Lo sviluppo della scienza e le basi delle idee comuniste

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Lo sviluppo della scienza e le basi delle idee comuniste
23 gennaio 2015

Relazione del circolo Lev Trotsky del 23 gennaio 2015

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La crisi in cui la società è insabbiata da oltre quarant'anni non ha solo conseguenze economiche. Essa porta anche ad una regressione della società. Le idee reazionarie di ogni tipo sono state rafforzate, comprese le superstizioni, il misticismo, le credenze religiose e tutti i tipi di oscurantismo.

È su questa base che si sviluppano e possono crescere i partiti politici reazionari e antioperai. In Francia, abbiamo visto manifestazioni di estrema destra contro il "matrimonio per tutti", in cui sacerdoti in tonaca e ranger marciavano pronti a venire alle mani. Nel Magreb e nel Medio Oriente, i partiti fondamentalisti islamici stanno cercando di imporre le loro leggi. In Israele, il peso crescente delle organizzazioni estremiste religiose e di destra è il prezzo che la società paga per la politica di oppressione dei palestinesi e per il conflitto permanente con le popolazioni arabe. E dobbiamo menzionare i fondamentalisti cristiani negli Stati Uniti, gli estremisti di destra indù in India, o le milizie religiose di tutte le confessioni africane, eccetera.

Anche in un paese come la Francia, che ha una storia di lotte anticlericali e una forte tradizione di ateismo tra la popolazione, si assiste da anni ad una rinascita della religiosità. La Chiesa cattolica sembra recuperare nuovi seguaci. Ebraismo e islam rafforzano le loro posizioni. E si stanno sviluppando nuove mistiche legate alle tendenze protestanti, indù, buddiste o altre tendenze. Tutte queste cappelle, istituzionalizzate o meno, hanno in comune di trasmettere concezioni di natura, vita e società che risalgono ad un'altra epoca. E tutte tendono a mettere in discussione le scoperte scientifiche che contraddicono i loro dogmi, come l'evoluzione delle specie.

Questa regressione ideologica della società si esprime anche in modo più sottile, attraverso la rinascita di concezioni filosofiche idealistiche. Al di là della loro diversità, tutte queste concezioni vengono, in un modo o nell'altro, a negare che esiste una realtà indipendente da chi la osserva. Fanno inoltre l'apologia di un imprevisto intrinseco alla natura che limiterebbe la possibile portata delle conoscenze scientifiche. Anche se non mostrano il loro carattere religioso, queste concezioni lasciano la porta aperta al misticismo e all'oscurantismo.

Delle riviste di divulgazione scientifica, comprese alcune che si pretendono serie, trasmettono regolarmente queste idee. Qualche tempo fa la rivista La Recherche (La Ricerca) aveva infatti questo titolo in prima pagina: "La realtà non esiste". Che l'obiettivo della scienza sia quello di comprendere questa realtà e che l'obiettivo di una rivista di divulgazione sia quello di riferire al grande pubblico sui progressi di questa comprensione non sembra preoccupare gli editori, che sono probabilmente più inclini a trovare titoli che fanno vendere che a ridurre l'oscurantismo.

Questi problemi possono sembrare lontani dalla lotta dei lavoratori. Non lo sono. La classe operaia potrà condurre una lotta decisiva contro il capitalismo solo se si emancipa da tutte le superstizioni, almeno attraverso i militanti più coscienti, e se questa lotta si basa su una comprensione razionale e obiettiva della società, su una conoscenza scientifica dei suoi poteri interni e del suo funzionamento. A tutte le superstizioni dobbiamo opporre un'altra concezione del mondo e della storia delle società umane, del loro passato e naturalmente del loro futuro.

Le idee comuniste di Marx e Engels, ciò che essi stessi chiamavano "socialismo scientifico", si basavano su concezioni materialistiche e dialettiche della natura e della storia delle società. Queste concezioni sono radicate da un lato nei filosofi materialisti del XVII e XVIII secolo che, in Europa, avevano sistematizzato la prima concezione non religiosa della natura e della società, e dall'altro nel filosofo tedesco Hegel dei primi anni del XIX secolo, che aveva sviluppato una visione del mondo basata sulla dialettica, cioè sul riconoscimento che natura, società e storia subiscono trasformazioni e cambiamenti permanenti. La fusione del materialismo e della dialettica di Marx e Engels diede vita al materialismo dialettico.

Dall'emergere di queste concezioni, poco più di un secolo e mezzo fa, la scienza ha compiuto notevoli progressi in tutti i campi. Molte scoperte hanno rafforzato queste concezioni. Il proposito di questa relazione è di tornare su quello che è il materialismo dialettico, sul modo in cui è stato arricchito da nuove scoperte scientifiche, e quindi sui fondamenti contemporanei delle nostre idee rivoluzionarie comuniste.

La concezione materialistica della natura: la materia e le sue proprietà

Il primo sviluppo delle scienze e la preparazione al materialismo

La scienza ha preso il via al cardine tra il Medioevo e l'età moderna. Allora non c'erano materialisti consapevoli. Per far emergere questa concezione filosofica del mondo nella sua forma moderna - fin dall'antichità era apparsa una corrente materialista, anche se minoritaria ma reale - bisognava poter contare su conoscenze scientifiche già consolidate. Questa fase preliminare, durata quasi duecento anni, ha visto i primi progressi scientifici in una società dominata dalle idee religiose.

Le prime leggi riguardanti il movimento dei pianeti intorno al Sole e la caduta dei corpi sulla superficie terrestre si svilupparono dalla metà del XVI secolo alla fine del XVII. Ci sono voluti più di cento anni e il contributo di intellettuali provenienti da tutta Europa per arrivarci: dal polacco Copernico la cui opera De revolutionibus orbium coelestium fu pubblicata nel 1543 all'inglese Newton con il suo famoso libro Philosophiae naturalis principia mathematica scritto nel 1686, passando per il danese Tycho Brahé, il tedesco Keplero e l'italiano Galileo.

Così come ci sentiamo dalla parte delle prime lotte degli oppressi, come quelle degli schiavi dell'antichità guidati da Spartaco, ci sentiamo dalla parte di quei primi pensatori che hanno fatto un balzo in avanti nella comprensione del mondo e hanno contribuito se non all'emergere di concezioni materialiste almeno al loro consolidamento. Erano combattenti e, nel loro campo, anche loro erano rivoluzionari. Galileo è stato posto agli arresti domiciliari dalla Corte d'Inquisizione della Chiesa Cattolica per aver difeso l'idea che la Terra ruota intorno al Sole. E prima di lui, un altro di questi pensatori, Giordano Bruno, fu condannato al rogo dalla stessa Inquisizione.

"La tradizione di tutte le generazioni morte grava pesantemente sul cervello dei vivi", dirà più tardi Marx. E infatti, questi scienziati hanno avuto il coraggio intellettuale e morale di rifiutare questo peso morto, di non conformarsi alle tradizioni. Hanno avuto l'audacia di affrontare la società del loro tempo per aprire una nuova strada e, a modo loro, fare un salto nell'ignoto. Per inciso, è solo perché, in ogni epoca, ci sono stati uomini e donne capaci di compiere questo salto nell'ignoto che l'umanità ha progredito. Che la storia ricordi il loro nome o no, è dalla parte della loro lotta che noi ci sentiamo.

Questi scienziati hanno scoperto le basi della nostra attuale visione del sistema solare. Galileo, utilizzando un telescopio d'ingrandimento che degli ottici avevano appena sviluppato, puntandolo verso il cielo, trovò prove inconfutabili della rotazione dei pianeti intorno al Sole. Dimostrò che gli astri non erano "perfetti": vide i crateri sulla superficie della Luna, e le macchie sulla superficie del Sole. E soprattutto, osservando il pianeta Giove, vide quattro piccoli astri, delle lune, che ruotavano intorno a Giove. Fu un fulmine a ciel sereno, fu la prova che gli astri potevano ruotare intorno ad un astro diverso dalla Terra.

L'inglese Newton sintetizzò tutti questi sviluppi in una nuova teoria che costituisce una pietra miliare nella storia della conoscenza. Egli immaginó il movimento di una palla di cannone sparata sulla superficie della Terra abbastanza forte da non toccare mai il suolo e farne il giro. Confrontando questo movimento con quello della Luna intorno alla Terra, elaborò la legge di gravitazione universale che spiegava il movimento degli astri... e anche quello delle palle di cannone. Newton ha sviluppato le formule di base della meccanica1, formule su cui contiamo ancora per mandare satelliti nello spazio, prevedere la traiettoria della sonda Rosetta per oltre dieci anni e permetterle di rilasciare une sonda su una cometa a più di 500 milioni di chilometri dalla Terra.

Per rendere omaggio a tutti i suoi predecessori, utilizzando una formula di un monaco medievale, Newton aveva una frase ormai famosa - in una lettera ad un altro scienziato, scrisse: "Se ho potuto vedere così lontano, è stato perché ero sulle spalle di giganti". Infatti, le scoperte di alcuni avevano alimentato la riflessione di altri. Ma all'epoca gli uni e gli altri erano anche il prodotto di una società in profonda trasformazione, ad un ritmo sempre più accelerato, in un'Europa dove le città stavano diventando o ridiventando centri di attività artigianali e commerciali sempre più intensi.

A partire dal XII secolo, le città europee si erano rigenerate, conoscevano una divisione del lavoro sempre più profonda, dando costantemente vita a nuove professioni, a nuove specializzazioni come quelle degli ottici che avevano fornito a Galileo il suo telescopio.

E più generalmente si sviluppava una nuova classe sociale nata dal commercio: la borghesia, che si proponeva di conquistare il mondo e che dava impulso a scoperte geografiche mai viste prima. Da Marco Polo alla fine del XIII secolo a Cristoforo Colombo alla fine del XV, tutti questi mercanti e marinai, che hanno messo piede in Estremo Oriente, nell'Africa sub-sahariana e in America, hanno aperto nuovi giganteschi orizzonti all'umanità. I rivoluzionari della scienza facevano parte di questi potenti e continui sconvolgimenti della società. Tutti questi "giganti", per usare la formula di Newton, si erano quindi innalzati anche perché la società nel suo insieme stava crescendo.

La visione dell'universo alla quale Newton era arrivato giungeva ad una nuova domanda: se i pianeti ruotano intorno al Sole e la Luna intorno alla Terra, qual'è l'origine di tutti questi movimenti? Da dove viene l'impulso iniziale che ha messo in orbita la Luna e i pianeti? Newton continuò a pensare che dio fosse all'origine di tutto questo.

Fu un filosofo tedesco, Kant, che alla fine del XVIII secolo ebbe per primo l'intuizione di una spiegazione scientifica di questo problema. Ed è stato un astronomo e matematico francese, Laplace, che ne ha dato una formulazione precisa. L'idea originale di Kant era quella di immaginare che il Sole e i pianeti non fossero sempre esistiti come li vedevamo. Immaginò che una nube di gas, che chiamò nebulosa primitiva, fosse all'origine della loro formazione.

Qualche decennio dopo, Laplace dimostrò che la legge di gravitazione universale di Newton applicata alla nube di gas immaginata da Kant poteva spiegare non solo la formazione del Sole, ma anche quella dei pianeti, e la loro rotazione intorno al Sole.

Un aneddoto è associato a questa scoperta. Subito dopo la Rivoluzione Francese, quando Bonaparte divenne una figura di spicco, Laplace gli presentò i risultati del suo lavoro. Bonaparte gli avrebbe fatto notare che, a differenza di Newton, non parlava di dio. Laplace rispose: "Non avevo bisogno di questa ipotesi".

Dal materialismo meccanicistico al materialismo dialettico di Marx ed Engels

Dio era diventato un'ipotesi, un'ipotesi di cui gli scienziati potevano fare a meno. E non solo gli scienziati, poiché da questo modo di pensare erano emerse le prime concezioni materialistiche moderne. A partire dal XVIII secolo, i filosofi francesi, tra cui Diderot e La Mettrie, enunciarono le prime concezioni della natura totalmente non religiose fin dall'antichità.

Alla base del materialismo c'è l'idea che il mondo, l'universo, la natura, tutto ciò che ci circonda e di cui facciamo parte, possiede una realtà oggettiva al di fuori della nostra coscienza, indipendentemente da chi la osserva. Anche se conosciamo questa realtà attraverso i nostri sensi, che ci permettono di vedere, sentire e toccare, questa realtà esiste al di fuori di noi. Non è il prodotto del nostro pensiero.

È il nostro pensiero il prodotto di questa realtà: non solo perché la riflette, ma anche perché la sua fonte, il nostro cervello, è materiale. Il pensiero è una proprietà della materia o più precisamente di una certa organizzazione della materia, un'organizzazione complessa, frutto di un'evoluzione biologica durata centinaia di milioni di anni, ma un'organizzazione della materia e nient'altro.

Questa concezione ci può sembrare ovvia oggi. Ma quando gli uomini cercarono di dare una spiegazione al mondo che li circondava, il loro pensiero apparve loro come qualcosa di profondamente diverso dal resto della natura. Non riuscivano a capire e nemmeno ad immaginare che la materia potesse generare il pensiero. Non avevano una concezione scientifica della materia in sé. Ecco perché le prime visioni del mondo associavano tutte un'anima agli esseri viventi, agli esseri umani, agli animali e infine a tutto il mondo circostante. Per i nostri antenati preistorici, per la stragrande maggioranza di quelli dell'antichità e del medioevo, l'"anima" era qualcosa di diverso dalla materia, anche quella che formava i loro stessi corpi. Il corpo umano poteva essere mortale, l'anima era immortale perché immateriale.

Porre come prerequisito per ogni concezione della natura la visione di un mondo materiale esistente al di fuori del nostro pensiero, e di cui il nostro pensiero sarebbe solo uno dei prodotti, ha richiesto prima di tutto lo sviluppo della scienza e una riflessione sistematica sui suoi risultati.

Il materialismo sviluppato da questi filosofi del XVIII secolo fu successivamente descritto come meccanicistico. In effetti, l'unica scienza che aveva raggiunto un certo grado di sviluppo all'epoca era la meccanica; tendevano quindi a cogliere la realtà solo attraverso il modello della meccanica, un po' come se tutto potesse essere inteso come una macchina, compresi gli esseri umani. Il libro più noto di La Mettrie è L'Homme Machine (L'Uomo macchina). Da lì derivava un altro limite fondamentale del loro materialismo: non concepivano la realtà come un processo, come una perpetua trasformazione. Questi pensatori dipendevano dai limiti delle conoscenze del loro tempo. Non potevano elevarsi al di sopra di esse più di quanto l'avessero già ampiamente fatto.

Per progredire, il materialismo doveva tener conto dell'evoluzione: quella della natura e quella delle società umane. Capire l'evoluzione non è stato facile. Per molti versi la natura può sembrare immutabile: le stagioni si ripetono una dopo l'altra, i cicli della vita animale e umana si riproducono come se ciò fosse sempre stato così e lo dovrebbe essere per sempre. Anche la società degli uomini poteva sembrare immutabile: i governanti succedevano ai governanti, gli oppressi rimanevano oppressi; i mestieri stessi venivano trasmessi da padre in figlio, generazione dopo generazione.

Gli sconvolgimenti politici e sociali della Rivoluzione francese e la messa in discussione dell'ordine feudale in tutta Europa rimisero all'ordine del giorno l'idea di evoluzione. Il filosofo tedesco Hegel fu contemporaneo di questo sconvolgimento sociale europeo che lo affascinò e lo ispirò. Per Hegel le fonti di tutti i cambiamenti devono essere cercate nelle contraddizioni inerenti a ciò che sta cambiando. Sotto l'effetto di queste contraddizioni, l'evoluzione è talvolta graduale, talvolta brutale, e la contraddizione si risolve con la vittoria di uno dei termini rispetto all'altro. Questo non crea una situazione stabile, ma dà vita ad una nuova realtà piena di contraddizioni, che è il motore di una nuova evoluzione, ad un grado di sviluppo più alto.

Hegel era un idealista nel senso filosofico. Per lui, il mondo reale, fisico o sociale, trova il suo completamento nel mondo dell'Idea, con una I maiuscola. Concepiva ciò non in modo fisso, ma come un processo evolutivo guidato da contraddizioni esplosive.

Le concezioni filosofiche di Hegel di un mondo in trasformazione perpetua hanno avuto successo fra i giovani intellettuali tedeschi radicali del primo Ottocento. A cominciare da tutti coloro che erano indignati dall'arretratezza politica, sociale ed economica del loro paese, rimasto lontano dai progressi che potevano osservare in Inghilterra e in Francia. Marx ed Engels erano due di quei giovani intellettuali. Definendosi allora giovani hegeliani di sinistra, furono profondamente segnati anche dalle concezioni dei materialisti francesi. E la loro evoluzione filosofica e politica, che li spinse verso la contestazione sociale più globale e quindi verso il comunismo, li portò a cercare di associare questi due punti di vista.

Riprendendo la dialettica di Hegel, la rimisero "sui piedi," disse Marx, cioè, le diedero una base materialistica applicandola allo studio dei fenomeni naturali e sociali. Come scrisse Marx, "il movimento del pensiero è solo il riflesso del movimento reale, trasportato e trasposto nel cervello umano". Rinforzati dalla loro visione dialettica materialistica, svilupparono la loro concezione del comunismo a partire dal movimento reale della società.

Integrando la dialettica, il materialismo oltrepassò i limiti del materialismo meccanicistico del XVIII secolo ed impose lo studio dei fenomeni naturali e sociali nelle loro dinamiche e contraddizioni, pur nella consapevolezza dell'incessante evoluzione delle stesse concezioni scientifiche.

Lo sviluppo delle scienze naturali dopo Marx

Il XIX secolo è stato un periodo di notevole sviluppo per molti settori delle scienze naturali e sociali. L'evoluzione delle specie stabilita da Darwin, la nuova storia delle prime società umane, e altre scoperte vennero costantemente ad alimentare il pensiero di Marx ed Engels.

Da allora la scienza ha continuato a progredire ed è impossibile elencare le grandi scoperte degli ultimi centocinquant'anni. Per illustrare come le concezioni scientifiche siano progredite e come questo progresso rafforzi la concezione materialistica e dialettica della natura, prenderemo l'esempio di due campi fondamentali: quello della materia e della storia della sua organizzazione come concepita dalla fisica attuale, e quello della biologia e dell'evoluzione della vita.

La storia dell'universo e l'organizzazione della materia

All'inizio del XX secolo, sapevamo che la materia è fatta di atomi, corrispondenti a ciascuno degli elementi che la chimica aveva scoperto, classificato e posto alla base di tutti i composti chimici conosciuti: idrogeno, carbonio, ossigeno, piombo, uranio e molti altri. La chimica aveva stabilito, ad esempio, che una molecola di acqua è costituita da due atomi di idrogeno e un atomo di ossigeno, mentre molecole di gas combustibili come il butano sono costituite semplicemente da atomi di carbonio e idrogeno.

I progressi dell'ottica e dell'elettromagnetismo hanno permesso di sviluppare microscopi, ottici ed elettronici, sempre più potenti nell'osservazione della materia. Altri dispositivi, gli acceleratori di particelle di grandi dimensioni, hanno permesso di studiare la materia su scala ancora più piccola, rompendola sempre più finemente. E abbiamo capito sempre meglio come si comportava la materia nell'ambito dell'"infinitamente piccolo".

Alla fine degli anni '60, i fisici stabilirono un modello molto semplice in cui tutti gli elementi chimici noti sono costituiti da tre "mattoni" di base, tre tipi di particelle elementari - due particelle chiamate quark u e quark d, e un altro, l'elettrone, il cui ruolo nei fenomeni elettrici era stato evidenziato da tempo.

Così, due quark u e un quark d formano il nucleo dell'atomo più semplice, quello dell'idrogeno, al quale è necessario aggiungere un elettrone intorno per avere un atomo di idrogeno completo. E la materia si organizza per inserimenti successivi. Dai quark si formano nuclei, da nuclei ed elettroni, atomi, e da atomi, molecole. Queste molecole possono essere semplici, come l'acqua, o estremamente complesse, come le molecole degli organismi viventi, costituite da diversi miliardi di atomi.

Per capire come, da così pochi elementi di base, emerga tutta la diversità della materia, si può fare un'analogia con l'alfabeto. Il nostro alfabeto è composto da 21 lettere. Abbiamo un modo di pronunciare ogni lettera a, b, c, d, ecc., ma quando queste lettere sono disposte in un certo modo, possono formare una parola che noi pronunciamo in modo diverso dall'enunciato di ciascuna delle lettere che la compongono. Per quanto riguarda il significato di questa parola, esso non si riferisce alle lettere stesse, ma alla loro disposizione. Prendiamo un esempio. Con le lettere b, i, a, n, c ed a si può scrivere la parola "bianca". Ma con le stesse lettere, messe in un altro ordine, si può scrivere "cabina", una parola che non ha nulla a che fare con la precedente. E possiamo continuare così: a partire dalle parole possiamo scrivere frasi in cui il significato di una stessa parola può variare, perché è l'associazione delle parole all'interno della frase che dà il significato definitivo delle parole stesse. Tutta la nostra letteratura è scritta a partire da 21 lettere; allo stesso modo, tutta la diversità della materia è costruita a partire dalle tre particelle elementari di cui abbiamo parlato.

Per comprendere la storia di questa complessa organizzazione della materia, è necessario fare una deviazione attraverso l'astronomia.

Grazie alla costruzione di telescopi sempre più potenti, all'inizio degli anni '20 l'astronomo americano Hubble aveva dimostrato che l'universo era costituito da un'infinità di galassie che raccoglievano miliardi di stelle come il nostro sole. Qualche anno dopo, lo stesso Hubble fece una scoperta che rivoluzionò l'astronomia: notò che tutte queste galassie sembravano allontanarsi l'una dall'altra, un po' come le molecole di un gas che esplodeva. Aveva appena scoperto l'espansione dell'universo. La visione di un universo immutabile stava cadendo. L'universo nel suo complesso aveva ormai una storia.

Per diversi decenni, gli astrofisici hanno fatto ipotesi su ciò che questa storia avrebbe potuto essere, data la conoscenza che avevano della struttura della materia. E a metà degli anni Sessanta, si inventarono un modello che chiamarono teoria del Big Bang.

Supponendo che più di dieci miliardi di anni fa l'universo non fosse altro che un'immensa zuppa di particelle elementari, compresi i quark e gli elettroni di cui si è parlato, e facendo una sola ipotesi, quella dell'espansione di questa zuppa, è possibile spiegare, dalle note leggi della materia, come si trasforma gradualmente la zuppa di particelle elementari. Si espande e raffredda, il che porta ad un'organizzazione della materia sempre più complessa, costituendo i primi nuclei, poi i primi atomi, poi le stelle che, al loro interno, producono gli elementi più pesanti. Questa teoria rappresenta l'evoluzione dell'universo, da uno stato primitivo molto semplice alla struttura dell'universo attuale con le sue stelle, i pianeti e tutti gli elementi chimici che conosciamo.

Per il momento, non vi è ancora una spiegazione soddisfacente della causa dell'espansione dell'universo. Ovviamente, questo permette ad alcuni di vedere la mano di un dio. Ma non è nuovo che i pregiudizi religiosi siano radicati laddove la scienza non ha ancora gettato tutta la luce.

Ed è tanto più derisorio in quanto questa storia dell'universo e dell'organizzazione della materia è un colpo enorme al misticismo. La teoria del Big Bang mostra che l'universo, così complesso come lo è oggi, era miliardi di anni fa in uno stato estremamente semplice: una zuppa di particelle elementari, governata dalle leggi che la scienza ha stabilito, il che non lascia spazio alle sciocchezze sull'anima o sul divino. Tra questa zuppa di particelle elementari e la complessa organizzazione della materia di cui noi esseri umani siamo fatti, ci sono un numero infinito di stadi di cui molti restano da capire, ma si tratta dello stesso universo e della stessa materia.

Evoluzione e genetica delle specie

Lo studio sistematico del funzionamento e dell'evoluzione degli esseri viventi è iniziato più di 200 anni fa.

Nella seconda metà del XVIII secolo, i naturalisti cominciarono ad elencare, classificare e nominare tutte le specie animali e vegetali conosciute. Per la grande maggioranza di questi scienziati, le specie erano immutabili, anche se la loro classificazione si basava sulle somiglianze tra le diverse specie. Allora dominava la concezione religiosa della creazione. Fossili di specie sconosciute erano già stati scoperti, ma l'opinione comune era che testimoniassero di specie scomparse durante il Diluvio di cui parla la Bibbia.

Partendo dalle somiglianze tra specie fossili e specie viventi, un naturalista francese, Lamarck, nel bel mezzo della Rivoluzione Francese, avanzò l'idea che le specie si trasformassero. Il meccanismo da lui proposto come motore di questa trasformazione era un adattamento delle specie alle variazioni del loro ambiente. Secondo Lamarck, ad esempio, il collo delle giraffe si sarebbe allungato per permettere loro di raggiungere i rami alti degli alberi della savana africana. Ma non vi era alcuna prova a sostegno della sua ipotesi.

Nel 1831, un naturalista inglese di 22 anni, Darwin, intraprese un giro scientifico del mondo di cinque anni. Come altri prima di lui, scoprì nuove specie animali e vegetali di cui mandò esemplari in Inghilterra.

Quando la sua nave attraversò le Isole Galapagos del Pacifico, rimase sorpreso dall'eccezionale specializzazione anatomica di alcuni uccelli, i fringuelli. Nell'arcipelago, i fringuelli differivano leggermente, nella forma del becco, da un'isola all'altra. Ogni tipo di becco era adatto ad un modo di nutrirsi: un becco sottile per ottenere i vermi dal fondo del foro o un becco più robusto per rompere i semi, ecc., a seconda dell'ambiente di ogni isola.

Di ritorno in Inghilterra, Darwin cercò di interpretare le sue osservazioni. Un giorno del 1837, in uno dei suoi quaderni, disegnò un ramo di rami che avrebbe dovuto rappresentare specie diverse con un antenato comune, e scrisse appena sopra di esso in inglese: "Penso". Darwin aveva appena concepito l'evoluzione delle specie. Ma doveva spiegare su quale legge si basava questa evoluzione.

Lo sviluppo delle specie attraverso la selezione era qualcosa che era ben noto agli allevatori. Sapevano da millenni che selezionando, all'interno di una determinata specie, individui con un carattere di interesse per loro, facendoli riprodursi fra di loro, e così facendo per diverse generazioni, favorivano la trasmissione di quel carattere alla progenie degli animali selezionati. Essi fabbricavano quindi, all'interno della stessa specie, delle razze. Molte razze di cani e cavalli sono il risultato di questa selezione da parte dell'uomo. Ma come si è svolta la selezione delle specie in natura?

Darwin fu ispirato da un pastore anglicano reazionario, Malthus, che aveva esposto la sua teoria della "lotta per la vita" tra gli uomini. Le sue riflessioni lo portarono alla convinzione che l'evoluzione della specie derivasse dalla selezione, da parte dell'ambiente, degli individui più adatti, cioè che presentassero le caratteristiche più adatte alla sopravvivenza e alla riproduzione.

Ci sono voluti più di vent'anni a Darwin per rendere pubbliche le sue idee, perché sapeva che avrebbe dovuto affrontare la pressione della Chiesa. Nel 1859 pubblicò un libro intitolato L'origine delle specie attraverso la selezione naturale. Nell'introduzione scriveva: "Dopo studi approfonditi, dopo una valutazione fredda e imparziale, mi trovo costretto a sostenere che l'opinione difesa fino a poco tempo fa dalla maggior parte dei naturalisti, opinione che una volta condividevo, cioè che ogni specie è stata oggetto di una creazione indipendente, è assolutamente errata. Sono pienamente convinto che le specie non siano immutabili; per finire, sono convinto che la selezione naturale abbia svolto un ruolo fondamentale nella trasformazione delle specie".

A metà del XIX secolo la società era in piena effervescenza. La rivoluzione industriale si stava diffondendo dalla Gran Bretagna al continente, minando definitivamente le basi economiche e sociali delle vecchie aristocrazie. E le rivolte e le rivoluzioni sociali hanno poi scosso i regni e gli imperi di tutta Europa. Fu in questo contesto che si svolse la lotta di Darwin.

Nel regno delle idee, Darwin innescò una vera e propria rivoluzione. Lui e i suoi difensori lottarono duramente contro le concezioni del passato, a cominciare da quelle trasmesse dalla Chiesa la cui pressione si esercitava anche tra i naturalisti. Ma la scoperta di Darwin era lì, e proprio come ai tempi di Galileo e Newton, questa nuova e luminosa visione della natura era irresistibile. Poteva solo imporsi e si è imposta!

Dopo Darwin, i progressi della biologia e della chimica hanno fornito molti più dettagli sui meccanismi di evoluzione, anche a livello molecolare.

Già all'inizio del XIX secolo sapevamo che ogni organismo vivente è costituito da cellule di una grande diversità: quelle che costituiscono la nostra pelle, le nostre ossa, il nostro cervello, il nostro fegato, ecc. Dalla metà del XX secolo sappiamo che tutte le cellule di uno stesso individuo contengono la stessa molecola, chiamata DNA (acido desossiribonucleico). Questa molecola, che caratterizza ogni individuo (ci sono film polizieschi che ce lo ricordano), è il supporto chimico dei cosiddetti geni, nonché la memorizzazione di una notevole quantità di informazioni che permette l'espressione di questi geni.

Lo sviluppo di un organismo vivente, quello di un essere umano, ad esempio, inizia con una singola cellula che si divide e si ridivide, per poi dare origine a linee di cellule specializzate, dando origine a tutta la diversità delle cellule che compongono l'organismo in questione. Tutte le informazioni biologiche dell'essere in via di sviluppo sono contenute nella molecola di DNA. Questa molecola contiene quindi una notevole quantità di informazioni.

Come per l'organizzazione della materia, la base è un "alfabeto" molto semplice. L'intera molecola di DNA può essere suddivisa in sequenze composte da sole quattro piccole molecole singole, chiamate nucleotidi. Questi quattro nucleotidi, adenina, guanina, timina, citosina, sono rappresentati dalle prime lettere A, G, T e C. Da sole codificano tutte le informazioni contenute nel DNA, cioè l'essenza di tutti i processi chimici che permettono ad una singola cellula, chiamata uovo, di trasformarsi in un organismo completo per divisione, quindi per specializzazione cellulare.

La composizione della molecola di DNA è ereditata dai genitori dell'individuo. Ma come ogni molecola, la molecola di DNA può subire cambiamenti nella sua composizione. Sono questi cambiamenti che, quando coinvolgono le cellule riproduttive, gli ovuli o gli spermatozoi, sono all'origine dei cambiamenti biologici delle specie. Una modificazione del DNA può non avere alcun impatto sulla persona che nascerà, come può essere disabilitante o viceversa rendere la persona più adatta al suo ambiente. Poi la selezione naturale opera attraverso il vincolo dell'ambiente e fa evolvere una specie verso un migliore adattamento all'ambiente, come fu il caso dei fringuelli delle isole Galapagos. È quindi la molecola di DNA che è il supporto chimico sia dell'ereditarietà che dell'evoluzione.

Ma i geni ereditati dai nostri genitori non fanno tutto. Siamo tutti molto più che la sequenza genica che i nostri genitori ci hanno lasciata. L'ambiente non interviene solo nella selezione naturale, ma anche nello sviluppo biologico di un individuo, influenzando direttamente l'espressione dei geni, a livello dei meccanismi chimici che li decodificano e li traducono in un carattere biologico osservabile. Questi meccanismi sono chiamati epigenetici perché inquadrano l'espressione dei geni. Ad esempio, i gemelli omozigoti, cioè dei gemelli con esattamente gli stessi geni perché nati dallo stesso uovo, sono molto simili alla nascita. Ma nel corso della loro vita, diventano sempre più diversi. Questo è visibile ad occhio nudo, ma gli specialisti lo misurano anche a livello cellulare. Durante la divisione cellulare che dà alla luce i gemelli, molti processi chimici possono modificare la molecola di DNA durante la sua replicazione. Ma è anche nel corso di tutta la loro vita che il loro organismo si adatterà in modo diverso, attraverso questi meccanismi epigenetici sotto influenza dell'ambiente.

Questi meccanismi possono avere un effetto importante sullo sviluppo di un individuo. Tutte le api di un alveare hanno lo stesso patrimonio genetico alla nascita. Ma una di loro, perché sarà alimentata in modo diverso dalle altre, con la pappa reale, diventerà l'unica ape fertile dell'alveare. Lei poi assumerà il ruolo di ape da riproduzione, di "regina", come dicono gli apicoltori.

Da diversi anni è stato stabilito che questa influenza dell'ambiente sui meccanismi epigenetici può essere trasmessa da una generazione all'altra. È stato dimostrato, ad esempio, per i topolini: senza alterare il gene responsabile della colorazione dei peli, la comparsa di macchie bianche sulla coda è il risultato di un meccanismo epigenetico acquisito da un topolino nel corso della sua vita e che ha potuto essere trasmesso alla sua progenie.

Dai primi esseri unicellulari che apparvero nelle acque oceaniche oltre 3,8 miliardi di anni fa, alla diversità del mondo vegetale e animale di oggi, i progressi della biologia hanno portato ad una visione sempre più unificata della vita, basata su una comprensione sempre più precisa del funzionamento degli esseri viventi e dei meccanismi evolutivi che collegano fra di loro tutti i membri di questo albero genealogico globale.

A proposito dell'evoluzione delle leggi della scienza

La scienza ha permesso di progredire nella comprensione della natura e nella sua padronanza. È grazie alle leggi scientifiche che facciamo volare gli aerei, che con 30 chilogrammi di uranio possiamo fornire elettricità per un giorno intero nell'intera regione di Parigi, che possiamo comunicare da un capo all'altro del pianeta come se fossimo l'uno accanto all'altro.

Tutto questo è ben lungi dall'avvantaggiare la stragrande maggioranza. E se oggi miliardi di esseri umani hanno un telefono cellulare, agli stessi può mancare un tetto o l'accesso all'acqua potabile. Ma ciò che è in gioco qui non è il controllo della natura che la scienza permette, ma la mancanza di controllo dell'umanità sulla propria organizzazione sociale.

Vi è ancora un numero infinito di fenomeni inspiegabili. Ogni scoperta che spinge oltre i limiti della conoscenza apre un nuovo campo per l'esplorazione della natura. Ma tutte le conoscenze acquisite mostrano ciò che il cervello umano e l'attività creativa dell'umanità sono stati capaci di fare, e ci fanno immaginare che siamo ancora solo all'alba di una grandiosa avventura: quella dell'umanità finalmente liberata da ogni oppressione.

La storia della scienza e dei suoi progressi dimostra che tutte le leggi elaborate possono evolvere ed essere talvolta rivoluzionate. Le leggi scientifiche sono modelli costruiti dal cervello umano per comprendere la natura. Nessuna può essere considerata una verità eterna. Ciò non significa che la scienza passi il suo tempo a costruire e a decostruire le sue teorie. Se una scoperta può talvolta minare una legge o una teoria preesistente, essa porta sempre a un livello più alto di comprensione che assimila i risultati del passato e li colloca in una prospettiva nuova, più ampia e più fruttuosa.

Einstein con le sue teorie della relatività rivoluzionò la comprensione dell'universo che avevamo ereditato da Newton. Per comprendere correttamente la storia globale dell'universo, solo la teoria di Einstein ci permette di vedere con chiarezza. Ma quando si tratta di inviare sonde o satelliti nello spazio, la teoria di Einstein e quella di Newton sono sufficientemente vicine per utilizzare quella di Newton, che è molto più facile da applicare.

Le leggi scientifiche non hanno nulla di assoluto, di immutabile, che si riveli agli esseri umani, come se esistessero nel mondo del pensiero dove l'umanità dovrebbe solo cercarle. Le leggi scientifiche nascono dal lavoro sociale, collettivo, dell'umanità, e sono elaborate a partire dai problemi e dalle opinioni prevalenti in un'epoca. Fra le molteplici ipotesi avanzate per risolvere un problema, alcune danno origine ad una nuova legge perché finiscono per riuscire a modellizzare la realtà oggettiva, a rendere comprensibile ciò che prima sembrava oscuro o disordinato. E ciò permette di agire su questa realtà meglio compresa.

Il determinismo nella scienza: una lotta

Il progresso scientifico ha demistificato molti fenomeni che sembravano casuali. Infatti il concetto di caso nelle scienze naturali non è altro che un'espressione della nostra ignoranza. Una legge scientifica non cambia la realtà, ma porta una nuova comprensione di essa e trasforma nella nostra mente e nella nostra vita un caso in una necessità. In altre parole, le leggi scientifiche spiegano i fattori della realtà, le cause dei fenomeni che osserviamo e le loro necessarie conseguenze.

Per i nostri lontani antenati, i terremoti erano visti come il frutto del destino, del caso o della volontà di un dio, tutti termini che in ultima analisi esprimono la mancanza di una spiegazione razionale di questi fenomeni. Oggi la geologia ha dimostrato che i movimenti della crosta terrestre generano necessariamente tali fenomeni sismici. Dai primi esseri umani ai geologi di oggi, la realtà dei terremoti non è cambiata, ma le nostre conoscenze ci hanno portato da una situazione in cui poteva regnare solo la sottomissione fatalistica alle forze della natura, ad una situazione in cui l'umanità ha, almeno nei paesi ricchi, sempre più i mezzi per prevedere e proteggersi da questi fenomeni sismici.

Nonostante i progressi scientifici, alcuni difendono ancora l'idea di un caso, insito in una certa misura nella natura. Questa concezione si oppone a quella del determinismo. Questa nozione, inseparabile dal materialismo, presuppone che si possano trovare cause per qualsiasi fenomeno e che fondamentalmente non vi sia altro caso se non quello legato alla nostra ignoranza di tali cause. Il determinismo è una sorta di "professione di fede" nelle scienze che è giustificata dalle scoperte stesse. È alla base dell'approccio scientifico, perché è a causa del fatto che le stesse cause producono gli stessi effetti che possiamo cercare di individuare delle leggi. Rinunciare al presupposto deterministico significa rinunciare, in un modo o nell'altro, a cercare le leggi che fanno apparire un ordine in un apparente disordine, cioè rinunciare a comprendere quest'ultimo.

Un matematico francese, René Thom, che pure non rivendicava il materialismo, poiché mostrava a volte delle concezioni idealistiche, è stato tuttavia un feroce oppositore ai propagandisti del caso. E riassumeva il determinismo in una formula assolutamente materialistica: "Il determinismo nella scienza non è un dato di fatto, ma una conquista. Ed è per questo che i ferventi del caso sono gli apostoli della diserzione".

Succede talvolta che opinioni idealistiche siano espresse da scienziati che affermano di basarsi su questa o quella scoperta. C'è chi, come già detto, ha voluto vedere dio all'origine della teoria del Big Bang, ma ciò può anche essere più sottile.

Per esempio, perché il Big Bang è stato abbastanza potente da raffreddare la zuppa di particelle elementari diluendola e permettendo l'organizzazione della materia, ma non troppo da soffiare tutte le particelle elementari, impedendo loro di organizzarsi sotto forma di atomi poi di stelle e galassie? A questa importante domanda alcuni astrofisici rispondono con quello che hanno chiamato il "principio antropico" (dal greco "antropos" che significa "essere umano"). Questo principio può essere riassunto come segue: l'universo ha la configurazione attuale, perché se così non fosse, l'umanità non esisterebbe e nessuno esisterebbe per vederla. Ma ciò che può sembrare un'osservazione di buon senso è in realtà solo una piroetta idealistica o una "diserzione" per usare il termine di René Thom. O questo tipo di risposta è l'unica che si possa dare e, in questo caso, la scienza deve essere messa da parte, almeno per quanto riguarda questo problema; oppure è assolutamente concepibile che, prima o poi, il progresso scientifico fornisca una risposta a questo problema e, in questo caso, questo "principio antropico" ha dato solo un altro nome alla nostra ignoranza. E, invece di contribuire a dare una soluzione al problema, ne ha oscurato la formulazione e ha aperto a metà la porta al misticismo.

Nel loro campo di ricerca, gli scienziati possono solo agire come materialisti. Solo il ragionamento scientifico permette di trovare nuove leggi della natura. Ma questo non rende automaticamente tutti gli scienziati coscienti materialisti. Anche gli scienziati sono immersi nei pregiudizi che la nostra società porta con sé. E se a priori possono sembrare intellettualmente meglio attrezzati per resistere a certi pregiudizi, è chiaro che non è così per tutti, tutt'altro.

Comprendere il funzionamento del cervello e del pensiero umani

Dopo le idee sull'organizzazione della materia e quelle sull'evoluzione delle specie, dobbiamo parlare anche di un campo delle scienze naturali, che è diventato una base delle concezioni materialistiche, quello della biologia del cervello, della neurobiologia. Gli sviluppi scientifici in questo campo hanno fornito spiegazioni sempre più approfondite su cosa sia il pensiero, spiegazioni che costituiscono armi per combattere pregiudizi di ogni genere sull'anima o concezioni idealistiche sull'origine delle idee.

Il cervello umano, il materiale pensante

La biologia del cervello è una scienza recente, legata allo sviluppo dei moderni ospedali e della sanità pubblica nella seconda metà del XIX secolo.

Un medico francese, Broca, studiando pazienti afasici, cioè pazienti che non riuscivano più a parlare, ma che capivano quello che sentivano e non avevano problemi con i muscoli della bocca, ipotizzò che una zona del loro cervello fosse difettosa. Una volta morti questi pazienti, l'autopsia gli ha permesso di identificare un'area di linguaggio nel lobo frontale sinistro del cervello: in tutti questi pazienti, infatti, quest'area presentava lesioni. Circa dieci anni dopo, un neurologo tedesco, Wernicke, attribuì un'area dietro il cranio alla comprensione della lingua. La corsa per individuare le funzioni cerebrali era partita.

La comprensione dei legami tra il cervello e il resto del corpo progredì parallelamente. Il sistema nervoso fu studiato sistematicamente. Poi l'impulso nervoso fu scoperto, l'impulso elettrico in grado di diffondersi attraverso i nervi in tutto il corpo e che provoca la contrazione dei muscoli.

Alla fine del XIX secolo si impose una concezione: quella di un cervello con zone specificamente associate alle funzioni del corpo, per mezzo di un sistema di nervi che attraversavano tutto il corpo; il tutto formando una sorta di singola struttura rigida, chiamata "reticolare", come un impianto elettrico.

Tuttavia, le prime osservazioni della materia cerebrale al microscopio rivelarono, al contrario, strutture filamentose ma indipendenti, cellule cerebrali che i biologi avrebbero poi chiamato neuroni. Dopo violenti dibattiti tra difensori e oppositori della teoria reticolare, si stabilì una nuova visione del cervello, ben lontana da quella di un rigido sistema di cavi.

Il cervello è costituito da un gran numero di cellule specifiche, i neuroni, collegati tra loro. Un cervello umano contiene circa cento miliardi di neuroni e ciascuno di essi ha in media circa diecimila connessioni con altri neuroni. Questo dà un totale di un milione di miliardi di connessioni che vengono effettuate e interrotte costantemente nel corso della vita di un individuo, e che svolgono un ruolo fondamentale nella nostra capacità di imparare.

Scoprendo i neuroni, la neurobiologia poneva di nuovo il problema della trasmissione degli impulsi nervosi. Come potrebbe l'impulso elettrico diffondersi se la struttura cerebrale era così frammentata? All'interno di ogni neurone, l'impulso nervoso si diffonde come un impulso elettrico. Ma come avviene ciò fra i neuroni?

All'inizio del XX secolo i progressi della chimica e lo sviluppo di strumenti di misura sempre più precisi hanno permesso di comprendere i meccanismi chimici che consentono la trasmissione fra neuroni. Sono state scoperte molecole che passano dall'estremità di un neurone ad un altro e che sono chiamate neurotrasmettitori. Che sia attraverso una trasmissione chimica fra neuroni o attraverso la propagazione di un segnale elettrico all'interno di ogni singolo neurone, tutta la nostra attività cerebrale si riduce a dei processi elettrochimici.

La scoperta dei neurotrasmettitori ha permesso di fare un ulteriore passo avanti nella comprensione del funzionamento del sistema nervoso e del cervello in particolare. È stata anche una rivoluzione in farmacologia, perché la scoperta dei neurotrasmettitori ha portato alla progettazione di farmaci che, interferendo con questi meccanismi di trasmissione fra neuroni, sono in grado di anestetizzare certe aree del corpo o anche di agire sul funzionamento del cervello.

A metà del XX secolo, un neurochirurgo canadese, Penfield, studiò gli impulsi elettrici, impulsi nervosi, sulla superficie dello strato superiore del cervello chiamato corteccia, in pazienti epilettici di cui aveva aperto le scatole craniche. Poté in tal modo ottenere la rappresentazione di tutte le parti sensibili e motorie del corpo umano all'interno del cervello. Fu in grado di associare una zona della corteccia ad ogni parte del corpo e dimostrò che la dimensione di queste aree cerebrali è proporzionale non alla dimensione della parte del corpo corrispondente, ma al suo grado di sensibilità. Così, le aree estese della corteccia riguardano il viso (soprattutto la bocca e l'interno della gola), o anche la mano (e soprattutto il pollice), mentre al resto del corpo corrispondono delle zone molto più piccole.

Una delle applicazioni più spettacolari di queste scoperte riguarda le cosiddette neuroprotesi. L'impianto di elettrodi in grado di catturare gli impulsi nervosi che viaggiano attraverso le zone motorie della corteccia, può fare in modo che il paziente possa controllare una protesi, ad esempio un braccio articolato, col pensiero. In effetti ogni pensiero si traduce in impulsi nervosi nel cervello. Qualche anno fa, un giovane tetraplegico, il cui cervello era stato collegato ad un computer, fu in grado, dopo un allenamento, di spostare col pensiero un cursore su uno schermo, con quasi tanta abilità che quella della nostra mano su un mouse. Fu anche in grado di manipolare un braccio articolato per prendere un oggetto e metterlo fra le mani del medico che lo stava curando. E molto recentemente un team americano ha ripristinato in parte la vista di una persona non vedente da quasi trent'anni con l'installazione di una protesi optoelettronica (che trasforma la luce in impulsi elettrici) all'interno del suo occhio sinistro, e collegata al nervo ottico.

A partire dall'identificazione di aree del cervello specializzate in determinati compiti, e dalla comprensione del trasferimento di informazioni tra queste diverse aree, i neurobiologi sono stati in grado di iniziare a capire come è organizzato il cervello. È stato dimostrato che un numero considerevole di zone sono attivate e collegate per un semplice pensiero, una frase compresa, un'immagine osservata o una parola pronunciata. Osservare un oggetto e pronunciare la parola associata a questo oggetto coinvolge l'occhio, i suoi sensori e il nervo ottico, ma anche diverse aree cerebrali che passano al vaglio le informazioni inviate dal nervo ottico: una identifica gli "oggetti" in un'immagine, l'altra separa ciò che si trova a riposo da ciò che si muove, e un'altra è in grado di restituire coerenza sintetica a tutte queste analisi. Poi è in relazione con le aree del linguaggio che si fa l'associazione tra una parola e l'oggetto identificato.

In costante connessione con tutte queste aree del cervello e anche con tutto il corpo, perché il sistema nervoso si estende infatti in tutto il corpo, una parte del cervello, situata in avanti, la corteccia prefrontale, svolge un ruolo primordiale. Quest'area del cervello, che non è dedicata ad alcuna funzione specifica del corpo, è senza dubbio la fonte del pensiero razionale. Tutti i mammiferi hanno una corteccia prefrontale. Ce l'hanno anche la scimmia, il cane o il topo. Ma è notevole vedere che la dimensione relativa di questa parte del cervello è cresciuta con l'evoluzione dei vertebrati e che è molto più grande nelle scimmie che nei cani, ed è ancora più grande negli esseri umani: la corteccia prefrontale rappresenta il 7% della corteccia totale nei cani, il 17% negli scimpanzé, il 29% negli esseri umani.

Con l'avvicinarsi della fine del XX secolo, la neurobiologia aveva compiuto notevoli progressi nell'esplorazione del cervello. Rimaneva tuttavia aperta una questione essenziale. Le reti tra neuroni sono state considerate fisse. Allora, come si può svolgere l'apprendimento, un processo tanto fondamentale per la specie umana? All'inizio degli anni Ottanta la neurobiologia conobbe una rivoluzione: la scoperta della "neuroplasticità". Si è scoperto che le connessioni tra i neuroni possono essere fatte e disfatte, che il cervello può creare connessioni tra le diverse aree della corteccia o al contrario rimuoverle.

È ciò che accade, ad esempio, quando un non vedente impara a leggere il Braille con la punta delle dita. Quando impara, sente che la punta dell'indice diventa più sensibile. In realtà, sono le aree cerebrali associate al tocco dell'indice che si sviluppano. Allo stesso modo, se l'udito dei non vedenti è più sviluppato, è perché, assumendo una parte più importante nella loro vita, questo senso occupa in loro zone più estese della corteccia.

Questa neuroplasticità è la condizione biologica per l'apprendimento, per l'acquisizione della conoscenza. E, nel vecchio dibattito sull'innato e sull'acquisito, questa nozione conferma le concezioni materialistiche sull'origine dei pensieri degli esseri umani.

L'innato e l'acquisito

I primi filosofi inglesi ad avvicinarsi al materialismo, alla fine del XVII secolo, avevano già avanzato l'idea che i pensieri provenissero dai nostri sensi e che non esistesse un pensiero innato, nemmeno quello di dio. Uno di loro, Locke, ha usato l'espressione "ardesia bianca" per caratterizzare lo spirito di un bambino appena nato.

I primi materialisti moderni, come Diderot e La Mettrie, erano appassionati dalle storie sui ciechi e sui sordi di nascita e dal loro modo di concepire il mondo. Per loro, questi casi particolari permettevano di riflettere sul funzionamento del cervello di tutti gli esseri umani.

Nel suo libro intitolato "Lettre sur les aveugles" (Lettera sui ciechi), Diderot racconta la storia di un cieco di nascita, diventato professore di matematica all'Università di Cambridge in Inghilterra. Riporta le parole che quest'ultimo avrebbe detto al sacerdote venuto a proporgli di confessarsi sul letto di morte, e che gli lodava i miracoli della natura: "Ehi, Signore, gli diceva il filosofo cieco, lasci stare tutto questo bellissimo spettacolo che non è mai fatto per me! Sono stato condannato a trascorrere la mia vita nelle tenebre; e lei mi cita meraviglie che non sento, e che si rivelano solo per lei e solo per chi vede come lei. Se lei vuole che io creda in dio, deve farmelo toccare".

Dopo aver raccontato che il sacerdote gli aveva suggerito di toccarsi da sé perché il cieco vedesse in sé stesso una realizzazione divina, Diderot riprende le affermazioni del cieco: "Ribadisco, tutto questo non è bello per me come per lei. Ma anche se il meccanismo animale fosse tanto perfetto quanto lei lo descrive, e se io volessi crederci, perché lei è un brav'uomo molto incapace di farmela credere, che cosa ha in comune con un essere estremamente intelligente? Se la stupisce, è forse perché lei ha l'abitudine di chiamare prodigio tutto ciò che sembra al di sopra delle sue forze. Sono stato così spesso oggetto di ammirazione per lei, che ho una pessima opinione di ciò che la sorprende. Ho attratto persone dal profondo dell'Inghilterra che non riuscivano ad immaginare che io ne sapessi di geometria: deve consentire che queste persone non avevano nozioni molto precise della possibilità delle cose. C'è un fenomeno, secondo noi, al di sopra dell'uomo? Diciamo subito: è opera di un dio; la nostra vanità non si accontenta di meno. Non potremmo mettere un po' meno di orgoglio e un po' più di filosofia nei nostri discorsi? Se la natura ci offre un nodo difficile da spiegare, lasciamolo com'è e non usiamo, per scioglierlo, la mano di un essere che diventa poi per noi un altro nodo più indissolubile del primo. Chieda ad un indiano perché il mondo è sospeso nell'aria, le dirà che è portato sulla schiena di un elefante; e l'elefante su cosa si appoggia? Su una tartaruga; e la tartaruga, chi la sostiene? Questo indiano le fa pietà e potrei dire a lei, come a lui: Signor Holmes, amico mio, confessi prima la sua ignoranza, e mi risparmi l'elefante e la tartaruga".

Diderot, La Mettrie e gli altri materialisti di quel tempo conclusero, da tali esempi, che i pensieri degli esseri umani erano il frutto delle interazioni tra gli uomini. La Mettrie l'aveva espresso in tal modo: "La più grande profondità delle idee degli uomini è nel loro reciproco commercio".

Oggi, gli sviluppi in neurobiologia forniscono una base scientifica a queste posizioni filosofiche. Durante la formazione del feto, i geni dell'individuo sono responsabili dell'organizzazione biologica del cervello. E i nostri geni sono il risultato dell'evoluzione. Nel corso di milioni di anni di evoluzione, la corteccia cerebrale si è sviluppata fino al punto di doversi ripiegare per essere contenuta dalla scatola cranica. Se dispiegassimo la corteccia cerebrale umana, vedremmo che essa rappresenta una superficie di circa due metri quadrati.

L'organizzazione generale del cervello, codificata dai nostri geni, è quindi innata. Ma questo aspetto innato è acquisito per la nostra specie, homo sapiens, che ne ha ereditato una buona parte dalle specie che compongono la nostra ascendenza durante milioni di anni di evoluzione. Comportamenti molto elaborati possono essere codificati nei geni, anche negli animali. Il comportamento animale è d'altronde un comportamento in cui l'innato, e quindi il patrimonio genetico, gioca un ruolo primordiale. Ad esempio, un calamaro di fronte a un predatore avrà sempre lo stesso riflesso: indietreggerà, agiterà i suoi tentacoli e proietterà inchiostro per accecare l'avversario e cercare di nascondersi. Tale comportamento, ereditato dall'evoluzione, è programmato nel cervello del calamaro fin dalla nascita.

Lo spazio lasciato all'apprendimento è determinato dalla capacità del cervello ad adattarsi. Molto debole per gli invertebrati come i calamari, molto più importante per i mammiferi, questa capacità varia enormemente a seconda della specie. E le grandi dimensioni e la plasticità del cervello umano sono il fondamento biologico della nostra enorme capacità di apprendimento. Al momento della nascita di un individuo, solo il 10% delle future connessioni tra neuroni sono state stabilite. Il restante 90 per cento si stabilisce durante l'infanzia e l'adolescenza e continua ad evolvere nel corso della vita. È la base materiale della neuroplasticità.

Oggi, grazie all'imaging medico, è possibile monitorare le variazioni del flusso sanguigno nel cervello. È possibile vedere con precisione quali zone sono attive in un neonato e quando. Così, siamo stati in grado di studiare l'evoluzione del cervello del lattante, poi del bambino man mano che impara. Fin dalla nascita il cervello si abitua e si adatta a ciò che il bambino vede, sente e tocca. Le connessioni tra i neuroni sono stabilite in base all'ambiente del bambino. Il suo cervello si specializzerà, tra l'altro, nell'analisi dei suoni caratteristici della sua lingua madre. Prima ancora di pronunciare una sola parola, per mesi, ascoltando gli altri, il cervello di un bambino si prepara a parlare.

Così, sappiamo che fin dall'età di sei mesi i bambini possono distinguere il suono associato, in francese per esempio, alla lettera r dal suono associato alla lettera l. Ma nei bambini giapponesi, poiché la loro lingua non differenzia questi due suoni, la capacità di dissociarli non si sviluppa. Allo stesso modo, il cervello di un individuo la cui lingua madre è il francese non percepirà i due tipi di suoni della lingua hindi associati alla nostra lettera d. Potremmo moltiplicare questi esempi.

Poco a poco, il cervello del bambino si sviluppa e si specializza sotto l'influenza delle interazioni con il suo ambiente fisico, familiare e sociale. Infatti l'ambiente sociale e culturale ha un ruolo essenziale nella formazione del cervello di un essere umano. E questo lo rende almeno tanto un prodotto della società quanto della biologia.

Il cervello umano è anche un prodotto sociale

Per usare una formula di un neurobiologo sovietico, Alexander Luria, il nostro cervello e più precisamente la nostra corteccia prefrontale è il nostro "organo di civiltà". È grazie a lui che la specie umana ha potuto evolvere culturalmente e non più solo biologicamente. A sua volta, il contesto culturale e sociale ha plasmato le nostre cortecce prefrontali.

I nostri lontani antenati hanno iniziato a parlare più di due milioni di anni fa. Homo habilis è probabilmente il più antico pre-umano ad aver usato un linguaggio articolato. Con l'evoluzione della specie umana, della dimensione del cervello, della capacità di creare utensili e di modificare il proprio ambiente, gli esseri umani hanno fatto evolvere anche il loro linguaggio e i loro pensieri.

Infatti noi pensiamo con l'aiuto del nostro linguaggio. Pensare è in definitiva parlare silenziosamente a sé stesso. E poiché il linguaggio è un prodotto della comunità umana, in continua evoluzione, le idee che germinano o risuonano nei nostri cervelli sono anche il prodotto delle nostre interazioni reciproche, della società in cui viviamo. Inoltre, per capire quali sono le idee occorre capire che cos'è la società e come si sviluppa.

La concezione materialistica dell'evoluzione delle società

Abbiamo parlato di scienze naturali, ma che dire della società, quali leggi si possono distinguere nell'organizzazione sociale degli esseri umani? E in che modo le scoperte che abbiamo fatto e che continuiamo a fare sul passato dell'umanità hanno rafforzato la comprensione scientifica delle società e della loro evoluzione?

In questo campo, più che in altri, le concezioni idealistiche, superstiziose, anche religiose, hanno ancora un peso enorme. Su molti livelli, esse sono addirittura dominanti. Tanto più che le concezioni materialistiche nel campo della storia delle società sono state molto presto associate al marxismo e, come tali, sono state combattute dall'ideologia dominante.

Il libero arbitrio e le leggi del cambiamento sociale

Se guardiamo alla storia delle società umane, possiamo solo essere colpiti dalla diversità delle situazioni. Ci sono state le società in cui gli uomini vivevano solo di caccia e di raccolta; i grandi imperi dell'antichità in Egitto e in Mesopotamia; le società basate sulla schiavitù in Grecia e a Roma; le società feudali medievali; i grandi regni; e negli ultimi secoli lo sviluppo mondiale del capitalismo. E questo è solo un elenco approssimativo e limitato, piuttosto incentrato sull'Europa.

La storia dell'umanità presenta un numero considerevole di formazioni sociali diverse, che possono sembrare incomprensibili se paragonate a quella in cui viviamo. Ad esempio, l'idea della schiavitù ci offende, ci indigna, ma la schiavitù ha segnato l'intero bacino del Mediterraneo durante i secoli dell'antica Grecia e di Roma e, ancora più tardi, l'Europa moderna, all'epoca dell'abominevole tratta di milioni di schiavi catturati in Africa dalle potenze europee per coltivare il cotone nelle loro colonie d'America, tra l'altro.

D'altra parte, alcune società studiate da etnologi possono sembrare incredibili a tutti coloro che pensano che l'oppressione, la disuguaglianza e la proprietà privata siano inevitabili. Tra i San (l'altro nome dei boscimani) dell'Africa del sud, la selvaggina abbattuta è sistematicamente distribuita. E la condivisione è fatta da chi ha fabbricato la freccia, che non è necessariamente colui che l'ha tirata, poiché le frecce circolano tra i cacciatori.

Eppure tutte queste società sono costituite da un'unica specie umana, perché non c'è alcuna differenza biologica fondamentale tra i San, gli esseri umani dei periodi della schiavitù, padroni o schiavi, e noi.

Così come, d'altronde, non esiste alcuna differenza biologica tra noi e le donne e gli uomini che hanno dipinto sulle pareti delle grotte di Lascaux in Dordogna, di Altamira in Spagna e in molti altri luoghi 15.000, 20.000 o 30.000 anni fa. Siamo la stessa specie biologica: lo abbiamo imparato dallo studio dei fossili. La biologia ha definitivamente dimostrato l'impossibilità di definire le razze umane, tanto nel passato di Homo sapiens quanto oggi. Mentre ognuno di noi è diverso e unico, ci sono legami di parentela che in una certa misura uniscono tutti gli abitanti della terra.

L'estrema diversità di tutte queste società, passate e presenti, può sembrare casuale. Ma è la caratteristica dell'approccio scientifico cercare leggi proprio dove il caso sembra dominante.

Gli esseri umani hanno una coscienza e agiscono secondo i loro propri pensieri, ma molte delle conseguenze delle loro azioni e decisioni sfuggono loro. Le scelte individuali seguono motivazioni estremamente diverse tra loro. La direzione in cui evolve la società è solo il risultato di tutte queste scelte, di tutte queste azioni che non sono coordinate se non in rare occasioni. Ed anche quando lo sono, il loro risultato spesso differisce notevolmente da quanto ci si aspettava o si sperava.

Questo perché la coscienza con cui gli individui agiscono è generalmente solo relativa, se non altro perché conoscono e, nel migliore dei casi, comprendono solo una parte della società in cui vivono. E nonostante il loro libero arbitrio, le loro scelte derivano in realtà da molteplici fattori sociali e pressioni di cui in genere non sono chiaramente consapevoli.

Per citare uno dei divulgatori del marxismo in Russia alla fine del XIX secolo, Plekhanov, "l'attività umana è definita (...) non come un'attività libera, ma come un'attività necessaria, cioè conforme a delle leggi e che può essere oggetto di studio scientifico".

Cercare di identificare tali leggi non significa che gli esseri umani non possano controllare il loro destino. Al contrario, essendo consapevoli dei meccanismi dell'evoluzione delle società, possiamo cercare di agire consapevolmente sulla società in cui viviamo. Conoscere le leggi di gravità non ha mai permesso di sfuggire a queste ultime, e gli uomini cadono per terra oggi quanto prima delle scoperte di Galileo, Newton ed Einstein. Ma la scoperta di queste leggi ha permesso di far volare aerei, poi di inviare uomini nello spazio e sulla Luna.

Le forze produttive: la base di ogni organizzazione sociale

A differenza di altre specie animali, anche di quelle la cui esistenza è governata da un'organizzazione collettiva, gli esseri umani hanno trasformato il loro ambiente, più o meno radicalmente a seconda delle società considerate: poco o molto poco per i cacciatori-raccoglitori, nettamente di più per i contadini, e notevolmente di più per la moderna società capitalista, con la comparsa della grande industria, dove praticamente tutto ciò che ci circonda, anche ciò che spesso viene abusivamente definito naturale, è in realtà il prodotto del lavoro umano. E sarebbe necessario aggiungere, per essere più completi: il risultato di una catena di operazioni che oggi coinvolge l'attività trasformatrice di gran parte dell'umanità!

La vita umana ed anche la sopravvivenza sono da sempre direttamente legate alla capacità di usare e trasformare la natura per produrre cibo, riparo, alloggio e vestiario, e per soddisfare molti altri bisogni più complessi generati dallo sviluppo della società stessa: muoversi, scambiare oggetti e idee, trasmettere conoscenze, prendersi cura dei malati e dei feriti... Ogni società ha risposto a questi problemi, o almeno ai più essenziali di essi, secondo i propri mezzi; mezzi caratterizzati principalmente dal grado di tecnicità, dalle conoscenze e dall'esperienza di ogni gruppo umano in un dato momento.

Le società di cacciatori-raccoglitori hanno generalmente un livello tecnologico molto basso. Naturalmente, persi nella boscaglia del Sudafrica, è meglio trovarsi in compagnia di un San che conosce la flora e la fauna locali, che sa trovare il modo per vivere in un ambiente che ci sembra vuoto e desertico, piuttosto che trovarsi soli con un ingegnere di fisica nucleare. Ma questo non toglie che la debole capacità di queste società primitive di trasformare la natura che le circonda le ponga spesso al limite della sopravvivenza. Di queste società, che soffrono regolarmente periodi di carestia, sono conosciute d'altronde solo quelle che sono sopravvissute. Molte altre sono scomparse. Tra i cacciatori-raccoglitori, in generale, c'è un'eccedenza -surplus- molto ridotta, ad ogni modo molta poca eccedenza durevole che permetta l'accumulazione e quindi l'evoluzione.

Per milioni di anni, per garantire la loro sussistenza, i nostri lontani antenati si accontentavano di raccogliere piccoli animali, di raccogliere carogne e di cacciare. Di questi uomini sono state ritrovate tracce: scheletri, utensili e anche, a partire da un'epoca più recente, delle pitture. E nel corso di questa evoluzione, ad una scala di tempo considerevole, gli archeologi hanno visto la traccia di un progresso tecnologico molto lento ma fondamentale.

Gli strumenti che sono stati trovati mettono in evidenza questa evoluzione delle tecniche. La pietra, l'unico materiale conservato per i periodi più lontani, è stata lavorata con crescente efficienza. Gli specialisti hanno stimato che se gli uomini ricavavano dieci centimetri di tagliente da un chilo di materiale 2,5 milioni di anni fa, essi ottenevano quaranta centimetri di tagliente, quattro volte di più, due milioni di anni dopo, 500.000 anni fa. Furono due metri 40.000 anni fa, e più di sei metri circa diecimila anni dopo!

Questo aumento dell'efficienza del taglio della pietra riflette molti cambiamenti. In primo luogo, i cambiamenti legati all'evoluzione biologica, perché da Homo habilis a Homo sapiens e Homo erectus, la dimensione del cervello dei nostri antenati è aumentata in modo significativo, più che raddoppiando. Durante questi 2,5 milioni di anni, l'umanità si è diffusa in tutti i continenti, adattandosi ad ambienti molto diversi tra loro. Da tempo ridotta, nel continente africano, a piccoli gruppi che vivevano di raccolta e si nutrivano di carogne, l'umanità è riuscita ad acclimatarsi alle latitudini più fredde attraverso la diversificazione dei suoi utensili e delle sue attività, le cui fasi più significative sono state il controllo del fuoco, attestato da 500.000 anni, e la pratica della caccia, rivelata dalle armi da lancio di 400.000 anni fa.

Nel corso delle ultime decine di migliaia di anni, gli utensili si sono gradualmente diversificati e specializzati: aghi a cruna in osso o corno di renna per la produzione di abiti, canoe e arpioni, propulsori di lance...

Ancora più spettacolare è stato il periodo di adattamento ai cambiamenti climatici avvenuti 13.000 anni prima della nostra era. In meno di 5.000 anni, da -2.000 a -7.000, si diffuse l'uso dell'arco a freccia, di reti da pesca, trappole da caccia, la pratica della navigazione e, in alcune zone, la produzione di ceramiche per la cottura e la conservazione di alimenti. Fu anche in questo periodo che il cane, addomesticato da lungo tempo, fu utilizzato per la caccia. Infine, ci furono due delle scoperte più eccezionali della storia dell'umanità: l'agricoltura e l'allevamento.

Possiamo quindi vedere che, mentre le prime tecniche sviluppate dall'umanità sono progredite molto lentamente, il ritmo di questi progressi non ha cessato di accelerare. Ogni scoperta ha aperto, per gli esseri umani, nuove possibilità di migliorare il controllo del loro ambiente; ognuna ha fatto progredire quelle che potrebbero essere definite le forze produttive primitive dell'umanità.

Accanto al cambiamento tecnologico, altre tracce lasciate da queste società attestano il progresso della consapevolezza che queste donne e questi uomini avevano di se stessi e del mondo che li circondava.

Da oltre 100.000 anni, gli esseri umani piangono i loro morti attraverso rituali, come dimostra la scoperta delle loro prime tombe. E sono passati almeno 30.000 anni da quando il loro senso artistico è stato espresso dagli affreschi, pitture rupestri che ci offrono un quadro della ricchezza della loro vita spirituale. Recenti ricerche hanno anche messo in discussione l'idea che questi dipinti fossero opera esclusiva degli uomini. Infatti, studiando le impronte negative delle mani in diverse decine di grotte del sud-ovest dell'Europa, un gruppo di ricercatori ha affermato che, poiché la morfologia di queste mani permette di determinare l'età e il sesso del pittore, i tre quarti di tali impronte sono femminili. Numerose sono anche le statuette, risalenti a questo stesso periodo e presenti in vari luoghi, fra cui molte figurine femminili in terracotta o pietra che gli studiosi della preistoria hanno chiamato "Venere".

Oggi è impossibile dire con precisione come vissero i primi ominidi e poi i primi uomini; come questi piccoli gruppi sparsi si organizzarono durante il lunghissimo periodo che abbiamo appena citato e che chiamiamo Paleolitico. Ma c'è quasi unanimità tra gli studiosi della preistoria nel considerare che il loro stile di vita doveva assomigliare a quello dei cacciatori-raccoglitori delle società che conosciamo oggi, proprio perché il loro modo di sussistenza è simile al loro. Dovevano essere società molto egualitarie, senza profonde differenziazioni tra i loro membri se non tra uomini e donne, a causa della maternità, o tra giovani e anziani, per ovvie ragioni.

Molti studiosi della preistoria hanno parlato di "comunismo primitivo" in questa fase della storia umana. Non si tratta di vedere in queste società di cacciatori-raccoglitori un paradiso perduto, né di idealizzare ciò che sappiamo e possiamo immaginare sulle relazioni tra i loro membri. In queste società di relativa scarsità, la vita era spesso molto precaria. Il termine "comunismo primitivo" illustra semplicemente l'idea che in una fase molto precoce di sviluppo delle forze produttive, le società umane non potevano organizzarsi se non in un modo molto egualitario, e in primo luogo perché la sopravvivenza di ciascuno dipendeva direttamente dalla sopravvivenza del gruppo.

Successivamente, l'umanità ha visto una successione di molte altre organizzazioni sociali, tutte caratterizzate dalla differenziazione sociale e dalle disuguaglianze. La diversità e soprattutto l'evoluzione di queste società possono essere comprese solo ragionando innanzitutto a partire dal grado di sviluppo delle forze produttive di ciascuna di queste organizzazioni sociali.

La rivoluzione neolitica e la comparsa delle classi sociali

È tra - 10 000 e - 7 000, nel Medio Oriente, nella regione nota come Mezzaluna Fertile, che troviamo le prime popolazioni ad avere la padronanza dell'agricoltura e dell'allevamento. La definizione di questa area geografica, dove si è verificato uno dei più grandi sconvolgimenti della storia dell'umanità, è evoluta con le scoperte archeologiche. Oggi, gli archeologi ritengono che questa zona si estenda dalla Valle del Giordano in Palestina fino al sud-est dell'attuale Turchia e a nord delle pianure del Tigri e dell'Eufrate, ai piedi della catena montuosa iraniana Zagros.

Poi, e in modo indipendente, l'agricoltura e l'allevamento comparvero in altri focolai: nel sud-est asiatico tra -8.000 e -5.000; nel nord-est cinese oggi tra -8.000 e -6.500; in Sudamerica tra -7.000 e -3.000; in quello che oggi è il Messico tra -7.000 e -4.500; anche l'Africa sub-sahariana ha vissuto un proprio centro di diffusione di questa nuova economia tra -3.000 e -1.000 a. C.. Da questi molteplici focolai, in pochi millenni, l'agricoltura si diffuse quasi ovunque sul pianeta. In Europa, già popolata da cacciatori-raccoglitori di precedenti migrazioni venute dall'Africa, l'agricoltura arrivò con popolazioni originarie del Medio Oriente. Raggiunse l'estremità occidentale dell'Europa, verso - 5 400, il livello dell'attuale Portogallo, verso - 4 800 il livello dell'attuale Bretagna e verso - 4 000 il livello dell'attuale Inghilterra.

Sappiamo che alcune popolazioni avevano rotto con lo stile di vita nomade prima dell'emergere dell'agricoltura e dell'allevamento. Così i Jomons della costa occidentale del Giappone, che si pensa siano diventati sedentari già 7.000 anni fa. Queste popolazioni vivevano allora delle risorse della foresta e della pesca che portavano loro una certa abbondanza. Scoprirono anche la ceramica, che fece la sua apparizione nel Medio Oriente solo dopo l'invenzione dell'agricoltura. È anche probabile che il passaggio all'agricoltura sia dovuto al fatto che alcune popolazioni nomadi di cacciatori-raccoglitori, i Natufiani nel Medio Oriente, si erano abituate a stabilirsi periodicamente in luoghi ricchi di prodotti della natura e dove anche pascolavano regolarmente mandrie brade.

Selezionando tra le piante che raccoglievano quelle da cui ricavavano più cibo e più facilmente, avrebbero realizzato inconsciamente una selezione: nel Medio Oriente, cereali (grano, orzo e segale) e anche lenticchie, ceci e lino. Lo stesso fenomeno di addomesticamento e selezione si è verificato sicuramente con gli animali selvatici più docili. Così le prime selezioni artificiali di specie fatte dall'uomo sono state realizzate, infatti questi cacciatori-raccoglitori agivano inconsciamente come primi agricoltori e allevatori.

Se per alcune popolazioni la sedentarizzazione ha quindi preceduto l'agricoltura, e l'ha addirittura precipitata, è invece l'adozione consapevole dell'agricoltura e dell'allevamento poi la propagazione di questo modo di sussistenza che ha portato alla sedentarizzazione di quasi tutta l'umanità.

Nello stesso periodo si sviluppò una nuova tecnologia nella lavorazione della pietra, la levigazione, che dà il nome a questa nuova fase della storia dell'umanità: il Neolitico o l'età della pietra nuova (o età della pietra levigata). Eliminando i punti di fragilità, la levigatura di un'ascia in pietra aumenta in modo significativo la sua resistenza agli urti. Ciò ha portato allo sviluppo di una serie di strumenti per la lavorazione del legno. Dotate di asce in pietra levigata, le prime popolazioni agricole furono in grado di conquistare nuove terre per le colture e il bestiame disboscando le foreste.

La prima agricoltura di superfici boschive è dovuta alla tecnica nota come "abattis-brûlis" (disboscamento e incendio). Si trattava di creare una radura nella foresta abbattendo gli alberi più fragili, senza togliere neanche il ceppo. Le foglie, i rami e i tronchi morti, una volta essiccati, venivano bruciati in loco, in modo che gli elementi nutritivi contenuti nelle ceneri fecondassero il terreno.

Dopo due o tre anni di coltivazione, il terreno era lasciato alla ricrescita della foresta, che in pochi decenni ne ripristinava la sua naturale fertilità. Questa tecnica avrebbe avuto un tale successo da provocare un forte boom demografico nelle popolazioni del Neolitico, al punto da scontrarsi con i limiti di questo sistema. Si ritiene infatti che il disboscamento di questo periodo abbia contribuito alla deforestazione della sponda mediterranea e alla desertificazione di alcune regioni subtropicali calde e poco irrigue del Medio Oriente.

Questi risultati sono serviti da base per lo sviluppo di metodi agricoli più efficienti, come l'irrigazione, la risicoltura o il miglioramento del sistema di maggese, a seconda delle regioni.

Questa capacità di superare i fallimenti, di superare i limiti, questa flessibilità, questa creatività dimostrata dall'umanità agli albori della civiltà, sono state anche la conseguenza dell'aumento del numero di esseri umani. L'alimentazione più regolare e cospicua e lo stile di vita sedentario hanno portato ad un aumento significativo della fertilità delle donne. Si stima che la popolazione mondiale, composta da pochi milioni di persone in passato, sia salita a quasi 50 milioni nel Neolitico.

Ciò ha comportato uno spettacolare aumento delle forze produttive. Le trasformazioni sociali furono tali che un archeologo australiano del periodo tra le due guerre, Vere Gordon Childe, usò l'espressione "Rivoluzione Neolitica" per caratterizzare questo sconvolgimento.

Non dover più spostare il proprio accampamento costantemente o secondo le stagioni cambiò radicalmente l'esistenza degli esseri umani. Essere in grado di stabilirsi durevolmente permise di immagazzinare cibo per anticipare le cattive giornate e i cattivi raccolti. Ciò permise anche di accumulare utensili e quindi di disporre di strumenti di lavoro più vari, più adeguati e più efficaci. Alcune tribù nomadi di cacciatori-raccoglitori hanno solo un semplice strumento polivalente: gli aborigeni del centro desertico dell'Australia, per esempio, hanno un propulsore che usano per lanciare il loro proiettile, ma la cui forma è tale che serve loro anche da contenitore e da piccolo utensile per lavorare il legno. Con la sedentarizzazione, la diversificazione degli utensili prese un notevole sviluppo.

La storia delle molteplici origini dell'agricoltura e dell'allevamento nelle diverse regioni del mondo dimostra che non sempre le scoperte si sono susseguite nello stesso ordine. La Rivoluzione Neolitica fu un insieme di invenzioni e mutazioni che si costruirono l'una sull'altra, come gli utensili in pietra levigata, la ceramica, la vita sedentaria, la conservazione degli alimenti, e che portarono alla pratica dell'agricoltura e dell'allevamento o che li seguirono. Questo fondamentale cambiamento qualitativo è stato un cambiamento radicale del modo di produzione.

La rivoluzione neolitica, frutto dello sviluppo tecnico dell'umanità, ha profondamente cambiato l'umanità stessa, non biologicamente ma socialmente.

L'aumento della produttività del lavoro umano ha portato alla crescita demografica e ha messo in luce, per la prima volta nella storia dell'umanità, su larga scala ed in maniera durevole, quella che Marx ha definito sovrapproduzione sociale. Il lavoro permise ormai non solo di garantire la sussistenza di tutti i membri della società, ma anche di accumulare nel senso generale del termine: di accumulare cibo, ma anche di accumulare ricchezza sociale in modo più sottile, consentendo ad alcuni membri della società di impegnarsi in tutto o in parte in attività diverse da quelle necessarie per la produzione di cibo.

La comparsa dei primi artigiani specializzati e dei primi intellettuali mostra la creazione di una divisione del lavoro permanente e istituzionalizzata.

Questa trasformazione fondamentale ha segnato definitivamente tutte le società umane. La divisione del lavoro è stata la base del progresso perché ha permesso la specializzazione, il progresso delle conoscenze e dell'esperienza e la loro trasmissione. Una parte considerevole del formidabile aumento delle forze produttive fu infine contenuta in questa divisione del lavoro e nel cambiamento di mentalità che essa implicava, cioè nell'esperienza di ognuno organizzata sulla scala dell'intera società. Questa divisione del lavoro portò alla prima urbanizzazione, la prima grande divisione tra città e campagna. La civiltà doveva emergere da quella che è stata chiamata la "rivoluzione urbana".

È in questo contesto e su questa base che si è imposta la proprietà privata dei mezzi di produzione, a partire da quella della terra; che si sono radicate le disuguaglianze sociali; che si è stabilito lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo e che la società è stata divisa in classi sociali. Le forze produttive dovevano infatti aver raggiunto un livello di sviluppo tale da consentire l'emergere di un eccesso di prodotto economico sufficientemente regolare e sicuro per la costituzione di una divisione avanzata delle classi sociali e del lavoro, con gli sfruttati e gli sfruttatori.

La proprietà privata dei mezzi di produzione e lo sfruttamento fecero entrare l'umanità nell'era delle società di classe con tutto ciò che questo implica in termini di oppressione e di violenza istituzionalizzate. Ma, dato il grado di sviluppo delle forze produttive, questo "male", se possiamo chiamarlo così, fu essenziale perché le società umane continuassero a progredire.

Questo può essere visto, ad esempio, nella storia dell'antico Egitto. 6.000 anni fa, sulle rive del Nilo, gli uomini adattarono la loro agricoltura alle piene del fiume e ai fertili depositi di limo. Gli archeologi hanno scoperto tracce dei primi villaggi di queste popolazioni. Inizialmente l'agricoltura si svolgeva solo ai margini delle zone golenali, coltivate subito dopo la ritirata dell'acqua. In una seconda fase, sono stati costruiti bacini di raccolta per le alluvioni, elevando semplici dighe. Ciò ha permesso di trattenere l'acqua per umidificare e portare alluvioni nelle aree coltivate. In una terza fase sono stati costruiti bacini di raccolta successivi, collegati tra loro, dalle rive del fiume allontanandosi sempre più verso il deserto. In seguito furono costruiti dei bacini di raccolta collegati, non allontanandosi verso il deserto, ma lungo il fiume, parallelo ad esso, per assicurare un riempimento uniforme di questi serbatoi d'acqua. Infine, lungo il Nilo sono state costruite grandi dighe protettive e grandi canali hanno collegato i bacini di raccolta successivi dall'alta valle del Nilo fino al suo delta. Le fasi di questa architettura idraulica, che si sono svolte nel corso di quasi mille anni, hanno permesso di distribuire acqua e limo in tutta la valle.

Una storia sociale ed anche politica dei regni egiziani può essere abbinata all'evoluzione dell'organizzazione tecnica di questa agricoltura. Ecco cosa ha scritto in proposito l'antropologo e specialista di storia agraria Marcel Mazoyer: "(...) le tappe principali dello sviluppo di questi impianti idraulici e della gestione coordinata dell'alluvione su parti sempre più estese della valle coincisero con le tappe dello sviluppo di forme sempre più potenti di organizzazione sociale e politica, capaci di estendere il loro potere idraulico ai territori corrispondenti: borghi sparsi lungo la valle e ai margini del delta all'inizio del VI millennio a. C.; città-stato elementari che dominano un piccolo tratto di valle, poi città-stato più potenti che dominano un'intera pianura alluvionale tra due stretti passi della valle, verso la metà di questo millennio; grandi regni che uniscono diverse città e dominano diverse pianure alluvionali, poi due regni (quello dell'Alto Egitto corrispondente alla valle stessa, e quello del Basso Egitto corrispondente al delta) nella seconda metà dello stesso 6 ° millennio; infine, poco più di 5 000 anni fa, la formazione dello Stato faraonico che unisce i due regni. Dopo di che, per 3.000 anni, circa 200 faraoni appartenenti a trenta dinastie regnarono più o meno pienamente su questi due Regni: i periodi di prosperità (Vecchio Impero, Medio Impero e Nuovo Impero) coincidevano con una forte concentrazione di potere, e i periodi di decadenza (periodi intermedi e Bassa Età) coincidevano invece con l'indebolimento e la disgregazione del potere centrale".

Così, in Egitto 6.000 anni fa, i contadini, che coltivavano le zone liberate dal deflusso delle acque lungo il Nilo, lavoravano appezzamenti di terreno concessi loro dal faraone, proprietario della terra. In cambio, avevano dovuto eseguire lavori pesanti per effettuare la manutenzione degli impianti idraulici e costruire i templi, tombe e piramidi. Tasse in natura erano riscosse per soddisfare i bisogni del faraone, del suo seguito, del clero e dell'amministrazione civile e militare, nonché per nutrire i lavoratori e gli artigiani dello Stato, o per costituire scorte di sicurezza per far fronte alle irregolarità delle piene del fiume.

Il caso dell'antico Egitto mette in luce una nuova istituzione nella storia dell'umanità: lo Stato, un'istituzione che si eleva al di sopra della società, per dominare le contraddizioni nate dallo sviluppo di classi sociali con interessi opposti. In Egitto, con lo sviluppo di un'agricoltura sempre più sofisticata, che richiedeva una gestione delle piene del fiume su scala sempre più vasta, si era resa necessaria un'organizzazione sociale sempre più ampia. L'unificazione dei villaggi, poi delle città-stato, sotto il controllo di un potere centrale fu una necessità, imposta dalla gestione delle piene del Nilo, per condividere l'acqua lungo i mille chilometri che il fiume percorre da Assuan al Mediterraneo. E il regno meridionale, che poteva controllare l'irrigazione del regno settentrionale perché si trovava a monte del fiume, impose il suo dominio e poi l'unificazione del paese circa 3.200 anni prima della nostra era.

Un'altra ragione, più generale, fece che la costituzione di grandi imperi come l'Egitto corrispondeva al livello delle forze produttive, in un momento in cui la produttività del lavoro umano, cioè soprattutto la produttività agricola, rimaneva molto bassa, poiché gli strumenti dei contadini egiziani furono per molto tempo fatti in pietra o in legno. La produzione su larga scala permetteva, nonostante i bassi rendimenti unitari, di generare eccedenze sufficienti per mantenere un piccolo strato di sfruttatori, nonché degli artigiani e degli operai necessari ad una popolazione numerosa e ad un'organizzazione altamente sviluppata per quel tempo.

Nell'antico Egitto, questa piccola minoranza che viveva del lavoro della stragrande maggioranza aveva un ruolo essenziale, soprattutto la casta di coloro che dovevano gestire l'irrigazione sulla base della conoscenza del regime delle acque del Nilo. Osservando attentamente e meticolosamente le stelle, furono i primi, all'inizio del III millennio a. C., a notare che le stesse costellazioni, che sembrano muoversi ogni notte, ritornano esattamente nello stesso luogo del cielo ogni 365 giorni. Inventarono così il primo calendario esatto, non più basato sui mesi lunari, il ché dava un calendario costantemente spostato rispetto alle stagioni, ma sulle stelle, e quindi indirettamente sul sole, il ché permetteva previsioni reali sui fenomeni naturali, come l'inizio delle piene del Nilo.

Sono stati anche questi sacerdoti amministratori, quelli egiziani come poco prima di loro i loro omologhi sumeri della Mesopotamia, e per le stesse ragioni di gestione e di amministrazione dello Stato e dell'economia, ad inventare la scrittura nel III millennio a. C.: i caratteri cuneiformi in Sumeri, i geroglifici in Egitto.

Ideologie e socialismo

Le società di classe, di cui l'antico Egitto e la Sumeri erano stati grandi precursori, si stavano sviluppando al ritmo della progressione delle forze produttive e dei conflitti tra classi sociali, tra sfruttatori e sfruttati. Come hanno riassunto Marx ed Engels all'inizio del Manifesto Comunista: "La storia di ogni società fino ad oggi non è stata altro che la storia della lotta di classe".

Marx esprimeva così il legame tra le forze produttive di una data società e ciò che chiamava la sovrastruttura ideologica: "... Nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, rapporti di produzione che corrispondono ad un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. Tutti questi rapporti di produzione costituiscono la struttura economica della società, la base concreta su cui si costruisce una sovrastruttura giuridica e politica e a cui corrispondono specifiche forme di coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona il processo della vita sociale, politica e intellettuale in generale. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere; è viceversa il loro essere sociale che determina la loro coscienza".

Religioni, idee di nazione, democrazia, repubblica e anche l'idea di socialismo... tutte le ideologie sono l'espressione di una realtà sociale. "Le idee non cadono dal cielo, e nulla ci viene in mente in sogno", diceva uno dei primi marxisti italiani alla fine dell'Ottocento, Antonio Labriola. E se le idee hanno un pubblico, sono assorbite da migliaia, milioni di esseri umani, è perché rispondono ad una necessità sociale.

Prodotti di società divise in classi, le ideologie, raggruppando e mettendo in moto in modo coordinato masse di individui, agiscono su questa realtà sociale.

Alcune idee sono rivoluzionarie e progressiste, perché portano gli elementi del futuro della società, annunciano e preparano il suo ulteriore sviluppo. Altre idee invece, reazionarie, esprimono il peso del passato e rallentano lo sviluppo storico, anzi cercano di respingerlo indietro. Molto spesso, le prime idee sono portate dalle classi sociali che rivendicano il potere e le seconde da coloro che già lo hanno e cercano di conservarlo. Ma la realtà sociale non cessa di cambiare, e la stessa idea, rivoluzionaria nei suoi inizi, può diventare reazionaria con l'evoluzione della lotta di classe.

Le idee repubblicane moderne furono portate avanti dalla borghesia che lottava per liberarsi dal potere nobiliare. Ci furono prima le repubbliche urbane borghesi del Medioevo, dove dominavano le ricche famiglie patrizie e dove i piccoli non avevano voce in capitolo. All'interno delle città medievali, quando queste erano riuscite a sfuggire al potere del signore locale, la borghesia era di casa. Era la classe dirigente e la repubblica basata sul censo forniva un quadro istituzionale adeguato alla sua dominazione collettiva. Nelle battaglie successive, questa volta sulla scala non di una città, ma di un regno, la borghesia ha messo secoli per sentirsi abbastanza forte da rivendicare il potere, e a maggior ragione un potere che non avrebbe dovuto condividere. Nella lotta per l'indipendenza delle province unite, gli antenati dei Paesi Bassi, alla fine del 16 ° secolo, la borghesia ebbe bisogno di mettere un nobile a capo della sua rivolta e poi del suo stato. Mezzo secolo dopo, in Inghilterra, dopo una repubblica di breve durata guidata da Cromwell, la borghesia ancora troppo debole preferì condividere il potere con l'aristocrazia, sotto la copertura della monarchia.

Fu solo con la Rivoluzione francese del 1789, sotto la pressione degli eventi, e soprattutto delle classi popolari in effervescenza, che la borghesia portò a termine la lotta e fondò la repubblica. Ma anche in Francia questa repubblica ha impiegato quasi un secolo per affermarsi. Perché, dopo aver preso le redini del potere, la borghesia diffidava delle mobilitazioni popolari, del rischio che esse potessero essere più facilmente espresse nel quadro di una repubblica. Per tutto il XIX secolo, la maggior parte della borghesia ha mostrato la sua simpatia per la monarchia e le divergenze tra borghesi si esprimevano attraverso le varie tendenze monarchiche.

L'idea di nazione è stata anche portata avanti dalla borghesia. Di fronte a Stati feudali frammentati, con barriere doganali multiple che permettevano ad una nobiltà parassita di assicurarsi il proprio reddito, la borghesia sventolava la bandiera dell'unità nazionale. Questo nazionalismo del XVIII e XIX secolo fu progressista: economicamente, perché significava la soppressione dei particolarismi regionali e la creazione di un mercato nazionale molto più grande e unificato, ma anche politicamente, perché rappresentava lo stendardo della lotta contro l'Ancien Régime. Ma una volta assicurato il potere politico della borghesia, il nazionalismo divenne lo stendardo del dominio borghese e dell'oppressione dei popoli sottomessi alla nazione borghese dominante. Con la corsa coloniale che segnò la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, il nazionalismo divenne lo stendardo delle rivalità tra le grandi potenze imperialiste per la spartizione del mondo. Il nazionalismo è sempre stato un'ideologia della borghesia ed è evoluto con essa: da progressista quando la borghesia spazzò via il vecchio ordine feudale, è diventato profondamente reazionario, da quando la borghesia lo usa per contrassegnare il suo potere sul mondo e dividere i proletari tra di loro.

Dire che queste ideologie sono quelle della borghesia non significa che tutti i borghesi di tutti i tempi le abbiano difese, né che solo i borghesi le possano riprendere. Significa che esse corrispondono agli interessi generali della classe borghese, poiché le idee devono necessariamente fare affidamento su gruppi di individui, classi che hanno interessi comuni, perché "le idee non cadono dal cielo".

Queste ideologie, conformi agli interessi di una classe dirigente, vengono diffuse con molti mezzi e inondano le coscienze, anche quelle di gran parte degli sfruttati. Lo vediamo ogni giorno nella società capitalista. Ma questo era anche il caso per la borghesia prima che arrivasse al potere. Anche lei si trovò soggiogata dalle idee della classe allora dominante, la nobiltà: la commedia di Molière Le Bourgeois gentilhomme (Il borghese gentiluomo), che descrive un borghese che sogna di diventare nobile, ne è la testimonianza!

Il proletariato, nato dalla Rivoluzione Industriale, fu una classe combattiva praticamente fin dalla sua comparsa. Anche se le sue lotte non erano inizialmente volte ad assumere la leadership della società, ha almeno cercato di difendere i suoi interessi immediati in quanto classe distinta dalle altre. Le prime lotte del proletariato in Inghilterra nella prima metà del XIX secolo non possono che impressionare tutti coloro che oggi si sentono dalla parte dei lavoratori. Nel corso delle sue lotte, la classe operaia è stata sempre più in grado di presentare i propri interessi e le proprie idee.

Il proletariato oppose molto presto l'internazionalismo al nazionalismo della borghesia. Poiché il capitalismo, spingendo nella povertà milioni di lavoratori in tutto il mondo, ha messo proletari del mondo intero sulle strade e nelle imprese. La classe operaia non è una classe nazionale. È sempre stata composta da persone sfruttate provenienti da tutti i paesi, soprattutto dalle regioni e dai paesi più poveri, verso i centri più ricchi. Ma si è sempre il povero di qualcuno. E la ruota della storia sta girando: i paesi di emigrazione sono a volte diventati paesi di immigrazione e viceversa.

Di fronte al movimento repubblicano, il proletariato ha proposto il socialismo, cioè non una forma di organizzazione politica del potere, per di più nazionale, ma una forma di organizzazione della società e della produzione su scala mondiale. Al motto borghese "Gli uomini nascono liberi ed eguali in diritti", il movimento operaio risponde con la lotta per l'uguaglianza sociale, la fine dello sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo, e quindi il rovesciamento della borghesia, la sua espropriazione e la collettivizzazione dei mezzi di produzione.

Ma il movimento operaio non si limitava ad esprimere istintivamente idee corrispondenti ai suoi interessi immediati, anche generali. Nella storia, le classi precedenti hanno combattuto senza consapevolezza, o con una consapevolezza parziale dello sviluppo storico generale in cui la loro lotta si inseriva. La concezione materialista della storia, stabilita da Marx ed Engels alla vigilia dell'ondata rivoluzionaria che avrebbe travolto l'Europa nel 1848, portò al proletariato la consapevolezza dell'intero processo storico in cui si stava svolgendo la sua lotta. La classe operaia industriale stava emergendo, conducendo le sue prime lotte, e le idee del socialismo scientifico furono accolte da molti militanti operai "come un ospite atteso", per usare l'espressione di Marx. Con l'assimilazione del marxismo, il movimento operaio acquisì un'espressione politica consapevole del processo storico, e vi trovò un'arma indispensabile alla sua lotta per l'instaurazione di un nuovo ordine sociale.

Questa consapevolezza rendeva il movimento operaio marxista capace di lottare anche per rivendicazioni borghesi come la repubblica, l'unità e l'indipendenza nazionali quando queste avevano ancora un carattere progressista, ma preservando l'indipendenza politica del proletariato, e con la consapevolezza che si trattava di un'alleanza episodica, su un obiettivo preciso, con un nemico fondamentale, un nemico di classe.

Così, in Russia il partito bolscevico prese una parte notevole nella lotta contro lo zarismo, insieme ad altre forze, tra cui quelle borghesi. Lo fece senza ipotecare la posizione e gli interessi del proletariato, mantenendo l'indipendenza politica della classe operaia. E nel 1917, dopo aver sconfitto lo zarismo, ci vollero otto mesi di lotta di classe di un'eccezionale intensità politica perché il proletariato presentasse la propria candidatura al potere e lo strappasse alla borghesia, ma solo otto mesi e non un intero periodo storico.

Oggi siamo ben lontani da una situazione rivoluzionaria come quella della Russia nel 1917. Stiamo vivendo, da diversi decenni, una situazione di regressione importante del movimento operaio su scala mondiale. E come successe ogni volta che la classe operaia fu politicamente assente dalle lotte che erano condotte, innalzare lo stendardo del comunismo significa difendere delle idee contro corrente. Eppure, se il capitalismo del tempo di Marx, sviluppando il lavoro collettivo e le forze produttive, aveva gettato le basi economiche di un'organizzazione sociale superiore, oggi le condizioni oggettive per un'organizzazione socializzata della produzione su scala mondiale sono più che mature. Per produrre qualsiasi oggetto, devono essere coinvolti dei lavoratori di ogni angolo del mondo. Con gli attuali mezzi tecnici, degli edifici spettacolari sono costruiti ad una velocità fantastica. Scoperte scientifiche e prodezze tecnologiche mozzafiato si sviluppano, dal cuore artificiale alla sonda Rosetta. Di fronte a ciò che il progresso scientifico potrebbe portare a tutti gli abitanti del pianeta, la barbarie dell'attuale organizzazione sociale è tanto più ripugnante e indegna dell'umanità.

Per liberare le forze produttive e mettere il loro potenziale al servizio dell'interesse generale, sarà necessario espropriare la borghesia. L'unica classe sociale in grado di farlo è la classe operaia. Si concentra nelle imprese e nelle grandi città, dove si trovano i centri del potere. E a differenza del tempo di Marx, non è in una manciata di paesi che è presente, ma ovunque sulla superficie del globo. Come disse Marx, la classe operaia "non ha nulla da perdere se non le sue catene". E può e deve guidare il resto degli oppressi nella lotta per rovesciare la borghesia. Ma questo atto, o meglio ciò che milioni di proletari e sfruttati del mondo intero realizzeranno, non può che essere il risultato di una consapevole interrelazione collettiva.

Ed è per questo che è vitale difendere e diffondere le idee del socialismo scientifico, affinché si incarnino in lavoratori consapevoli, raggruppati in partiti e in un internazionale rivoluzionari, che rappresentino, per usare la formula di Trotsky, "l'espressione cosciente del processo storico inconscio, cioè dell'aspirazione spontanea e istintiva del proletariato a ricostruire la società su basi comuniste".

Non è raro sentirci dire che siamo utopisti. Ma tutta la storia dell'umanità, delle sue scoperte e trasformazioni sociali, è segnata da sconvolgimenti e rivoluzioni. Ogni volta che si avvicinava una tappa decisiva, il peso del passato ha pesato sulle idee e sulla volontà dei vivi. Fortunatamente, ci sono sempre stati individui consapevoli della necessità di rompere con il passato e che hanno avuto l'audacia di avanzare, il che significa sempre fare un salto nell'ignoto. Questi "utopisti" fecero in modo che le loro idee diventino realtà; le loro aspettative rispondevano infatti alle trasformazioni che stavano maturando nel profondo della società. Se si tratta di un'utopia, vi sono allora delle critiche che consideriamo come complimenti.

ALLEGATO : Sul determinismo e il caso nelle scienze naturali

La parola "caso" può significare cose molto diverse. I dadi lanciati in aria cadranno in una certa posizione e si può dire che questo è dovuto al caso. Questo perché i dadi vengono lanciati senza sapere esattamente in quale direzione, a quale altezza dal suolo e con quale movimento di rotazione iniziale. La conoscenza sufficientemente precisa di tutte queste informazioni, così come quella della durezza del terreno, permette, tenendo conto delle leggi della fisica, di determinare senza errori il risultato del tiro dei dadi. Naturalmente, una raffica di vento potrebbe perturbare questa previsione. Ma anche in questo caso, conoscendo con precisione la velocità e la direzione del vento, possiamo prendere in considerazione il suo effetto e fare ancora previsioni accurate. Nel caso semplice di questi dadi, il caso è quindi dovuto a una mancanza di informazioni iniziali ... divertente, perché il gioco non sarebbe più tale se dovessimo impegnarci nei calcoli di cui sopra.

All'inizio del XIX secolo, un botanico scozzese, Brown, aveva osservato al microscopio il movimento disordinato delle particelle di polline sulla superficie di un liquido. Per quasi cento anni, questo movimento non è stato capito. Ora sappiamo che questo movimento che sembra aleatorio - dal latino "alea" che significa "gioco dei dadi" - è in realtà dovuto agli incessanti urti delle molecole d'acqua sulle particelle di polline. Ogni urto di una molecola d'acqua sulla particella pollinica provoca un piccolo spostamento prevedibile con le semplici leggi della meccanica, ma il gran numero di urti nelle più svariate direzioni rende impossibile la previsione del movimento. Il caso è qui dovuto all'intervento di una quantità molto grande di perturbazioni successive. Prese singolarmente, hanno ciascuna un effetto prevedibile, è il loro numero elevato che rende imprevedibile l'intero fenomeno.

Il caso interviene anche nella trasmissione genetica dai genitori ai figli. La riproduzione sessuata è caratterizzata dal fatto che i geni di un individuo non sono semplicemente una replica dei geni di un genitore, come nella clonazione, ma una miscela e una selezione di geni provenienti da entrambi i genitori. Questa selezione dei geni dei genitori è fatta "a caso". Anche qui, dietro questo fenomeno, c'è una grandissima quantità di processi chimici che, presi tutti separatamente, sono assolutamente determinati, ma il cui risultato finale è imprevedibile. Questa possibilità non è in contraddizione con la legge dell'evoluzione delle specie, ne è anzi uno dei suoi elementi. Infatti, la selezione naturale, cioè l'effetto dell'ambiente, avviene sulla moltitudine di individui con i caratteri più vari proprio a causa di questa diversità legata alla riproduzione sessuata, e seleziona quelli che sono più adatti.

Un altro esempio della genetica può essere utilizzato per illustrare che, sebbene dei fenomeni possano avere conseguenze casuali, ciò non significa che i meccanismi che li generano non siano determinati.

È possibile identificare un individuo attraverso la sua sequenza genetica. Ma studiando in dettaglio le molecole di DNA delle sue cellule, e in particolare quelle dei suoi neuroni, ci rendiamo conto che queste non sono del tutto identiche. Leggere variazioni fanno che, per esempio, ogni neurone ha una molecola di DNA che gli è propria.

Questa variabilità ci sembra casuale, ma conosciamo il meccanismo che ne è responsabile. Si tratta dei cosiddetti "geni che saltano", che sono pezzi di DNA in grado, durante la divisione cellulare, di muoversi all'interno della molecola di DNA, e che introducono questa leggera variabilità del DNA da una cellula all'altra.

Così, se la conseguenza del fenomeno è casuale (ad esempio, il genoma di un determinato neurone è impossibile da prevedere con precisione), il meccanismo all'origine di questo risultato (lo spostamento dei "geni che saltano") è stato identificato ed è ben determinato.

In un libro in cui è ritornato sul materialismo e in cui evocava le "leggi generali del movimento, sia del mondo esterno che del pensiero umano", Engels scrisse: "In natura, e finora anche in gran parte della storia umana, [le leggi generali del movimento] trovano la loro strada solo inconsciamente, sotto forma di necessità esterna, nel mezzo di una serie infinita di casi apparenti".

Il determinismo nelle scienze non significa che tutto sia prevedibile, tanto meno che "tutto è scritto". Infatti le previsioni scientifiche sono fatte sulla base di leggi che sono dei modelli della realtà, elaborate sulla base del grado di conoscenza di questa stessa realtà raggiunto dall'umanità in un dato momento. Le leggi della scienza non sono assolute: la scienza avanza e con essa le sue capacità predittive.

Alla fine degli anni '70, è iniziato un dibattito sull'interpretazione di una teoria chiamata "teoria del caos", dibattito che è proseguito negli anni '90, raggiungendo un pubblico più ampio. Questa teoria, i cui primi elementi scientifici risalgono a prima della Prima guerra mondiale, modellizza i cosiddetti fenomeni caotici. In fisica, questo termine ha una definizione molto precisa: caratterizza sistemi estremamente sensibili alla minima perturbazione. Una perturbazione molto piccola può causare grandi variazioni. Le previsioni meteorologiche rientrano in questo contesto. È il famoso "effetto farfalla" del meteorologo americano Edward Lorenz, che illustrò il suo punto di vista sotto forma di una domanda: "Il battito d'ali di una farfalla in Brasile può causare un tornado in Texas? "

Durante questi dibattiti, alcuni autori, tra cui scienziati, hanno annunciato la rimessa in discussione del determinismo. Un famoso paleontologo americano, Stephen Jay Gould, estese questa visione alla teoria dell'evoluzione e cercò di ridurre il ruolo del darwinismo, di cui era pure stato un grande divulgatore, sostenendo che durante le centinaia di milioni di anni della storia della vita sulla terra, cataclismi come lo scontro di un asteroide con la terra aveva così sconvolto l'evoluzione che questa aveva solo un aspetto secondario. Ne concluse che il caso era il padrone dell'evoluzione.

Il ragionamento di Stephen Jay Gould ha arbitrariamente rimosso i cataclismi distruttivi dal processo evolutivo stesso. Ma senza mettere da parte gli effetti dei cataclismi, perché al contrario non cercare di tenerne conto come vincolo dell'ambiente, e cercare di capire perché e come alcune specie sono riuscite a resistere a questi cataclismi e altre no? Il suo approccio si basava su una scelta filosofica estranea all'approccio e all'argomentazione scientifiche.

Per quanto riguarda la stessa teoria del caos, i matematici e fisici che l'hanno fatta avanzare studiando da vicino i fenomeni caotici, che si trovano in molti campi diversi dalla meteorologia, hanno quantificato molto precisamente questa estrema sensibilità di alcuni sistemi alle perturbazioni iniziali. All'interno della loro teoria, non hanno mai rimesso in discussione il determinismo. È anche formalmente preso in considerazione in tutti i loro modelli. E gli sviluppi nella teoria del caos hanno permesso di migliorare le previsioni meteorologiche moltiplicando le misure.

I marxisti spesso hanno dovuto combattere l'influenza di concezioni idealistiche "alla moda". All'inizio del XX secolo, Lenin dovette combattere, nel movimento socialista, e non solo in Russia, contro l'influenza di concezioni idealistiche portate all'epoca da filosofi e scienziati come Avenarius e Mach. In questa occasione, ecco come poté riassumere la differenza tra materialisti e idealisti sul tema della causalità e del determinismo: "La questione veramente importante della teoria della conoscenza, che divide le correnti filosofiche, non è quanto siano precise le nostre descrizioni delle relazioni causali, né se queste possano essere espresse in una precisa formula matematica, ma se la fonte della nostra conoscenza di queste relazioni sia nelle leggi oggettive della natura o nelle proprietà della nostra mente, nella sua capacità di conoscere certe verità a priori, ecc. È proprio questo che separa per sempre i materialisti Feuerbach, Marx ed Engels dagli agnostici Avenarius e Mach (discepoli di Hume)".

Per finire, la fisica quantistica, sviluppata a partire dall'inizio del XX secolo per studiare il comportamento di componenti infimi della materia, le particelle elementari, ha dato origine ad un'interpretazione filosofica molto segnata dall'idealismo e dalla nozione di caso, un'interpretazione contro cui fisici come Einstein si sono battuti. Questo dibattito può essere evocato prendendo l'esempio della radioattività. Essa ha messo in rilievo il fatto che alcuni elementi chimici potevano disintegrarsi. E siamo stati in grado di misurare con grande precisione la durata di vita di questi cosiddetti elementi radioattivi. Così, un certo tipo di nuclei di carbonio, ad esempio i nuclei di carbonio-14, hanno una vita media di 5.734 anni. Gli archeologi usano d'altronde la misurazione della quantità di questi nuclei radioattivi contenuti in certe ossa, per datarle. Ma questi 5.734 anni sono una media. E mentre gli sviluppi della fisica quantistica sono in grado di spiegare perché i nuclei di carbonio-14 si disintegrano dopo questa durata media, non possono prevedere, per il momento, quando un particolare nucleo di carbonio-14 si disintegrerà.

Questo limite, che riduce ciò che la meccanica quantistica può prevedere a delle probabilità, è stato oggetto di un intenso dibattito tra i fisici per decenni ed ancora oggi. L'interpretazione filosofica dominante presuppone che la natura abbia un comportamento intrinsecamente e profondamente probabilistico. Che cosa c'è dietro questo comportamento che sarebbe dovuto ad un caso intrinseco nella natura? I sostenitori di questa opinione non rispondono. Altri fisici cercano e propongono teorie per completare l'attuale formalismo della fisica quantistica.

I dibattiti scientifici hanno generato e continueranno a generare interpretazioni filosofiche diverse. Ma il determinismo, inseparabile dal materialismo, riguarda la realtà materiale stessa, prima ancora della rappresentazione che ce ne facciamo. E le leggi scientifiche modellizzano e modellizzeranno questa realtà in modo sempre più preciso a seconda delle scoperte.