Di fronte al coronavirus: una classe dirigente in fallimento

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Di fronte al coronavirus: una classe dirigente in fallimento
15 aprile 2020

Da Lutte ouvrière, 15 Aprile 2020

La quarantena e i suoi imperativi portano coloro che affermano di avere idee comuniste rivoluzionarie a trovare il modo di continuare a diffondere le loro idee e ad agire, adattando i loro metodi alle circostanze.

Circostanze create dalla rapida diffusione di un virus precedentemente sconosciuto, ma in una situazione caratterizzata da una carenza di prodotti di base per la prevenzione come il gel idroalcolico o le maschere. Carenze anche negli ospedali, dai respiratori ai prodotti anestetici di base come il curaro e persino le tute per il personale infermieristico. L'intero sistema ospedaliero si è trovato impreparato ad affrontare una pandemia sconosciuta, dopo anni di indebolimento dovuto ad una politica deliberata, imposta dalla borghesia ai propri servitori politici dei governi che si sono succeduti: corsa al rendimento, sottomissione degli ospedali alla finanza, continua riduzione dei posti letto e del personale..... Tutto ciò ha spinto il personale degli ospedali o delle case di cura per anziani non autosufficienti, a mobilitarsi per mesi.

È ovvio che la crisi del coronavirus continuerà e che la fine della quarantena sarà rimandata, diffusa, frazionata. Macron ha appena fissato l'11 maggio come inizio di un processo di uscita dalla quarantena. Anche se questa data sarà difficile da mantenere, il fatto di indicarla mira soprattutto a rimuovere gli ostacoli di fronte a una ripresa delle attività delle grandi aziende, rivendicata rumorosamente dai rappresentanti dei grandi padroni. Anche le necessità pedagogiche evocate per giustificare l'apertura parziale delle scuole non nascondono la preoccupazione di "liberare" i genitori dalla responsabilità dei loro figli, in modo che possano tornare a farsi sfruttare.

La pandemia sarà sostituita dalla crisi economica già iniziata. Quest'ultima non risale certo alla comparsa del coronavirus! Ma la crisi del coronavirus sarà stata il fattore scatenante del suo brutale aggravamento.

Epidemia e contorsioni governative

Quello che accadrà nelle prossime settimane e forse nei prossimi mesi dipende sia dall'evoluzione della pandemia, che gli scienziati non sono per il momento in grado di prevedere, sia dall'interpretazione che il governo darà della pandemia.

Ciò che caratterizza la sua politica è un atteggiamento schizofrenico che lo porta a contorcersi per obbedire ai desideri delle grandi imprese, cercando di preservare l'opinione pubblica.

La volontà delle grandi imprese e dei grandi azionisti è stata appena espressa da Roux de Bézieux [presidente del MEDEF, analogo alla Confindustria, NdT]: la macchina del profitto deve essere riavviata il prima possibile. Molte aziende continuano a produrre, anche beni inutili o addirittura dannosi, nonostante la quarantena. Quelle che hanno chiuso per un po', hanno chiaramente la volontà di rimettere al lavoro i loro lavoratori. La PSA [Società Anonima Peugeot, NdT] in Francia è un caso emblematico. I maggiori trust automobilistici degli Stati Uniti stanno spingendo nella stessa direzione. Coronavirus o no, le leggi del mercato e della concorrenza continuano, e per le più grandi belve del capitalismo, il periodo e le sue incertezze offrono opportunità. Sarebbe ingenuo sorprendersi che vogliano usarle facendo pagare i loro lavoratori. Se c'è una permanenza nella storia del capitalismo da quando si è imposto come modo di produzione dominante, è proprio questo.

Quanto alla pressione dell'opinione pubblica, essa si manifesta in modo contraddittorio, con un allentamento della quarantena e, in senso opposto, con le reazioni degli ambienti scientifici. Il governo è combattuto tra la pressione dei padroni e quella degli ambienti scientifici, che disapprovano le sue mezze misure, le sue titubanze e, soprattutto, la sua incapacità di fornire agli assistenti sanitari le attrezzature di cui hanno bisogno. I due consigli scientifici, istituiti con funzioni diverse, servono da schermo al governo per giustificare le sue decisioni: non vuole assumersi la responsabilità politica delle dimissioni collettive di questi consigli, dimissioni di cui si parla.

Le attività politiche di Lutte Ouvrière

È in questo contesto che si collocano le attività politiche di Lutte Ouvrière. La nostra specifica attività nel campo della lotta di classe e del comunismo rivoluzionario non deve essere messa in secondo piano, né trascurata e ancora meno dimenticata. Fare attivismo in campo associativo è lodevole, e abbiamo molto rispetto per chi lo fa, e non solo oggi. Ma partecipare ai Restos du cœur [associazione che fornisce dei pasti gratuiti a persone indigenti, NdT] o a Droit au logement [associazione di lotta collettiva per i senzatetto, NdT] non è militare per la costruzione di un partito comunista rivoluzionario. Fortunatamente, migliaia di persone danno spontaneamente il loro tempo e le loro forze per attività sociali di volontariato.

Anche in questo caso, la crisi del coronavirus è rivelatrice. Ci sono tesori di iniziativa, immaginazione e volontà di lavorare per il bene della comunità, nel mondo del lavoro. Sono tesori sepolti, iniziative soffocate o spezzate dalla borghesia e dal suo Stato, dalla sua struttura sociale gerarchica dall'alto contro il basso. La gestione della società è monopolizzata dalla classe sociale i cui interessi sono agli antipodi di quelli della collettività. Questa classe infonde in tutta la società l'individualismo, il "ognuno per sé", che manda in decomposizione la vita sociale. La caratteristica delle rivoluzioni è quella di liberare la creatività degli sfruttati, e le nostre convinzioni di rivoluzionari si basano in gran parte su questo. Ciò può manifestarsi spontaneamente in altre circostanze, e dare origine ad atteggiamenti militanti. Invece, al di fuori dei periodi rivoluzionari, per l'appunto, ci sono infinitamente meno donne e uomini per continuare a tenere alta la bandiera dell'emancipazione sociale e per continuare a farne progredire la causa.

È importante continuare la nostra lotta dandoci i mezzi per farlo in maniera adatta ai vincoli della quarantena. E qui esiste un vasto campo per le iniziative, utilizzando le molteplici possibilità dei moderni strumenti di comunicazione. In fondo, tuttavia, non si tratta di una questione tecnica. Con diversi gradi di difficoltà a seconda del periodo e dei rapporti di potere tra le classi, il movimento operaio rivoluzionario è sempre riuscito a mettere in cammino le sue idee, per il motivo sostanziale che esse esprimono gli interessi di classe della maggioranza sfruttata.

Continuare a farlo è tanto più importante che, di fronte alla negligenza del governo, un numero maggiore di lavoratori rispetto ai tempi normali si pone domande e cerca risposte. È importante che possano sentire un punto di vista diverso da quello della stampa borghese o dei media legati allo Stato, per capire che l'incuria non è solo quella del governo ma quella di tutta l'organizzazione sociale basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, la corsa al profitto e lo sfruttamento.

La pandemia, e la quarantena che ne è la risposta in un contesto di scarsità dovuta al funzionamento capitalista dell'economia, saranno il fattore scatenante della crisi, ma anche un mezzo per nasconderla in larga misura. Il coronavirus sarà stato quello che è stato il crollo del mercato azionario del famoso Giovedì Nero del 24 ottobre 1929. E a giudicare dalle opinioni di alcuni

economisti, che sono totalmente incapaci di approfondire la causa fondamentale della crisi ma che hanno elementi per osservarla, quello che sta già accadendo sotto i nostri occhi è peggio di quanto non fosse allora.

Il giornale Les Echos [quotidiano francese di informazioni economiche e finanziarie, NdT] metteva in prima pagina il 7 aprile "Economia: uno shock storico" e dichiarava nel sottotitolo: "La crescita francese sarà la più debole dal 1945, secondo Bruno Le Maire" [ministro dell'economia, NdT], poi "Molti economisti stimano ora che il PIL diminuirà di oltre il 5% quest'anno, il doppio rispetto al 2009", e "Nel 2020 il virus farà sprofondare 68 paesi nella recessione".

La disoccupazione negli Stati Uniti è aumentata di 10 milioni di persone, e tutto questo nell'arco di due settimane! Una brutalità senza precedenti, anche nel 1929. Sappiamo che le statistiche sulla disoccupazione sono in gran parte false ovunque, e soprattutto negli Stati Uniti. Gli economisti dicono che l'indice di disoccupazione è salito in due settimane da poco meno del 4% della forza lavoro a quasi il 10%. Le cifre sono sbagliate, ma la tendenza che indicano è catastrofica.

Per inciso, la crisi che provoca il crollo di un certo numero di aziende capitaliste, si traduce anche nel rafforzamento di altre. Mentre alcune saranno rovinate, altre stanno facendo progressi fantastici. Lo abbiamo già intravisto con il modo in cui aziende come i giganti della distribuzione capitalista o Amazon, Netflix e molti altri, stanno traendo profitto dalla crisi. Il crollo nel campo del turismo, del trasporto aereo e anche, in una certa misura, dell'industria automobilistica (soprattutto per le aziende di subappalto) porterà a sconvolgimenti negli equilibri di potere tra le grandi belve del capitalismo imperialista. L'unica certezza è che i più potenti sono infinitamente più vicini ad inghiottire i meno potenti rispetto al contrario.

I periodi di crisi sono quelli in cui il modo di produzione capitalista risolve i problemi che derivano dalla corsa anarchica al profitto. È il momento in cui, a posteriori e nel dolore e la sofferenza, si ripristina l'equilibrio tra le capacità produttive dell'economia e i bisogni solvibili. Questo è il momento in cui l'economia capitalista si libera dei suoi rami morti per concentrare il grande capitale in sempre meno mani.

Intensificazione della lotta di classe

Quali sono le conseguenze politiche di questo crollo? L'unica cosa che si può dire è che saranno notevoli, ma anche che sono imprevedibili. Con il pretesto della lotta contro il coronavirus, le frontiere si sono chiuse e il mito dell'Unione Europea sta sprofondando nel confronto degli "egoismi nazionali", cioè degli interessi dei diversi Stati. Sempre con questo pretesto della lotta al coronavirus, c'è una tendenza generale verso l'autoritarismo dei regimi politici. I paesi dell'Europa centrale hanno certamente poco peso nell'evoluzione del mondo capitalista, ma in passato sono stati spesso un'indicazione dell'evoluzione del resto: Orban, in Ungheria, si è appena arrogato il diritto di governare per decreti per un periodo illimitato.

Gli elementi politici e umani di un'evoluzione autoritaria possono basarsi sull'ascesa delle idee più retrograde, in nome della religione o meno.

Ma, allo stesso tempo, riappare lo spettro della lotta di classe. L'intellighenzia riformista socialdemocratica, falsamente ingenua e ancor più falsamente umanista, scopre che la classe operaia esiste, come dimostra ad esempio un articolo su Le Monde del 2 aprile. Questa "scoperta" serve generalmente come giustificazione per i riformisti di ogni tipo per far emergere il vecchio miscuglio socialdemocratico, e per fare offerte di servizio alla borghesia. L'editorialista di Le Monde ha intitolato la sua rubrica del 10 aprile: "Il dopo Covid-19: a sinistra?" per affermare saccentemente: "Le ricette proposte per combattere la pandemia appartengono alla famiglia socialdemocratica".

È impossibile indovinare quali forze politiche avrà a disposizione la borghesia quando le reazioni di malcontento, per il momento disperse, si tradurranno in movimenti sociali, cioè nell'intensificarsi della lotta di classe. La classe che si metterà in moto sarà prima di tutto la classe operaia, oppure questa o quell'altra categoria della piccola borghesia, di cui si percepisce la disperazione crescente di fronte allo strangolamento dei propri affari? Per il momento, se ascoltiamo il malcontento, o anche la rabbia espressa qua e là tra i lavoratori, ciò che sembra dominare è la preoccupazione per il futuro e la "stanchezza" per la quarantena. Tanto che alcuni si offrono volontari per tornare al lavoro quando i vincoli dell'inattività superano la paura della contaminazione.

Una classe dirigente in fallimento

Quale sarà l'atteggiamento della grande borghesia? Sceglierà la "carota" riformista e statale o il "bastone" di un regime autoritario? Sceglierà di addormentare le classi oppresse con promesse o cercherà di spezzarle? Farà probabilmente entrambe le cose, contemporaneamente o in successione.

Le esperienze passate ci aiutano a ragionare, ma non a prevedere. I governi nazionali europei stanno negoziando piani per rilanciare l'economia. Non hanno bisogno di consultarsi sul desiderio ampiamente condiviso di far piovere miliardi sui padroni. Ma chi lo finanzierà? Saranno le classi sfruttate, questa è una certezza, ma ciò che è comune ai governanti non risolve il braccio di ferro tra gli Stati. L'accordo appena concluso con difficoltà tra gli Stati europei per "mutualizzare" le linee di credito per rilanciare l'attività è per il momento solo una dichiarazione d'intenti. Se si realizzerà, significherà che le potenze imperialiste dell'Europa saranno "più mutualizzate" di altre, a scapito dei paesi della parte più povera dell'Unione.

La cassa spalancata davanti ai grandi padroni non sarà probabilmente sufficiente. Gli Stati ricorreranno quindi alle nazionalizzazioni. Questa "domanda", il dirigismo di Stato, tanto apprezzato dai riformisti, in particolare dalla variante stalinista - un partito come La France insoumise si pone come suo successore, in modo più apertamente riformista - tutte le borghesie sanno come usarlo durante le guerre. Le leggi del mercato e della concorrenza non sono sufficienti in certi momenti a difendere gli interessi generali della borghesia nazionale, quando non si rivolgono contro di loro. Per il momento, anche gli Stati Uniti, il paese del capitalismo più liberale, stanno scoprendo un certo statalismo sociale, almeno in parole.

In Francia esiste una tradizione più antica in questo senso. Basti pensare all'atteggiamento della borghesia all'indomani della seconda guerra mondiale, per paura di un'ondata rivoluzionaria nel dopoguerra. Il governo ha già adottato quelle che chiama misure sociali (pagamento da parte dello stato del lavoro a orario ridotto, rinvio della riforma delle pensioni, ecc.). Queste misure, per insufficienti che siano a compensare le conseguenze della crisi sanitaria per i lavoratori, sono costose. La borghesia per il momento sembra accettare che queste misure siano finanziate dalla creazione di denaro, cioè dalla produzione di massa di denaro falso. Ma non è detto che non scelga metodi più violenti, se l'insoddisfazione della piccola borghesia si trasforma in rabbia e le dà i mezzi per farlo.

Giocare a indovinelli non ha senso. È necessario che coloro che si identificano nelle idee del comunismo rivoluzionario siano in grado di far fronte all'intensificarsi della lotta di classe. Che conservino la loro bussola politica che deriva dalle esperienze di più di due secoli del movimento operaio rivoluzionario. Lo devono fare senza impazienza, senza sinistrismo estremista, senza prendere i loro desideri per la realtà. Nessuno sa quando la nostra classe si butterà nella battaglia e nessuno ha il potere di provocare un'ascesa rivoluzionaria. Ma dobbiamo prepararci.

Dobbiamo essere in grado di resistere ai venti contrari, nel caso in cui la borghesia scelga un maggiore autoritarismo o la violenza, nel caso in cui la situazione le fornisca i mezzi e le forze sociali per imporla. Ancora più importante: se la classe operaia comincia a muoversi, la corrente rivoluzionaria comunista deve essere in grado di difendere il suo programma e di convincere le masse operaie a darsi i mezzi per portare la loro battaglia fino in fondo, fino al rovesciamento del potere della borghesia e alla sua espropriazione.

La classe privilegiata fallita incarna il passato dell'umanità, non il suo futuro.

G. K