Crisi, guerre e cambiamenti dei rapporti di forza

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CRISI, GUERRE E CAMBIAMENTI DEI RAPPORTI DI FORZA
10 ottobre 2022

Da "Lutte de Classe" n°228 - Dicembre 2022 - Gennaio 2023

Questo testo è stato votato dal Congresso di Lutte ouvrière riunito a Parigi il 3 e 4 dicembre 2022.

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Oltre alle statistiche sul calo della produzione di beni materiali e degli scambi internazionali, incombe la minaccia di una crisi finanziaria; oltre alle morti e alle distruzioni della guerra in Ucraina, sul suolo stesso di questo continente privilegiato qual'è l'Europa, masse sempre più ampie subiscono le conseguenze dell'aggravamento della crisi del capitalismo.

Anche nei paesi imperialisti, ricchi del saccheggio e dello sfruttamento della maggioranza povera del pianeta e nonostante i gesti di carità dei loro Stati nel tentativo di prevenire e disinnescare esplosioni di rabbia,. le masse popolari sono spinte verso una povertà che ci riporterà al livello della precedente guerra imperialista.

Per quanto riguarda i paesi poveri, dove alle classi popolari manca il necessario anche in tempi normali., le carestie vi sono già presenti. Il ritorno alle peggiori calamità del Medioevo, in un'epoca in cui l'umanità dispone dei mezzi scientifici, tecnici, produttivi del 21° secolo, è una delle espressioni più rivoltanti della putrefazione di un'organizzazione sociale anacronistica.

La crisi del capitalismo, con il suo peggioramento, fa della guerra una forma permanente della vita sociale. Per caratterizzare il periodo che si apre, anche una pubblicazione così rappresentativa del conformismo borghese come il giornale Les échos esita tra denominazioni come "la nuova guerra fredda", "le premesse della terza guerra mondiale" o "l'era del caos".

La produzione di beni materiali e l'offerta di servizi utili a tutta la popolazione diminuiscono ovunque; il costo della vita aumenta mentre la disoccupazione cresce e gli scambi internazionali stagnano.

"L'impennata dei prezzi dell'energia soffoca la metallurgia europea, che ha perso metà delle sue capacità di produzione in poche settimane" ( Les échos del 22 agosto 2022). "Ci vorranno forse dieci o vent'anni perché la Germania ritrovi la sua competitività di una volta" ( Les échos del 4 agosto). "La grande paura di una carenza di metalli" ( Les échos del 26 settembre). "Energia: i prezzi salgono alle stelle, le fabbriche si fermano" (Le Monde del 21 settembre). Nelle pagine economiche dei quotidiani si allunga la lista delle grandi imprese che cessano la produzione o che chiudono, dalla Germania alla Gran Bretagna, dalla Svezia alla Slovacchia.

In Francia si parla piuttosto di "rallentamento" o di "arresto temporaneo". Ma, allo stesso tempo, "Londra registra un'attività record sul mercato dei cambi" (Les échos). La crisi finanziaria latente, con sobbalzi spasmodici, è di nuovo gravida di minacce, questa volta a causa dell'aumento del tasso d'interesse negli Stati Uniti. Da questa decisione del governo americano deriva una fuga di capitali dai paesi poveri o semi-sviluppati da cui deriva, a sua volta, il crollo delle loro valute.

Tra i paesi colpiti ci sono il Kenya, la Tunisia, l'Egitto, il Ghana, la Mongolia, ma anche il Cile o l'Ungheria. Per quest'ultima, un analista afferma addirittura che la sua situazione potrebbe riprodurre quanto accaduto in Argentina qualche anno fa. La caduta delle valute di questi paesi aggrava il costo della vita e il debito estero.

Il capitalismo mescola sempre strettamente gli aspetti economici e politici che a volte si condizionano, a volte si oppongono e sono in movimento permanente. Tuttavia nei periodi di crisi e di maggiore violenza tra classi sociali e tra nazioni, le contraddizioni del capitalismo senile vengono alla luce nel modo più crudo. A seguito dell'esasperata concorrenza tra gruppi capitalisti e nazioni capitaliste, le relazioni internazionali si tendono all'estremo. Le tensioni internazionali, le guerre che ne sono l'espressione militare e le conseguenze che ne derivano - sanzioni, boicottaggi, ecc. sono a loro volta, importanti fattori economici.

La guerra in Ucraina tra la Russia e le potenze imperialiste raggruppate nell'alleanza politico-militare della NATO, con le sanzioni economiche che l'accompagnano, evidenziano tendenze economiche che erano presenti ben prima del suo scoppio. Rivelano anche i rapporti di forza e le loro evoluzioni. Le guerre sono le ostetriche della storia, come le rivoluzioni.

Guerra in Ucraina e evoluzione dei rapporti di forza

L'equilibrio di potere che la guerra rischia di sconvolgere più direttamente è quello tra la Russia e la coalizione delle potenze imperialiste occidentali. Ma non solo. Un rafforzamento degli equilibri di potere a favore di quest'ultima influirà inevitabilmente sui rapporti di forza tra Stati Uniti e Cina. Non a caso quest'ultima mostra una certa solidarietà con la Russia di Putin, fortemente ostacolata però dai legami instaurati negli anni scorsi tra l'economia cinese e quella americana. Non a caso un certo numero di paesi sottosviluppati, compresi quelli che hanno i mezzi - monopoli economici, demografici o minerari - per postulare una certa autonomia rispetto alle pressioni dell'imperialismo americano, esitano a seguire le orme degli Stati Uniti per quanto riguarda le sanzioni contro la Russia, le aggirano e addirittura rifiutano di applicarle.

La guerra, attraverso le sue conseguenze economiche, modifica anche i rapporti di forza tra le stesse potenze imperialiste, a vantaggio dell'imperialismo americano e a scapito della principale potenza in Europa, la Germania, con inevitabili conseguenze per l'Unione Europea.

Il crescente peso economico della Germania, protetta militarmente e diplomaticamente dagli Stati Uniti durante la Guerra Fredda, poggiava dopo la fine dell'URSS su tre pilastri: il gas russo, il mercato cinese e l'esistenza di un "hinterland" nei paesi dell'Europa orientale. Questo terreno storico di presenza dell'imperialismo tedesco si è ricostituito dopo la disgregazione dell'URSS in Stati indipendenti e il crollo delle ex democrazie popolari. Questa parte povera d'Europa, che fornisce manodopera competente e molto più economica che nell'Europa occidentale, ha consentito al grande capitale tedesco di delocalizzare gran parte dei suoi subappalti e. a volte tutta la sua produzione in una regione vicina, con il vantaggio di non essere soggetto ai pericoli del trasporto a distanza. "Dal 1991 al 1999, il flusso di investimenti diretti tedeschi verso i paesi dell'Est Europa si è moltiplicato per ventitré", riporta Le Monde diplomatique (febbraio 2018), per specificare: "Le fabbriche della componentistica automobile, di plastica, elettronica, crescono come funghi; da Varsavia a Budapest, il salario medio rappresenta un decimo di quello praticato a Berlino nel 1990". Così le imprese capitaliste delle potenze imperialiste d'Europa mantengono la parte povera d'Europa in un'economia di subappalto e subordinazione, cioè di sottosviluppo. Mentre le Mercedes oppure le BMW o Audi portavano il marchio Made in Germany, gran parte dei loro pezzi erano prodotti in Ungheria, Slovacchia o Polonia, e in quest'ultimo caso spesso da lavoratori ucraini, che erano anche più mal pagati dei lavoratori polacchi. Dietro i grandi discorsi sulla "democrazia" o sul "diritto del popolo ucraino all'autodeterminazione", questi sono i veri motivi dell'interesse delle potenze imperialiste d'Europa per l'Ucraina.

Il profitto così ottenuto dai paesi dell'Est Europa a favore del gran capitale tedesco, ma anche francese e in particolare dalla Renault o dalla Stellantis, è turbato in Ucraina dalla guerra e, in Russia, dalle sanzioni che la colpiscono per averne innescato l'ultimo episodio. Gli Stati Uniti, invece, vi guadagnano la valutazione del loro proprio gas da argille che l'aumento dei prezzi rende competitivo sul mercato internazionale. Le loro società capitaliste sono avvantaggiate dal fatto che i prezzi ai quali coprono il loro fabbisogno di gas o energia sono aumentati molto meno di quelli dei loro concorrenti europei.

Dato il peso della Germania nell'Unione Europea, il suo indebolimento non può che avere conseguenze sulla solidità, e anche sul mantenimento stesso di questa unione. È possibile che gli Stati Uniti, che una volta furono favorevoli alla nascita del Mercato comune europeo, spingano ormai per la fine dell'attuale Unione. Ma durante la pandemia, i combattimenti da campanili per le mascherine e le dosi di vaccini hanno già illustrato quanto fosse limitata la semplice solidarietà tra i suoi paesi.

È significativo il clamore suscitato in diversi stati dell'Unione dai 100 miliardi di aiuti all'anno promessi dallo Stato tedesco ai propri gruppi capitalisti. Coloro che protestano, vedono in questa decisione una distorsione della concorrenza che favorisce i capitalisti tedeschi contro quelli degli altri stati, di cui per la maggior parte la situazione finanziaria è meno florida di quella della Germania, per cui chiedono a gran voce che questo tipo di sussidio venga utilizzato su scala dell'Unione. Nonostante il suo nome pomposo, l'Unione non resiste alle rivalità tra gli Stati che la compongono, rafforzate dalla crisi.

Spesa militare, sprechi e razionamento

La spesa militare è cresciuta vertiginosamente, soprattutto in Germania, con l'allineamento dei paesi europei dietro agli Stati Uniti. Essa rappresenta un peso finanziario aggiuntivo, a scapito delle spese collettive essenziali. Le difficoltà di approvvigionamento dovute agli sconvolgimenti dell'economia, in particolare in materia energetica, portano al razionamento delle classi lavoratrici. I dirigenti tedeschi stanno già spiegando al loro popolo che deve prepararvisi per il gas. Questo razionamento del gas per i consumatori ordinari non crea vere difficoltà per la borghesia. I governi sono pagati per gestire questo tipo di problema e inventare giustificazioni per le loro decisioni. Ma cosa fare per la potente industria tedesca? Ha un bisogno vitale di gas, e non solo come fonte di energia, ma come materia prima. Les échos del 14-15 agosto si chiede "solo per il colosso chimico BASF e i 45.000 prodotti che escono dalle sue filiere, come possiamo arbitrare?". Dà la parola a un dirigente dell'industria chimica che ricorda che il suo settore, che inghiotte 15% del consumo di gas, "è al centro del modello economico tedesco", per l'agricoltura, la farmacia, l'edilizia ma anche la produzione automobilistica.

Semiconduttori e automobilistica: due settori in crisi

L'opinione pubblica ha scoperto nel corso dell'anno che due società di Taiwan detenevano un quasi monopolio nella produzione di un certo tipo di semiconduttori e chip elettronici ad alta tecnologia, di cui diversi rami dell'industria, in particolare l'automobile, non possono fare a meno. "Nel 1990, invece, gli Stati Uniti rappresentavano il 44% della produzione mondiale di chip e l'Europa il 37%". "Oggi, la ditta taiwanese TSMC fornisce da sola il 53% della produzione mondiale di semiconduttori". "Con UMC, il numero 2 di Taiwan, la quota di mercato sale al 60%".

Infatti, per i capitalisti americani o europei del settore che detenevano i brevetti, diventava più redditizio subappaltare le loro produzioni in un paese come Taiwan dove la manodopera qualificata era molto più economica che nel loro paese e dove, inoltre, il regime autoritario era in grado di esercitare una pressione per mantenere salari bassi. Le scelte individuali delle aziende capitaliste nell'industria dei semiconduttori hanno portato a questo movimento collettivo, e i loro compari e clienti a valle hanno finito per essere soggetti a una delle leggi della loro economia.

Non appena i gruppi capitalisti dell'industria automobilistica, dell'industria telefonica, dei produttori di computer, ecc, hanno subito il blocco causato dal monopolio dei semiconduttori specializzati, i rispettivi Stati sono intervenuti per attuare la fabbricazione di questi componenti elettronici nei propri territori. "La ricerca mondiale dell'elettronica si sta ribaltandosi e passando dalla penuria al trop-plein?" chiedeva Le Monde del 20 settembre 2022. I governi degli Stati che se lo potevano permettere sono volati in aiuto dei loro capitalisti.

La speculazione finanziaria è intervenuta. Aspettandosi che questi sussidi statali si traducano in nuove fabbriche, e quindi in sovra-capacità di produzione, gli speculatori stanno già scommettendo su questo possibile ribaltamento dell'offerta. Una foto pubblicata da Le Monde illustra questo problema più chiaramente di molte spiegazioni: Biden annunciava il 9 settembre in un cantiere dell'Ohio, ponendo la prima pietra di una futura fabbrica su un terreno appartenente alla Intel, un credito di 52 miliardi di dollari per questo settore. Anche se la fabbrica si costruisce rapidamente, potrebbe iniziare a vendere quando il mercato sarà saturo.

Nella storia economica della Francia capitalista degli ultimi decenni ci si ricorda ancora la costruzione di altiforni nella regione di Fos-sur-Mer all'inizio degli anni '70, in un momento in cui ci si aspettava un aumento della domanda di acciaio da parte della crescente industria automobilistica. Quando i quattro altiforni furono costruiti, la domanda era così ridotta che tre di essi non poterono essere messi in servizio subito.

L'intervento dello Stato, a parte il fatto che sono le classi sfruttate ad essere costrette a finanziare un investimento che avvantaggia solo i capitalisti, non elimina le crisi. Può anche aiutare ad amplificarle. Lo dimostra l'esempio degli altiforni di Fos, così come su scala più ampia, quello dei chip elettronici.

Il predominio di Taiwan nel campo dei semiconduttori è l'espressione della spinta alla centralizzazione, alla concentrazione, in cui Marx e poi Lenin (l'imperialismo, stadio supremo del capitalismo) avevano visto uno degli aspetti fondamentali dell'evoluzione del capitalismo verso l'imperialismo . Ma dimostra anche la necessità di una pianificazione su scala globale.

Globalizzazione e concentrazione su scala mondiale sono fattori potenti quanto la legge di gravità, finché dura il capitalismo. Le cause di questa evoluzione fondamentale, di cui gli stessi capitalisti e i loro leader politici deplorano alcune conseguenze, sono nelle leggi di un sistema economico anarchico.

La necessità di una pianificazione internazionale, che trasuda da ogni poro del capitalismo, è contrastata da due delle sue proprietà fondamentali: la proprietà privata dei mezzi di produzione e la frammentazione nazionale in Stati. Entrambi impediscono di andare fino in fondo a ciò che la stessa evoluzione capitalista imporrebbe: la pianificazione su scala internazionale dell'attività dei principali mezzi di produzione.

La deregolamentazione del mercato dell'energia voluta dagli squali della finanza si rivolge contro gli stessi capitalisti e illustra la stessa contraddizione fondamentale per cui, sotto il capitalismo, sarebbe necessario un coordinamento crescente senza che si possa rispondere fino in fondo a questa necessità,

Anche la grande borghesia esige che lo Stato intervenga e regolamenti l'economia. Vorrebbe prezzi amministrati per l'energia. Concorda sul fatto che lo Stato dovrebbe orchestrare e pianificare la distribuzione dell'energia,, una soluzione che preferisce al blackout. È come ammettere che le leggi del mercato e della concorrenza non sono più compatibili con la concentrazione, che la legge del profitto è assurda quanto sono assurdi i confini.

Trotsky affermò, nel 1934, nel mezzo della "grande depressione": "Se i confini degli Stati potessero essere cancellati in un colpo solo, le forze produttive anche sotto il capitalismo potrebbero continuare a crescere - al costo, è vero, di innumerevoli sacrifici - a un livello più alto". Concludeva: "Con l'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, le forze produttive possono, come mostra l'esperienza dell'URSS, raggiungere un livello più alto anche nell'ambito di un solo stato. Ma solo l'abolizione della proprietà privata, insieme all'abolizione dei confini statali tra le nazioni, può creare le condizioni per un nuovo sistema economico, la società socialista". È ancora più evidente oggi che nel 1934, in una serie di campi in cui sorgono problemi per l'umanità su scala planetaria, come il riscaldamento globale, la gestione razionale degli organismi viventi negli oceani, ecc.

Questo diventa una necessità anche laddove il capitalismo stesso ha dovuto stabilire un surrogato caricaturale di pianificazione tramite negoziati tra Stati nazionali, ciascuno cercando di far prevalere i propri interessi. È il caso nel campo dell'energia, in cui ci sono voluti decenni per mettere in atto un sistema che tenesse conto degli interessi divergenti di coloro che hanno un accesso più facile, alcuni al gas e al petrolio, altri al carbone, altri all'idroelettrico o all'eolico.

Le crisi finanziarie, le penurie, le tempeste economiche non sono aberrazioni del capitalismo, ne sono le inevitabili conseguenze. La società è matura per il socialismo, matura per la pianificazione, matura per la collettivizzazione e l'organizzazione razionale dei mezzi di produzione,

La discussione sul passaggio dalle auto termiche alle auto elettriche, cara agli ecologisti, funge da paravento per le grandi manovre dei trust dell'automobile e del petrolio. Il quotidiano Les Échos del 9 agosto 2022 esprime ammirazione per i dirigenti dell'industria automobilistica in un articolo dal titolo evocativo: "Sette anni dopo il "dieselgate", l'auto ha fatto la sua rivoluzione". Dopo aver citato i problemi che hanno afflitto l'industria - il crollo delle vendite, soprattutto delle auto diesel, la mancanza di componenti, le interruzioni nella catena di produzione, ecc, scrive: "la cosa più sorprendente è che le case automobilistiche hanno trasformato queste difficoltà in un beneficio. Ne hanno approfittato per passare da un modello di business all'altro. E a loro vantaggio, passando da una logica di corsa al volume a una ricerca esclusiva della redditività". [...]

"È un cambiamento di paradigma. Una volta i produttori lottavano per le quote di mercato. Ora, con il margine operativo che detta legge, danno la precedenza ai veicoli ad alta redditività."

Questo è il punto di svolta principale dell'industria automobilistica: concentrarsi sulla parte alta della gamma, sia di auto termiche che elettriche. Per quanto riguarda le auto termiche, avranno sempre un proprio mercato, anche se solo nei paesi sottosviluppati.

Le auto termiche hanno soddisfatto l'imperativo del profitto per più di un secolo, portando allo sviluppo della domanda di petrolio. Lo stesso tipo di certezza non esiste per le auto elettriche per molti motivi, tra cui tutti gli imperativi dell'equipaggiamento collettivo per i viaggi a lunga distanza (ricarica delle batterie, ecc.).

I gruppi capitalistici possono contare sugli Stati in questa materia. In passato, soprattutto negli Stati Uniti, la "fordisazione" della produzione e la "democratizzazione" del consumo non sono state ostacolate dalla mancanza di infrastrutture, a cominciare dalla mancanza di strade percorribili e di fitte reti di distribuzione di carburante. Per le auto elettriche, la produzione di batterie è in ritardo, così come la rete di stazioni di ricarica rapida lungo le strade. Soprattutto, nessuno è sicuro che le materie prime necessarie (litio, nichel, cobalto, terre rare, ecc.) permetteranno uno sviluppo illimitato come quello delle auto termiche fino ad oggi. Inoltre, le terre rare sono concentrate principalmente in Cina e in Russia.

Quindi, in assenza di certezze in materia, gli interessi dei capitalisti dell'auto e dei capitalisti del petrolio coincidono per ripetere un'operazione dello stesso tipo di quella compiuta dai trust del petrolio durante la crisi che conosciamo, all'inizio degli anni '70: approfittare di una situazione di monopolio per vendere meno ma a prezzi più alti. Con l'ulteriore vantaggio che ne deriva: far pagare ai consumatori, ora e in anticipo, gli investimenti presenti e futuri che ciò comporta.

Senza conoscere ancora il futuro dell'auto elettrica, la rivalità tra i trust è già iniziata intorno ai Paesi che si presume abbiano i metalli necessari per la sua produzione. Così "l'industria automobilistica è in corsa per le materie prime", titolava Les Échos il 26 settembre 2022. Elon Musk ha già messo le mani su alcune parti dell'Indonesia.

La guerra per le materie prime è un aspetto dell'imperialismo. Lo dimostrano gli scontri tra le grandi potenze, alcuni aperti, altri discreti, per una nuova divisione dell'Africa.

Infatti, dalla prima Conferenza di Berlino (nel 1878), i progressi della scienza e della tecnologia hanno creato bisogni di materie prime il cui uso non era nemmeno immaginato più di un secolo fa. Da quel momento, alcuni sono già stati soddisfatti e altri non ancora. Ma i trust sanno come anticipare e cercare di mettere le mani sulle riserve minerarie, se non altro per evitare che un concorrente lo faccia prima. È il caso del Congo-Kinshasa, un Paese che i geologi definiscono "miracolo geologico" per la sua ricchezza di metalli rari. Alcuni, come il cobalto, sono già sfruttati in condizioni ignobili, altri sono già stati oggetto di concessioni.

A questo proposito, più si protrae la guerra in Ucraina, più gli eventi attuali chiariscono che l'interesse degli Stati Uniti per questo paese non si basa solo sul desiderio di portarlo politicamente e militarmente dalla parte dell'Occidente, ma anche su sostanziosi interessi economici. Il giornalista Marc Endeweld ha dimostrato, nel suo libro Guerre nascoste, i lati nascosti del conflitto russo-ucraino, l'interesse che l'azienda specializzata Westinghouse e il gigante americano delle costruzioni Bechtel nutrono da anni per le centrali nucleari ucraine.

La battaglia fondamentale

L'unico momento in cui l'ordine borghese è stato minacciato nella sua esistenza è stato durante l'ondata rivoluzionaria iniziata nell'ottobre 1917 con la vittoria del proletariato in Russia, ma non portata fino in fondo. Questa ondata è stata contenuta e la rivoluzione proletaria internazionale è stata sconfitta. Non lo è stata nella guerra aperta tra borghesia imperialista e proletariato, ma in un altro modo non previsto da Marx: attraverso la degenerazione burocratica dello Stato operaio creato dal proletariato russo.

Questa prima grande battaglia, con la questione di quale classe eserciterà il potere su scala internazionale, ha segnato la storia degli anni successivi.

Tra le due guerre, la lotta di classe è rimasta particolarmente accesa. La borghesia imperialista ne è uscita vittoriosa a costo del fascismo, di regimi autoritari e infine di una guerra mondiale. La profonda paura della borghesia nei confronti del proletariato, ispirata dalla minaccia rappresentata dall'ondata rivoluzionaria del primo dopoguerra, durò per una generazione. Ha motivato i bombardamenti di Dresda, Hiroshima e Nagasaki.

Questo timore era giustificato perché la Seconda guerra mondiale fu seguita, come la precedente, da una nuova ondata rivoluzionaria, la rivoluzione coloniale. Ma questa rivoluzione, ampia e determinata come la prima, non era più guidata dal proletariato con l'obiettivo di rovesciare l'ordine capitalistico, bensì dalle borghesie nazionali il cui obiettivo si limitava a difendere il proprio diritto all'esistenza contro il controllo diretto dell'imperialismo.

Questi dirigenti, anche i più determinati e combattivi, da Mao a Castro, Ho Chi Minh e molti altri, non miravano a distruggere l'imperialismo ponendo fine al capitalismo, ma solo ad aggiustare questo ordine sociale in modo da lasciare loro un piccolo posto al sole.

L'ordine capitalista ha finito per assorbire tutti questi tentativi, integrandoli nel proprio ordine sociale. Il grande capitale imperialista è rimasto il padrone del mondo. Non è però "la fine della storia". Il capitalismo trionfante è rimasto capitalismo, e i mali che lo minano dall'interno sono mali congeniti. Senza nemmeno che il regno della borghesia sia messo in discussione in un dato momento dal proletariato, una nuova classe in grado di incarnare una forma sociale più elevata nello sviluppo umano, il capitalismo continua a essere divorato dall'interno.

La costruzione di un partito comunista rivoluzionario, con l'obiettivo di rovesciare il potere della borghesia, non è una prognosi, ma un obiettivo di lotta. Senza un partito che rappresenti gli interessi della classe operaia, non solo nell'ambito della società capitalista ma anche per il suo ruolo insostituibile nel suo rovesciamento, l'umanità si sta avviando verso una catastrofe di dimensioni maggiori di quelle che hanno portato alla prima e poi alla seconda guerra mondiale.

Attualità del Programma di transizione

Questo testo, scritto nel 1938, è estremamente attuale. Per molti aspetti, sembra essere stato scritto solo di recente per analizzare la crisi attuale e trarne indicazioni per un programma di lotta che permetta al proletariato di riprendere la sua lotta fondamentale volta al rovesciamento del potere della borghesia. Oggi è impossibile lottare per la rivoluzione proletaria senza basarsi su questo testo.

Sebbene sia stato scritto ottantaquattro anni fa, in un contesto diverso dall'attuale situazione internazionale, si basa su un'intima comprensione della crisi del capitalismo e dell'intensificazione della lotta di classe che essa comporta o può comportare.

Basate sulle "premesse oggettive della rivoluzione socialista", la maggior parte delle rivendicazioni rimangono molto attuali, come afferma il capitolo del programma dedicato ai Soviet: "Nessuna delle rivendicazioni transitorie può essere completamente realizzata con il mantenimento del regime borghese". Tutte presuppongono "una crescente pressione delle masse" che potrebbe portare il movimento ad entrare "in una fase apertamente rivoluzionaria".

Non si tratta di un elenco di ricette, ma di un programma di lotta. Sarebbe inutile cercare di indovinare il percorso della mobilitazione dei lavoratori e, di conseguenza, quello delle rivendicazioni richieste dall'evoluzione della situazione. Tuttavia, è necessario essere consapevoli che, in un periodo di ascesa delle lotte dei lavoratori, le situazioni cambiano con estrema rapidità e pongono con altrettanta rapidità la questione delle rivendicazioni da portare avanti. L'analisi e la comprensione delle fasi concrete della mobilitazione operaia devono essere alla base del ragionamento dei militanti comunisti rivoluzionari.

Si pensi che anche prima che gli operai iniziassero a muoversi, alcune parole d'ordine del Programma di transizione, anche se non potevano essere seguite, erano comprensibili al di là del modesto numero di militanti rivoluzionari che le propagavano.

Di fronte all'aumento della disoccupazione, lo slogan della "spartizione del lavoro tra tutti senza riduzione dei salari" era un utile strumento di propaganda e persino, in alcune circostanze, di agitazione. La recente impennata dei prezzi e la consapevolezza dell'elevato costo della vita hanno reso percepibile la rivendicazione di una scala mobile dei salari. Lo scoppio della guerra sul suolo europeo ha appena reso comprensibili i capitoli del Programma di transizione su "la guerra e la lotta contro l'imperialismo".

Non è difficile immaginare quanto rapidamente un'ondata di scioperi - e anche di scioperi prolungati - ponga immediatamente il problema dei picchetti e, quindi, delle milizie operaie. Come si porrà fin dall'inizio la questione dei comitati di sciopero, cioè "quei comitati di fabbrica" che sono "un elemento di dualità del potere in fabbrica".

Non ha senso speculare sul momento in cui tutte queste rivendicazioni possono essere avanzate. Tutti gli obiettivi proposti dal Programma di transizione sono intrecciati tra causa ed effetto.

Si potrebbe essere tentati di considerare che il capitolo su "l'URSS e i compiti del periodo di transizione" sia ormai superato. Lo è sì, ma per il suo oggetto - l'URSS è ormai dislocata - ma non per il metodo di ragionamento, né per la tendenza di Trotsky a considerare la rivoluzione russa come un passato di cui il proletariato può andare fiero.

Nonostante l'evoluzione della burocrazia sovietica, diciamo dagli anni Trenta, che ha segnato il consolidamento del suo potere per un certo periodo, sono ancora le analisi di Trotsky che ci permettono di cogliere il più possibile la realtà russa.

10 ottobre 2022