L'internazionalismo, orgoglio del movimento operaio

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L'internazionalismo, orgoglio del movimento operaio
16 maggio 2016

Discorso di Nathalie Arthaud il 16 maggio 2016 alla festa di Lutte ouvrière

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Compagni ed amici,

L'attualità internazionale mostra quanto l'organizzazione della società fondata sul capitalismo rappresenta un immenso spreco per l'umanità.

Spreco sul piano economico. Spreco sul piano sociale. I dirigenti politici e i media possono inventarsi quel che vogliono per alimentare la speranza di una ripresa dell'economia mondiale, ma la produzione continua a ristagnare e la disoccupazione perdura o addirittura peggiora anche nei paesi industriali più sviluppati.

La disoccupazione non solo priva di mezzi di sostentamento coloro che ne sono vittima. Essa mette al bando della società milioni di esseri umani, la loro creatività, la forza delle loro braccia, l'intelligenza della loro mente.

Sulla base del capitalismo, l'economia si mostra incapace di uscire dal ristagno. I portavoce della borghesia, autorizzati o no, cominciano a parlare di "stagnazione secolare". La crisi, prolungandosi, peggiora le condizioni di vita delle masse popolari ovunque nel mondo.

L'economia capitalistica anche nel cosiddetto periodo di crescita, è stata incapace di colmare il divario tra un numero limitato di paesi ricchi e la parte povera del pianeta. L'arricchimento della borghesia dei paesi imperialisti, ottenuto attraverso lo sfruttamento della loro classe operaia ed il saccheggio del pianeta, spinge ad ampliare le basi geografiche dello sfruttamento verso nuove regioni del mondo. Tuttavia, il grande capitale, integrando queste ultime nella produzione capitalistica, non cancella le disuguaglianze dello sviluppo. Esso, al contrario, le approfondisce anche all'interno dei paesi su cui ha messo le mani.

I quartieri moderni delle grandi città dell'Africa, dell'Asia o dell'America latina, con i loro grattacieli, le loro banche, le loro sedi di grandi compagnie, sono circondati da fetide baraccopoli, senza elettricità e molto spesso senza acqua potabile.

Milioni di contadini sono cacciati dalle campagne senza essere assunti dall'industria capitalistica, proletarizzati ma nel modo più precario, poiché costituiscono un vasto esercito industriale di riserva, per riprendere un'espressione di Marx.

Da un lato, si arricchiscono le cosiddette classi medie, cioè una borghesia autoctona più o meno dipendente dal grande capitale occidentale. Dall'altro, nasce una classe operaia con salari dieci, venti volte inferiori a quelli dei paesi occidentali, e si vedono anche bambini che lavorano per pochi soldi, un piatto di riso o una frittella, come quelli che si sfruttano nelle miniere di tantalio in Congo.

Questo lavoro minorile esiste anche in fabbriche ultramoderne come quelle della Cina. È uno dei tratti del capitalismo del 21° secolo quello di combinare, mediante il lavoro minorile, la modernità tecnica e le forme più primitive dello sfruttamento.

Ecco il bilancio del capitalismo sempre più globalizzato!

Ma la faccia nascosta dell'arricchimento senza precedenti della grande borghesia, è, non dimentichiamolo, il rafforzamento numerico del proletariato sulla scala mondiale!

Ed anche se non piace a chi raccomanda il ripiegamento nazionale sostenendo di rallentare così l'aumento della povertà, è precisamente questa crescente proletarizzazione delle classi povere che rappresenta la speranza per il futuro. È la speranza che questo proletariato, presente oggi in tutti i paesi del mondo, sappia trovare il cammino della sua emancipazione rovesciando il potere della borghesia, liberando la società degli ostacoli del capitalismo, fondando un'organizzazione sociale senza la proprietà privata dei mezzi di produzione, senza la concorrenza e le crisi!

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Anziché permettere alle masse sfruttate dei paesi poveri di raggiungere la situazione di quelle dei paesi imperialisti, le leggi capitalistiche spingono in senso contrario. Nei paesi imperialisti, tutte le famiglie operaie possono misurare l'ampiezza dell'arretramento, anche solo sulla durata di una generazione: arretramento del diritto alla pensione; arretramento dei salari rispetto ai profitti della borghesia; arretramento del concetto stesso di occupazione stabile; arretramento dei diritti tout court. I governi si alternano, le formule cambiano, ma la condizione operaia arretra anche nei paesi imperialisti più ricchi.

La relativa prosperità dell'economia capitalistica ha potuto per qualche tempo alimentare l'illusione che, in linea di massima, la condizione dei lavoratori stava migliorando e che i figli delle famiglie operaie potevano sperare in una vita migliore di quella dei loro genitori. Già allora era un'illusione per la maggioranza dei lavoratori, ma oggi il capitalismo in crisi riporta sempre di più il mondo del lavoro alla condizione dei proletari di ieri.

Nulla indica per il momento che la crisi economica si attenuerà ed ancor meno che si riassorbirà. Al ristagno economico si aggiunge la minaccia permanente di un crollo finanziario ancora più profondo che nel 2008, con conseguenze catastrofiche.

Ciò comporterà necessariamente l'aggravarsi della guerra condotta dalla classe capitalistica contro i lavoratori.

Il grande patronato volgerà la crisi del suo sistema economico sempre di più contro i lavoratori. Esso continuerà a servirsi della disoccupazione per influire sempre di più sui salari e peggiorare lo sfruttamento. Lo farà poiché, in mancanza di crescita, il solo mezzo che esso ha di aumentare i profitti, è di prelevare in misura sempre maggiore dalle tasche dei lavoratori sfruttati.

Addebitare tutto ciò alla globalizzazione è stupido. Significa prendere lucciole per lanterne al fine di deviare gli sfruttati dalla lotta contro la borghesia ed il capitalismo, poiché la globalizzazione non è una politica ma un fatto che sta alla base dell'evoluzione economica da secoli.

L'umanità paga a caro prezzo la sopravvivenza del capitalismo, e non soltanto sul piano delle proprie condizioni materiali d'esistenza.

Più di un secolo fa, nel 1915, mentre il mondo piombava nella barbarie della prima guerra mondiale, Rosa Luxemburg riassumeva l'alternativa che si offriva all'umanità parlando, in forma lapidaria, di "socialismo o barbarie". Questa constatazione era stata fatta da Engels alcuni anni prima: "La società borghese è messa di fronte ad un dilemma: o passaggio al socialismo o ricaduta nella barbarie".

Al tempo di Engels, era un'anticipazione. Tuttavia, con la prima e la seconda guerra mondiale, e, tra le due, la barbarie del fascismo e del nazismo, l'anticipazione divenne una tragica realtà.

Dopo la seconda guerra mondiale e la sconfitta della Germania nazista, i cantori del capitalismo annunciarono la fine della barbarie e l'inizio di un'era di prosperità e di pace. I dirigenti dei grandi partiti riformisti sorti dal movimento operaio, sia la variante socialdemocratica sia quella stalinista, si incaricarono di diffondere quest'illusione tra le masse popolari.

Fu una menzogna poiché le masse sfruttate non beneficiarono per nulla della prosperità. E la maggior parte del pianeta non ha neppure conosciuto la pace. Le guerre non sono mai cessate: guerra delle potenze imperialiste per mantenere il loro dominio sulle colonie; guerre nazionali o locali ora in una regione, ora in un'altra. Guerre sempre alimentate dalle rivalità tra grandi potenze che si battono con la pelle degli altri.

Da quando è iniziata la crisi dell'economia capitalistica, i conflitti si sono intensificati ed alcuni, come quello in Medio Oriente, si sono estesi fino alle capitali delle grandi potenze imperialiste. Sì, con gli attentati terroristici la barbarie penetra anche nelle metropoli delle potenze imperialiste, da New York a Parigi e da Londra a Madrid. Quanto alle rovine di Aleppo, di Homs e di tante altre città della Siria e dell'Iraq, esse testimoniano una barbarie ancor più grande.

I dirigenti del mondo imperialista, con la volontà di mantenere il controllo sul petrolio del Medio Oriente, le rivalità e le manovre contorte, portano una responsabilità immensa nell'emergere delle bande armate e nei conflitti che in questa regione oppongono tra loro le nazionalità, le etnie, le religioni.

E oggi che la loro politica e le loro bombe forzano migliaia di esseri umani a fuggire, quei dirigenti si oppongono all'ingresso dei migranti sul suolo dell'Europa e dell'America.

Chi peggio esprime la barbarie umana, quella morale? I mascalzoni che si danno al terrorismo? I soldati che sganciano le bombe dagli F16 americani o dai Rafale francesi? O quegli alti servitori della borghesia, da Obama ad Holland, che comodamente seduti nei loro uffici prendono la decisione di inviare i bombardieri su città dove non ci sono soltanto milizie di Daesh, ma donne, bambini, uomini?

E cosa c'è di più abietto del chiudere la porta a quelli che tentano di fuggire? Cosa c'è di più abietto degli squallidi mercanteggiamenti per costringere la Turchia, la Giordania o il Libano, a tenersi i migranti che l'Unione europea rifiuta di accogliere?

La barbarie non è una minaccia ma la realtà dell'organizzazione capitalistica della società! Quelle centinaia di migliaia, quei milioni di esseri umani costretti gli uni a fuggire la miseria, gli altri le bombe, sono il volto orribile di un'organizzazione sociale anacronistica e portatrice di morte.

Ebbene, i lavoratori coscienti devono respingere con disgusto coloro che tentano di metterli contro i migranti! Di fronte all'ipocrisia degli uomini politici della borghesia, essi devono affermare la loro solidarietà con chi è vittima della violenza di questa società.

La sola politica giusta da un punto di vista semplicemente umano, è quella della libertà di circolazione e d'insediamento, sia per quelli che fuggono le bombe che per quelli che fuggono la miseria!

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E che dire di quei muri innalzati, di quei fili spinati eretti sul continente europeo?

Qui, in Europa, ci hanno decantato per decenni il fascino dell'unificazione. Oggi appare chiaramente quanto il capitalismo non sia più capace di far nulla di progressista.

La libertà di circolazione e l'unificazione monetaria circoscritte ai soli paesi dell'Europa erano per le popolazioni interessate soltanto effetti della volontà del grande capitale sia europeo che americano di unificare il mercato di un continente frammentato. Tali effetti sono stati quanto mai limitati ed insignificanti.

Gli accordi di Schengen hanno eliminato alcuni ostacoli doganali ed amministrativi all'interno dell'Unione europea e vi hanno garantito una certa libertà di circolazione. Ma questa libertà aveva, sin dall'inizio, come contropartita quella di trasformare l'Unione in fortezza chiusa agli altri popoli. Oggi, non soltanto i fili spinati e i muri che circondano l'Europa sono stati rinforzati, ma si erigono fili spinati e si innalzano muri all'interno della stessa Europa.

In un'epoca in cui la tecnologia moderna permette di diffondere informazioni in modo quasi istantaneo da un capo all'altro del pianeta, in un'epoca in cui i capitali circolano senza ostacoli e i supermercati di tutte le città del mondo abbondano delle stesse merci provenienti dai quattro angoli del pianeta, il sistema divide, separa gli uomini e trasforma il mondo in una giustapposizione di ghetti!

Contro tutte le correnti politiche della borghesia che promuovono il ripiegamento dietro le frontiere, che manifestano il loro sciovinismo, siamo fieri di richiamarci ad una delle migliori tradizioni del movimento operaio, il suo internazionalismo.

Siamo fieri di riprendere la parola d'ordine di lotta: "Proletari di tutti i paesi, uniamoci!".

Siamo fieri di affermare, come gli striscioni che volteggiano sulla festa: "Il mio paese, la terra, la mia patria, l'umanità".

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Di fronte allo sciovinismo, alla xenofobia, al razzismo, che non sono più soltanto l'asse della demagogia del FN ma che hanno così profondamente contagiato i partiti di sinistra, siamo fieri di richiamarci all'internazionalismo del movimento operaio.

L'internazionalismo del movimento operaio comporta la convinzione profonda che non si può cambiare l'ordine sociale, rovesciare il potere della borghesia ed espropriarla definitivamente che su scala mondiale. E che si può costruire una nuova organizzazione economica, senza proprietà privata dei mezzi di produzione e senza concorrenza soltanto su scala mondiale. Le economie nazionali sono così tanto compenetrate, l'economia mondiale forma talmente un tutto che un'organizzazione sociale superiore al capitalismo può sorgere soltanto sulla base della globalizzazione. Una globalizzazione libera dai grandi gruppi capitalisti, dal loro dominio sulle imprese, dalle loro rivalità. Una globalizzazione che non sia l'arena di conflitti tra interessi privati giganteschi, ma il mezzo per la collettività umana atto a regolare i grandi problemi del pianeta in una scala adeguata.

"Il socialismo in un solo paese", quando fu inventato dallo stalinismo, era un'idea profondamente reazionaria e stupida. Ancor di più oggi. Ecco perché dobbiamo combattere politicamente non soltanto la destra e l'estrema destra che fanno dello sciovinismo la loro bandiera, ma anche tutti coloro che si dicono di sinistra, o che addirittura si reputano di estrema sinistra, i quali predicano apertamente o ipocritamente il ripiegamento nazionale.

Non solo dobbiamo combattere politicamente coloro che si oppongono all'internazionalismo, ma dobbiamo distinguerci da quelli che riducono quest'espressione ad una semplice dichiarazione morale, all'aspirazione alla fraternità dei popoli o all'idea di una semplice solidarietà.

L'internazionalismo è una parola d'ordine di lotta, della lotta per l'emancipazione degli sfruttati. Rifiutare l'internazionalismo significa rifiutare l'idea del rovesciamento rivoluzionario della borghesia, significa rifiutare ogni prospettiva comunista. Essere comunista rivoluzionario significa essere internazionalista.

In passato, l'abbandono dell'internazionalismo da parte di un partito sorto dal movimento operaio era il segno più sicuro, e a volte uno dei primi, che esso oscillava verso la borghesia.

Fu così con il brutale tradimento dei grandi partiti socialisti quando, nel 1914, ognuno di essi scelse il campo della propria borghesia allo scopo di trascinare i popoli nella prima guerra mondiale, quell'immensa macelleria nella quale le borghesie rivali risposero ai loro problemi di concorrenza sulla pelle degli sfruttati.

A partire da quel tradimento, il partito socialista francese è sempre rimasto al servizio della borghesia, anche nelle guerre imperialiste più abiette come quelle contro il movimento d'emancipazione delle colonie o come i molteplici interventi militari condotti dal governo attuale, dal Mali alla Repubblica centrafricana.

Di fronte a tutte queste guerre che i signori ministri socialisti hanno il cinismo di presentare come la difesa della vedova e dell'orfano contro il terrorismo, noi manteniamo le stesse parole d'ordine:

"Abbasso l'imperialismo francese nelle sue ex-colonie!" e "Truppe francesi, fuori dall'Africa!".

L'abbandono dell'internazionalismo è stato anche il segno evidente della degenerazione stalinista, tanto in Unione sovietica che, di riflesso, qui in Francia.

Uno degli orgogli della corrente trotskysta consiste nell'essersi opposta a questo tradimento. Ed uno dei segni distintivi della corrente comunista è quello di mantenere alta la bandiera rossa contro il tricolore e di opporre a La Marsigliese della borghesia L'Internazionale dei proletari.

Siamo oggi quanto mai minoritari in campo politico. Lo sappiamo. Ma difendere quest'idee è particolarmente importante nella nostra epoca di mutamento delle cose in senso reazionario.

Basta osservare il volto dell'Europa, una delle parti più ricche del pianeta, che si reputa fra le più civilizzate. Da non molto tempo, c'è stata la guerra nell'ex Jugoslavia che ha portato alla disgregazione di quest'entità multinazionale nel sangue e nella violenza. I dirigenti politici che all'epoca hanno incarnato il nazionalismo virulento, l'irredentismo dei popoli che prima vivevano insieme, sono scomparsi dalla scena politica.

Le città distrutte sono state in parte ricostruite, certamente, ma le tracce morali ed umane della guerra non sono state cancellate. Nessuno dei popoli che componevano l'ex Jugoslavia può sostenere di aver vinto poiché i popoli, in una guerra che ha opposto popolazioni mescolate tra loro le une alle altre, non possono che perdere.

Ed ecco che, due anni or sono, la disgregazione dell'ex Unione sovietica ha portato ad un'altra guerra, quella che si conduce sul suolo dell'Ucraina.

E quante altre guerre locali, regionali, sono ancora in gestazione in questa parte orientale dell'Europa dove, dalla Polonia all'Ungheria, si insediano regimi autoritari, reazionari, che cercano una base sociale avanzando rivendicazioni territoriali a scapito dei paesi vicini? E ciò avviene in una regione dove la storia ha mescolato i popoli in modo inestricabile.

La stessa evoluzione reazionaria ha luogo nella parte occidentale dell'Europa con la crescita, per così dire ovunque, di un'estrema destra reazionaria e sciovinista.

Ci si può rallegrare soltanto di alcune eccezioni in Europa come, due anni fa, le elezioni in Grecia o, quelle più recentemente in Spagna. Ma non sono certamente dei partiti che si atteggiano a organizzazioni a sinistra della sinistra, come Syriza o Podemos, che possono costituire strumenti di difesa all'ascesa dell'estrema destra.

Si è visto in Grecia come Syriza, che ha incarnato per un po' la speranza di tutto un popolo ma che non ha mai avuto intenzione di combattere la borghesia autoctona, ha ceduto alla pressione delle potenze imperialiste. Si è anche visto come Podemos, in Spagna, neppure ancora al potere, già partecipi al gioco degli intrallazzi e delle manovre dei grandi partiti screditati della borghesia.

Ebbene sì, un po' ovunque in Europa, la crisi dell'economia capitalista, la disoccupazione, la disperazione crescente delle masse popolari che non vedono la fine di tale evoluzione, portano a crisi politiche più o meno acute. Queste si manifestano con il rifiuto crescente dei partiti politici la cui alternanza periodica sostituiva la vita democratica.

La crescita elettorale dei nazionalismi catalano e scozzese esprime in fondo lo stesso rifiuto dei grandi partiti istituzionalizzati della borghesia da parte dell'elettorato.

La crisi della democrazia parlamentare borghese non può essere superata cambiando semplicemente gli attori. Quelli come Tsipras in Grecia, Iglésias in Spagna o Mélenchon in Francia possono anche prendere il posto degli uomini politici logori dei partiti di sinistra. Il vero potere non apparterrebbe loro più di quanto fosse appartenuto ai loro predecessori. Il vero potere resterebbe nelle mani della grande borghesia, delle grandi imprese capitalistiche, che sono i veri mandanti in questa società.

Tutti coloro che promettono cambiamenti alle masse sfruttate, una volta che le elezioni li fanno salire alla guida dello Stato inevitabilmente le tradiscono. Altrettanto inevitabilmente, il loro fallimento favorirà i demagoghi più reazionari.

Il parlamentarismo è in declino poiché l'elettorato popolare partecipa sempre meno al circo elettorale e crede sempre meno nell'alternanza tra grandi partiti che si ripartiscono i ruoli e il linguaggio ma che, una volta al potere, adottano la stessa politica al servizio dei più ricchi.

In ciò si vede come il declino del parlamentarismo sia il riflesso della putrefazione della società borghese. Dunque, la questione che si pone non soltanto alla classe operaia ma all'insieme della società non è tanto come rabberciare il sistema quanto come combatterlo per capovolgerlo.

In quanto marxisti, siamo convinti che solo la classe operaia ha la potenza sociale per rovesciare il potere della borghesia. Di più, solo la classe operaia è portatrice di una nuova organizzazione della società.

Il proletariato è di gran lunga la principale classe sfruttata ed oppressa della società. Esso ha una composizione molto più variegata che al tempo di Marx o anche di Lenin e di Trotsky. Al di là della diversità delle forme dello sfruttamento, il proletariato ha in comune il non aver null'altro per vivere se non la vendita della propria forza lavoro.

Nel tempo, l'evoluzione economica ha fatto emergere molte altre categorie sociali, ma nessun'altra classe sociale capace di far sua la prospettiva del rovesciamento del capitalismo. Come al tempo del Manifesto comunista e ancor più di allora, la direzione della società ed il suo futuro si decideranno con lo scontro tra la borghesia ed il proletariato.

I lavoratori, a seconda delle epoche, degli arretramenti, delle sconfitte o dei tradimenti dei loro partiti, possono essere più o meno coscienti del ruolo che soli possono giocare nella trasformazione della società.

Ebbene, il nostro ruolo di militanti comunisti rivoluzionari è di mantenere viva questa coscienza indipendentemente dagli ostacoli della vita politica e sociale. Mantenere la coscienza politica e diffonderla fra i lavoratori poiché, per citare Marx, le idee comuniste diventeranno una forza soltanto quando le masse sfruttate se ne impossesseranno.

Come ho detto ieri nel mio discorso, è in quest'ottica e per difendere queste idee che ci presenteremo alle elezioni presidenziali dell'anno prossimo ed a quelle legislative che seguiranno.

"Far sentire il campo dei lavoratori" non significa soltanto far sentire le rivendicazioni materiali dei lavoratori di fronte alla crisi, né ugualmente i loro soli interessi politici del momento. Vogliamo affermare la presenza nella classe operaia di una corrente che rappresenta le prospettive comuniste.

È una lotta collettiva. Abbiamo bisogno di tutti coloro che sono nel campo dei lavoratori e che ci tengono ad affermarlo.

Vorrei terminare rivolgendomi ai gruppi rivoluzionari che sono con noi in questa festa. Molti di loro, la maggioranza, si richiamano alle stesse idee di Lutte Ouvrière. E, indipendentemente dal paese dove militano, essi fanno parte della nostra famiglia politica, l'Union Communiste Internationaliste.

Ai nostri fratelli e sorelle di idee e di lotte, come a quelli che per tradizione accogliamo in questa festa nonostante divergenze più o meno importanti, voglio dire soprattutto: "Tenete duro!". Ciò non significa soltanto avere la determinazione ed il coraggio di militare sulla base delle idee comuniste rivoluzionarie nella nostra epoca di regresso sociale e di arretramento politico.

Ciò significa anche avere fermamente a cuore le nostre idee comuniste rivoluzionarie, le idee di Marx, di Lenin e di Trotsky, che sono i nostri principali legami con le lotte passate del proletariato.

È spesso allettante aderire a formazioni che crescono approfittando del vuoto lasciato dai partiti riformisti ormai logori. Esse possono gonfiarsi al momento e presentare i colori cangianti delle bolle di sapone. Ma poi finiscono per scoppiare, a volte anche prima di arrivare al potere e a volte dopo - ed è ancor più drammatico per gli sfruttati che hanno riposto fiducia in loro.

Da parte nostra, continueremo ad attingere le nostre idee e le nostre posizioni politiche dalle necessità della lotta di classe. La nostra convinzione fondamentale è che i lavoratori, impegnandosi nelle lotte della propria classe e portandole fino in fondo, sono capaci di rovesciare il mondo!

Dunque, compagni ed amici, tanti auguri di buon lavoro!