politica al conflitto sociale, per portare lo scontro nelle istituzioni" con "una forma di lotta radicale in parlamento, l'ostruzionismo, e una iniziativa forte e innovativa nella società, un pacchetto forte e concentrato di referendum"...

Chiaramente, precisa, questa politica "non ha alcuna curvatura politicista, non pone il problema dell'alleanza politica con il centrosinistra, punta a tutt'altro percorso". Però, entrando decisamente nel concreto, Bertinotti indica i prossimi obiettivi : nelle elezioni amministrative ci vorrà "la ricerca di una unità delle forze democratiche, (...) non solo per impedire alle destre di allargare alla periferia il governo liberista (...) ma soprattutto, per portare nelle enti locali il vento dei movimenti che attraversano il paese".

Ma cosa vuol dire "l'unità delle forze democratiche" nelle elezioni amministrative ? Di quali "forze democratiche" stiamo parlando ? Rifondazione si è alleata in queste elezioni con i partiti del centrosinistra, di questo stesso centrosinistra che ha governato l'Italia durante cinque anni con la peggiore politica filopadronale. Il fatto di chiamarlo "forze democratiche" ovviamente non cambia la sua natura. Questa alleanza col centrosinistra è diventata abbastanza impopolare per molti militanti di Rifondazione e quindi Bertinotti preferisce farla tornare per la finestra, e nascosta da una fitta nebbia, invece di farla tornare per la porta. Ma, come partito che riesce a concepire la politica solo nell'ambito delle istituzioni, è chiaro che sta riproponendo questa politica di alleanze, questa politica con cui Rifondazione si fa la legittimazione di sinistra, e ben spesso il semplice ostaggio, delle coalizioni di centrosinistra ai vari livelli istituzionali.

E' significativo che questa prospettiva politica sia proposta da Bertinotti sotto l'appellazione di... "sinistra plurale". Così faceva riferimento all'esperienza del governo Jospin in Francia, ancora pochi giorni prima della sua fine senza gloria, come se fosse stata una prospettiva diversa, e più avanzata, dell'esperienza dei governi italiani di centrosinistra. Pur dicendo che le cose saranno difficili per causa della politica dei DS e degli altri partiti del centrosinistra, Rifondazione non sta annunciando niente altro che una politica di unità elettorale con questi partiti. Mentre questi, tornati all'opposizione, stanno cercando il modo di ricomporsi e di darsi una nuova immagine per ritrovare nelle classi popolari il credito che hanno perso, il linguaggio di Bertinotti lascia prevedere che Rifondazione cercherà meno a differenziarsi dai DS che nell'ultimo periodo del governo di sinistra. Ecco come una cosiddetta "svolta a sinistra" sta lì solo per nascondere un'autentica curva a destra.

Rifondazione e le manifestazioni contro la soppressione dell'articolo 18

L'accenno di Bertinotti ad un "pacchetto forte e concentrato di referendum" fa parte di questa logica di cui le varie organizzazioni di sinistra italiane, in passato, hanno usato e spesso abusato, col chiedere l'organizzazione di referendum sulle questioni più varie. E la recente iniziativa di Rifondazione in questo campo è ben significativa delle sue concezioni.

Il 23 marzo, pochi giorni prima del congresso di Rifondazione, la confederazione CGIL ha riunito a Roma milioni di lavoratori per manifestare contro il progetto del governo Berlusconi di sopprimere la protezione contro i licenziamenti abusivi contenuta nell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Contro questo progetto, che ovviamente corrisponde alle domande dei capitalisti, le tre confederazioni sindacali hanno ancora chiamato con successo, il 16 aprile, allo sciopero generale.

Ovviamente, queste due dimostrazioni di forza della classe operaia pongono la questione dell'intervento dei militanti comunisti per provare ad aprire una prospettiva, anche se i dirigenti sindacali decidono di fermarsi a questo punto. Questo meriterebbe un coinvolgimento almeno dello stesso spessore di quello raccomandato da Bertinotti nel suo famoso "movimento dei movimenti."

Ma ciò che propone Rifondazione, appunto, è di impegnarsi in una campagna di firme per ottenere un referendum sull'estensione a coloro che ne sono esclusi -lavoratori precari, dipendenti delle imprese di meno di quindici salariati... - della tutela dell'articolo 18.

Senz'altro è giusto portare avanti nelle circostanze attuali un tale obiettivo. Ma l'indicare lo svolgimento di un referendum come il mezzo per raggiungerlo vuol dire seminare illusioni sulla possibilità di imporre veramente le conquiste operaie grazie alle istituzioni borghesi. Ed è anche contribuire ad innescare un meccanismo che potrebbe rivolgersi contro la classe operaia. Questa è minoritaria dal punto di vista elettorale, ed è possibile che ci sia nel paese una maggioranza per decidere, per esempio, che l'orario di lavoro deve essere di più di quaranta ore, il salario minimo abbassato o il diritto padronale di licenziare rafforzato.

C'è un precedente poiché, nel 1984, mentre si stava preparando uno sciopero generale contro la soppressione dei quattro punti di scala mobile decisa dal governo Craxi, i dirigenti sindacali proposero, invece di fare sciopero... di chiedere un referendum. Lo sciopero generale fu seppellito, il referendum "dei quattro punti di scala mobile" si svolse... e ne risultò una maggioranza per la decisione del governo Craxi. Così, dopo di avere convinto la classe operaia di rinunciare allo sciopero per imporre al governo di rimangiarsi la sua decisione, il referendum aiutò finalmente a dare una legittimazione "democratica" al cancellamento di una conquista operaia.

La classe operaia, come classe sfruttata, ha pieno diritto ad imporre dei limiti a questo sfruttamento, anche c'è nella popolazione un 51% di votanti pronti a decidere "democraticamente" che gli altri 49% devono lasciarsi sfruttare senza dire niente. Ma questo esige che sappia servirsi delle sue armi di classe, della forza data dal suo posto nella produzione, del fatto che sta lei a produrre tutte le ricchezze, per imporre i suoi diritti senza lasciarsi fermare dagli artifici di cosiddette maggioranze democratiche.

La manifestazione del 23 marzo, poi lo sciopero generale del 16 aprile contro la soppressione dell'articolo 18, sono stati delle dimostrazioni impressionanti della forza che può rappresentare il movimento operaio. Ma dopo è ricominciato il gioco delle negoziazioni e mercanteggiamenti tra sindacati e governo. Le confederazioni sindacali sono state attente a non dare nessun seguito a queste due giornate alle quali i lavoratori hanno risposto massicciamente. Una vera strategia di mobilitazione della classe operaia intorno alle sue rivendicazioni fondamentali sta agli antipodi delle preoccupazioni delle burocrazie sindacali. Ovviamente Rifondazione non ha il peso necessario per sostituirle, ma è un partito che potrebbe portare avanti una politica, popolarizzarla, provare a convincere i militanti operai che una mobilitazione crescente sarebbe in grado di creare un rapporto di forze favorevole ai lavoratori di fronte al padronato e al governo Berlusconi.

Al contrario il contributo di Rifondazione è di coinvolgere i suoi militanti in una campagna che porta nel vicolo cieco di un referendum, dando una legittimazione all'atteggiamento odierno di smobilitazione delle burocrazie sindacali, e alla loro politica di domani per fuorviare le lotte operaie.

Si vede che, quando si lascia il campo dei discorsi fumosi per arrivare alla politica concreta, non si trova niente altro, nelle proposte della maggioranza di Rifondazione, che la vecchia politica elettoralistica e parlamentare. E lì si trova finalmente l'unica vera funzione dei discorsi bertinottiani sul "movimento dei movimenti", il "nuovo progetto politico, il "nuovo movimento operaio" e così via. Questo vaniloquio dall'apparenza innovativa e radicale fa da cortina di fumo per mascherare la realtà, ben riformista e banale, della politica proposta da Bertinotti al suo partito.

L'erranza della "Rifondazione"

L'orientamento proposto da Bertinotti nel corso di questo congresso è anche l'occasione di saldare qualche conto del passato.

Infatti, ormai sono passati undici anni da quando il partito è apparso sulla scena politica, nel febbraio del 1991, quando la maggioranza del vecchio Partito Comunista Italiano decise di abbandonare questo nome per diventare semplicemente il Partito dei Democratici di sinistra, diventato poi i Democratici di Sinistra. Una parte dei militanti del partito affermarono la loro volontà di rimanere comunisti e una parte dei dirigenti scelsero di appoggiarsi su questa volontà. Così nacque "Rifondazione" -prima come "Movimento della Rifondazione comunista", poi come "Partito".

Nel momento in cui la maggioranza dell'apparato del partito comunista, coll'abbandono di questo nome, decideva di varcare un passo decisivo verso la sua affermazione come partito socialdemocratico di governo, si poteva solo essere dalla parte di questi militanti comunisti che ci tenevano ancora ad affermarsi comunisti. Con la scelta del nome "Rifondazione", i dirigenti del nuovo partito affermavano la necessità di "Rifondare" il comunismo in Italia. Infatti ce n'era bisogno, dopo il triste bilancio del PC italiano, partito stalinista diventato anche quello più apertamente riformista d'Europa occidentale, prima di essere effettivamente, come PDS, un partito di governo capace di condurre una delle peggiori politiche antioperaie di questi anni.

Però questa "Rifondazione" comunista rimaneva ambigua, tra le altre cose perché non precisava se si trattasse di un ritorno alla fonte del comunismo di prima della degenerazione staliniana, o invece di reinventare le idee comuniste a modo suo. Certamente, nel contesto del momento, mentre molti militanti comunisti provavano la necessità di un raggruppamento senza essere in grado di analizzare le ragioni dell'evoluzione socialdemocratica alla quale stavano assistendo, il senso di questa "Rifondazione" comunista non poteva essere altro che impreciso. Ma si capisce meno, ovviamente, che lo sia ancora più di dieci anni dopo...

Infatti questa imprecisione, questa assenza di chiaro riferimento programmatico, e anche questa assenza di una analisi delle ragioni della degenerazione staliniana e socialdemocratica del PC italiano, erano molto utili al gruppo dirigente di "Rifondazione". Questo permetteva al tempo stesso di conservare diverse correnti nel partito, di accoglierci militanti di opinioni e tradizioni molto varie, e permetteva alla direzione di navigare tra le varie sensibilità, o addirittura di improvvisare le sue scelte in nome della "ricerca" di una politica ancora da definire.

Però non ci volle molto tempo per vedere quale tipo d'orientamento il nuovo partito poteva scegliere. Già nel 1994 raggiungeva la cosiddetta coalizione dei "progressisti" costituita dai partiti di sinistra e centrosinistra alla vigilia delle elezioni, e si diceva pronto, in caso di vittoria della coalizione, ad accettare posti di governo. Dopo la vittoria della destra in queste elezioni del 1994, il problema fu di nuovo posto con le elezioni del 1996 e la vittoria del centrosinistra, dopo di che si vide Rifondazione schierarsi, accanto al PDS, alla maggioranza di centrosinistra del governo Prodi. Bisognò aspettare 1998 per vedere Rifondazione, di fronte al discredito dovuto alla politica di austerità antioperaia di questo governo e al disorientamento dei suoi militanti, raggiungere l'opposizione e fare cadere Prodi. Fu tra l'altro l'occasione di una scissione poiché molti deputati e senatori di Rifondazione fecero scelta di proseguire nel sostegno alla maggioranza di centrosinistra e diedero vita al piccolo Partito dei Comunisti Italiani (PdCI) di Cossutta, ex dirigente della tendenza filosovietica del vecchio PCI.

Queste svolte successive hanno lasciato per strada molti militanti, delusi da questo sostegno a governi antioperai o, al contrario, che non capivano più quale prospettiva poteva esistere per il partito fuori da una maggioranza di governo. Dopo il successo iniziale di Rifondazione, con l'afflusso di militanti o ex militanti, delusi dall'evoluzione del PC che speravano di vedere la nascita di una forza nuova, ci fu un'emorragia permanente di forze e, secondo lo stesso Bertinotti, una delle caratteristiche di Rifondazione fu l'importante rotazione dei membri, di cui molti si tesseravano per poco tempo prima di ripartire altrove, mentre i militanti che avevano ereditato dal passato una certa tradizione operaia e comunista erano sempre più rari.

Infatti l'orientamento proposto da Bertinotti nel corso di questo congresso 2002, con il riconoscimento del "movimento dei movimenti" quale nuovo orizzonte per il "nuovo movimento operaio", gli permette anche, in un certo modo, di voltare pagina su questi dieci primi anni d'esistenza di Rifondazione in cui, per alcuni dei suoi militanti o di quelli che lo seguivano, poteva ancora sembrare che il partito stesse rivendicando il ritorno alla vecchia tradizione comunista -senza mai purtroppo dare un giudizio sullo stalinismo-. Adesso, apertamente, è una specie di nuova sinistra movimentista che si esprime tramite i discorsi di Bertinotti, una "rifondazione" comunista che consiste nel rendere sempre più confusi i suoi riferimenti al comunismo e alla classe operaia.

Le opposizioni

Però questo recente Congresso di Rifondazione viene presentato con grande entusiasmo da Livio Maitan, dirigente del Segretariato Unificato della Quarta Internazionale, che riprende il termine di "svolta a sinistra" e si congratula per il "carattere specifico, perfino unico del PRC nella storia del movimento operaio italiano" mentre la rivista dello stesso Segretariato Unificato, Inprecor (maggio-giugno 2002) saluta "il Partito della Rifondazione comunista 100% a sinistra".

Non è tanto sorprendente, poiché i fautori italiani del Segretariato Unificato militano in seno a Rifondazione e sono tra i sostenitori di Bertinotti. C'è da aggiungere che spesso sono gli autori di articoli che, nelle pagine del quotidiano del partito "Liberazione", sviluppano il modo di pensare del segretario generale. Questo accodamento alla maggioranza bertinottiana del partito cominciò nel 1998, quando il PRC lasciò la maggioranza parlamentare del governo Prodi. Questa mossa fu sufficiente per soddisfare la corrente del Segretariato Unificato, anche se Bertinotti non rinnegò per tanto il sostegno dato da lui, durante due anni, alla politica di austerità e alle misure antioperaie di Prodi.

Si può rimpiangere il fatto che dei militanti che si riferiscono al trotskismo non trovino meglio da fare che di incensare ed aiutare, anche se solo per iscritto, una politica che non mira a niente altro che essere il pilastro sinistro della prossima alternativa socialdemocratica al governo Berlusconi. Ma al tempo stesso, questo ha il merito di dimostrare di che cosa questa corrente, rappresentata in Francia dalla LCR, sarebbe pronta ad accontentarsi quando fissa come orizzonte una ricomposizione di vari correnti per un'alternativa "100% a sinistra".

Però un'opposizione continuò ad esprimersi in seno al PRC, intorno a militanti riferiti al trotskismo ma che non seguirono l'evoluzione bertinottiana di quelli del Segretariato Unificato. In questo congresso, come nel precedente congresso nel 1999, questa opposizione ha presentato una "seconda mozione" opposta a quella della maggioranza bertinottiana ed intititolata "un progetto comunista rivoluzionario nella nuova fase storica". Durante i congressi dei circoli di base di Rifondazione, mentre l'87,28% dei voti si portavano sulla mozione di maggioranza, il 12,72% dei voti si portavano sulla "seconda mozione". Questa mozione consiste in un insieme di tesi programmatiche, dall'attualità del socialismo al bilancio della Rivoluzione d'Ottobre e dalla degenerazione dell'URSS alla "centralità strategica della classe operaia", alla necessità di un programma transitorio, la ricostruzione di un'Internazionale comunista, alla questione meridionale, ecc... Critica la politica di alleanze della maggioranza ed afferma la necessità di un "polo autonomo di classe", se la prende anche con l'accodamento senza critica di questa stessa maggioranza al movimento "antiglobalizzazione" e ci oppone "la lotta per l'egemonia di classe nel movimento antiglobalizzazione".

Non si tratta qui di discutere i particolari di questa piattaforma. C'è solo da osservare che questo ultimo punto è testimone di un'analisi del movimento tanto sbagliata quanto quella della maggioranza. La maggior parte delle organizzazioni, e anche la maggior parte dei singoli, che partecipano a questo movimento, lo fanno perché scelgono la lotta alla "globalizzazione", o ad alcune delle sue conseguenze, e non contro il sistema capitalista in quanto tale, e lo fanno perché questa scelta corrisponde alle loro aspirazioni riformiste, ecologiche, protezioniste o altre. Nella misura in cui è veramente un movimento, non è un movimento di classe, o è un movimento collegato ad alcuni ceti della piccola- borghesia ben più che alla classe operaia. Non ha senso, quindi, dichiarare che bisogna "lottare per l'egemonia di classe nel movimento antiglobalizzazione". Questo significa forse che bisogna spingere la classe operaia a partecipare al movimento ? Allora occorrerebbe dire intorno a quale programma e quali obiettivi, per lottare contro che cosa e contro chi, perché certamente dei rivoluzionari proletari non possono riprendere così come sono le rivendicazioni pacifiste o ecologiche che prevalgono tra gli "antiglobalisti".

Ma l'essenziale non è neanche questo. Parecchie volte una "seconda mozione" è stata presentata così in un congresso di Rifondazione. L'ultima volta, nel congresso del 1999, la mozione "per un progetto comunista" presentata dagli stessi militanti, intorno a Marco Ferrando e alla rivista "Proposta", aveva raccolto il 16% dei voti circa, come la volta precedente.

Si può capire la scelta, fatta da questi militanti e da molti militanti d'estrema sinistra dieci anni fa, nel contesto della scissione del PC e della creazione di Rifondazione, di entrare in questo nuovo partito per cercare di difendere un orientamento comunista. Ma più il tempo passa e più gli orientamenti del gruppo dirigente di Rifondazione si affermano, e meno si può capire questa scelta che, tra l'altro, è sempre meno in grado di aprire delle prospettive. La "seconda mozione" poteva offrire una bandiera, essere una tappa nel raggruppamento di militanti intorno ad un orientamento comunista e di classe, a condizione di sapere rendere questo orientamento concreto, con un intervento reale nella classe operaia. Ma non è stato così : la visibilità della "seconda mozione" si è limitata all'interno del partito e ai periodi di preparazione dei congressi. Tutt'al più riesce a raggruppare, in seno al partito, alcuni militanti che non si differenziano, con la loro pratica, dai militanti della maggioranza di Rifondazione. All'esterno, in seno alla classe operaia stessa, l'esistenza di questa tendenza è praticamente sconosciuta.

Di più, oggi, molti militanti comunisti, molti militanti operai che avevano messo qualche speranza in Rifondazione hanno lasciato questo partito, delusi dal suo orientamento. Per tutti questi, il fatto di aspettare il prossimo congresso, poi quello successivo, per votare una "seconda mozione" dall'orientamento rivoluzionario, non poteva essere una prospettiva. E infatti non lo era : è evidente che un partito come Rifondazione, il cui reclutamento si fa in gran parte su basi riformistiche, non si lascerà mai convincere, in maggioranza, della necessità di adottare un orientamento rivoluzionario e di classe.

La "seconda mozione" quindi è condannata a rimanere una minoranza, una specie di opposizione rivoluzionaria rituale in seno ad un partito profondamente riformista. I militanti che stanno prolungando questa esperienza di opposizione in seno a Rifondazione danno innanzitutto prova della loro assenza di prospettiva per la costruzione di una tendenza indipendente.

Eppure non c'è altra scelta, per dei militanti rivoluzionari, e a maggior ragione per dei militanti che fanno riferimento al trotskismo, che di cercare a costruire nella classe operaia una vera organizzazione comunista. Certamente non può essere questo partito "100% a sinistra" che i militanti del Segretariato Unificato incensano, ma non sorgerà neanche miracolosamente dal fatto di difendere, ogni due anni, una mozione d'opposizione nei congressi di questo partito.