UN ORIENTAMENTO PER UN ANNO SENZA ELEZIONI

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TESTI DEL 35 CONGRESSO di LUTTE OUVRIERE (2005)
dicembre 2005

30 ottobre 2005

Questo testo sottomesso alla discussione dalla minoranza ha raccolto il 3% dei voti dei delegati presenti al congresso.

Qualunque sia la posizione assunta dalle varie forze per i referendum, tutte devono constatare che la vittoria del no non ha cambiato nulla alla politica del governo. Senza preoccuparsi della sua sconfitta del 29 maggio più che delle precedenti nelle elezioni regionali ed europee, il governo di destra prosegue la sua offensiva in tutte le direzioni contro le classi popolari. Sotto la nuova direzione di Villepin questa offensiva è anche stata intensificata, procedendo in modo brutale, in un modo sempre più cinico ed arrogante.

Così col pretesto di una battaglia per l'occupazione, il governo prende provvedimenti che mirano ad accrescere la precarietà al lavoro così come nella vita quotidiana e ad abbassare ancora il potere d'acquisto. Così all'emozione suscitata dai micidiali incendi di case insalubre, che sottolineano la crisi dell'alloggio, Sarkozy risponde con la caccia ai sans-papiers e col moltiplicare le espulsioni di stranieri. Così dopo vari aumenti dei prezzi, di cui quello della benzina, che danneggiano ancora un po' di più il potere d'acquisto, il governo non trova meglio che di approvare un'allucinante aumento delle tariffe del gas e di alleggerire l'imposta sulle grandi fortune e quelle sui redditi più alti. Così ancora, mentre i piani di licenziamenti o le chiusure di fabbriche si moltiplicano nelle imprese di tutte le dimensioni, dopo il "contratto nuovo impiego" che sta per trasformare quasi sistematicamente la maggior parte dei nuovi arrivati sul mercato del lavoro in lavoratori precari, ecco il contratto a durata determinata (CDD) nuovo per i salariati vicini alla pensione. Sarà bastato un poco più di un trimestre per vedere la precarietà sistemarsi ancora più saldamente alle due estremità di una vita di lavoro.

Non c'è un solo provvedimento, in particolare quando si dice che viene preso nell'interesse dei piccoli, che non sia in realtà un regalo ai più grandi e ai più ricchi. Il sogno dei borghesi di tornare ad una situazione simile a quella degli inizi del capitalismo, sta diventando una realtà. Ogni giorno sembra che sia fatto un nuovo passo verso una classe operaia senza diritti, a disposizione assoluta del padrone, licenziabile ad ogni momento.

Le direzioni sindacali si indignano o si lamentano. Ma non hanno altra politica che di mendicare l'apertura di negoziati col padronato e il governo... a costo di lamentarsi ancora quando questi negoziati, di cui alla fine ministri e Confindustria non sono avari, non portano a nessun risultato. Così tutte le confederazioni hanno offerto di ridicolo spettacolo di profondersi in lamentele perché il primo ministro, dopo di averli consultati ai primi giorni del suo governo, ovviamente non ha tenuto nessun conto delle loro suggestioni. Ma nel frattempo, quattro mesi sono stati persi a non organizzare la risposta che sarebbe stata immediatamente necessaria dopo l'annuncio schietto della politica che Villepin intendeva condurre.

Dopo di aver aspettato sette mesi per dare un seguito alla giornata nazionale del 10 marzo, del cui successo si erano pure congratulate, le confederazioni sindacali hanno così lasciato piena libertà a Villepin per imporre i suoi provvedimenti tramite legge delega. Invece in pochi giorni si sono trovate d'accordo per indicare che non intendevano dare un seguito immediato alla giornata nazionale del 4 ottobre. Per loro è urgente aspettare. Aspettare che sei mesi almeno siano passati tra le due giornate nazionali ? Aspettare che lo slancio che si sarebbe potuto creare il 4 ottobre sia veramente esaurito, come lo fu quello del 10 marzo?

Al tempo stesso la CGT dava, alle spese dei marinai della SNCM, una dimostrazione dei limiti del suo radicalismo e della sua combattività. Lasciando isolato un movimento lanciato da lei stessa e di cui aveva agli occhi di tutti la responsabilità, poi fermandolo non appena il governo decretò che il tempo dei mercanteggiamenti ormai era passato e minacciò di chiudere l'azienda, la CGT ha svelato il suo modo di pensare e mandato quel segnale forte che Villepin le chiedeva. Essendo le altre confederazioni ancora più timorose della CCT, la politica delle direzioni confederali è infatti, al meglio di accompagnare e sostenere i settori più caldi in un primo tempo per poi circoscriverli, frantumarli, isolarli e infine lasciarli in un vicolo cieco. Se altre forze, e innanzitutto i lavoratori stessi, non esercitano una pressione importante, le confederazioni sindacali non faranno niente che possa condurre ad un movimento d'insieme. Con il loro atteggiamento a proposito del 4 ottobre, come negli scioperi di questo rientro d'autunno, ne hanno praticamente dato la garanzia al governo, e così datogli anche campo libero per spingere la sua offensiva. Villepin, tra l'altro, l'ha ben capito : infatti appena avevano accettato in pratica la privatizzazione della SNCM, lui ha deciso di passare a quella dell'elettricità (EDF).

Sarebbe difficile elencare in modo esaustivo le battaglie di frazioni e di persone che dividono il partito socialista. D'altra parte questo non ha nessun interesse poiché non vertono affatto sul miglior modo di difendere gli interessi delle classi popolari. La stessa linea di condotta detta la politica di tutti, fautori del no come fautori del sì, Laurent Fabius come François Hollande o Dominique Strauss-Kahn : aspettare senza urtare il governo, e neanche disturbarlo, se non sui banchi di un'assemblea nazionale che non conta per niente ; aspettare che, quando la destra avrà abbastanza irritato questa frangia dell'elettorato che oscilla tradizionalmente tra i due campi, questo in un prossimo voto si rivolgerà dalla parte della sinistra ; insomma si tratta di aspettare rispettosamente che sia il suo turno, senza creare difficoltà.

Dietro un cosiddetto dibattito sul suo programma, il vero e unico motivo delle schermaglie è di sapere chi prenderà la direzione del partito o chi sarà il candidato alle elezioni presidenziali. Non c'è altro motivo nelle varie prese di posizione, compreso durante lo scorso referendum. Non c'è nessuna mossa, anche minima, che potrebbe aiutare ad una mobilitazione contro la politica di Villepin. Tutto quello che si può aspettarsi, al massimo, dal PS, è un sostegno simbolico alle manifestazioni del sindacato o delle associazioni, soprattutto quando anche queste sono simboliche. Fabius fa anche finta di volere riprodurre l'operazione riuscita da Mitterrand negli anni 70 : assestarsi in una postura e su un programma di sinistra (il che non costa niente quando si è all'opposizione) per riprendere in mano un partito socialista indebolito dalle sue divisioni. Il fatto che la misura emblematica del suo programma sia la promessa di portare il salario minimo a 1400 o 1500 euro... entro il 2012, dimostra quanto irrisorie sono le audacie demagogiche del tutto nuovo rappresentante della sinistra del PS.

Messo, grazie al referendum, al centro della sinistra della sinistra, il PCF nutre qualche nuova ambizione. Al tempo stesso vede l'inasprirsi della tradizionale contraddizione nella quale si è messo. Da molto tempo ha rinunciato ad ogni prospettiva altra che di arrivare al governo in alleanza con il PS, nell'ambito ed in seguito ad una vittoria elettorale della sinistra. Ma per assicurarsi il maggior spazio possibile in questa alleanza, deve stabilire col suo futuro interlocutore un rapporto di forze che lo renda indispensabile. Di cui la necessità di affermarsi critico e radicale nei discorsi, e addirittura in parte nelle azioni, per raggruppare forze attorno a lui pur continuando ad affermare la sua lealtà verso il suo vecchio complice. Di cui anche, in modo molto visibile dal giugno, l'incessante oscillazione di Marie-George Buffet tra le dichiarazioni sulla sua volontà di stabilire una nuova alleanza di tutta la sinistra e gli appelli a definire una politica anti-liberale, secondo la terminologia di moda, in grado di raggruppare le forze di sinistra esterne al partito socialista.

Questa contraddizione può portare il PC ad appoggiare una contestazione sociale, degli scioperi e delle manifestazioni, e addirittura di prenderne l'iniziativa. O almeno può lasciare che alcuni dei suoi militanti lo facciano sotto la pressione dei lavoratori o spronati dalla concorrenza dell'estrema sinistra. E' un conto però parere essere alla punta del "movimento sociale", o addirittura mantenere una certa agitazione, e ne è un altro proporsi veramente di raggruppare e fare convergere queste varie battaglie. Il PCF, come il PS, a come politica fondamentale di prepararsi per le prossime elezioni. Ma nel frattempo può e deve, al contrario del PS, dimostrare la sua esistenza nelle piazze, nei quartieri e nelle imprese. Deve dare agli elettori una ragione di dargli i loro voti piuttosto che al suo alleato, comunque al primo turno. Ma per preparare l'alleanza del secondo turno e l'entrata in un eventuale governo di sinistra, deve dimostrare una grande responsabilità rispetto alle mobilitazioni popolari, cioè la capacità di aiutare a fermarle, frenarle o sviarle anche quando le ha contribuito a lanciare.

Il referendum ha anche permesso almeno facilitato la ridefinizione della politica della LCR. Ha rimesso all'ordine del giorno l'eventualità di una strutturazione della sinistra della sinistra -se non subito sotto forma di un partito, almeno sotto forma di un fronte più o meno permanente- vecchio obbiettivo ricorrente di questa organizzazione. E infatti la LCR è, col PCF, quella che appare come una delle ali marcianti di questa alleanza dai contorni più o meno fluttuanti costituitasi in effetti dalla campagna del no (LCR, PCF, Verdi, altromondisti, comitato Copernico, José Bové, l'esponente del PS Jean-Luc Mélenchon ed altri ancora).

La LCR nondimeno ha, senz'altro, obiettivi diversi dalle altre componenti di questo guazzabuglio della cosiddetta sinistra radicale. Inoltre varie correnti della LCR hanno essi stessi obiettivi diversi : volontà per alcuni di costituire un nuovo partito anticapitalista, perfino antiliberale (una alleanza mostruosa di rivoluzionari, di riformisti, e di gente che non è né l'uno né l'altro); volontà per gli altri di trascinare nelle lotte un numero massimo di militanti attratti da questa sinistra della sinistra. Tale ambiguità si riflette nei vari aspetti dei discorsi del suo portavoce. Si riflette innanzitutto nella sua parola d'ordine "di un fronte sociale e politico permanente".

Per ora, e forse per un bel pezzo di tempo ancora, la LCR può senz'altro vivere con questa ambiguità, addirittura prosperare sotto le approvazioni e gli incoraggiamenti calorosi di questo ambiente della sinistra della sinistra. Questo, PC compreso, ha tutto interesse ad andar avanti nel far finta di confondere una alleanza conclusa in vista delle prossime elezioni ed un fronte costituito per promuovere le lotte. Ma a lungo termine sarà costretta di scegliere. Comunque, un giorno o l'altro, sarà messa dai suoi stessi alleati di fronte alla scelta.

Ovviamente, può scegliere per il primo termine dell'alternativa : l'alleanza elettorale durevole con gente il cui solo obbiettivo è di fare essi stessi una alleanza col PS e di andare al governo con questo. Nessuno può prevedere fino a che punto tale deriva potrebbe allora portare l'organizzazione trotskista. Questo però la LCR oggi dice e ribadisce che non lo vuole, e questo è sicuramente vero per un buona parte dei suoi militanti. Tocca a Lutte Ouvrière aiutare questi con la sua politica.

Infatti questa scelta che si presenterà presto o tardi, la LCR la farà in funzione delle pressioni subite ma anche delle prospettive offerte da una parte o dall'altra. Ed è evidentemente interesse del movimento rivoluzionario nel suo complesso, e quindi di Lutte Ouvrière, che la LCR la faccia finita con le ambiguità del suo attuale corso politico, rinunciando all'obiettivo di una alleanza elettorale con la sinistra della sinistra per conservare solo quello di lavorare ad un fronte per le lotte.

Le prossime elezioni presidenziale e legislative sono programmate solo per il 2007, entro un anno e mezzo. Senz'altro è necessario la stesso esaminare sin da oggi la nostra partecipazione. Fosse solo perché corre la voce che le condizioni per candidarsi alla presidenziale saranno inasprite, e che per esempio il numero di firme richiesto sarà aumentato.

Infatti Lutte Ouvrière ha molte ragioni di mettersi in posizione di presentare la candidatura di Arlette Laguiller. Fosse solo perché, se l'attuale politica delle altre organizzazioni dell'estrema sinistra non cambia, in particolare quella della LCR rispetto alla sinistra riformista e di governo, è possibile che in queste elezioni la nostra organizzazione sia l'unica a difendere senza ambiguità una politica operaia rivoluzionaria.

Quindi dovremo quest'anno dedicare il tempo e l'energia necessari per non essere colti di sorpresa. Ma non di più. I nostri orientamenti, i nostri compiti, i nostri obiettivi per l'anno 2006 non hanno niente a che vedere con le elezioni dell'anno successivo. Dall'estrema destra alla sinistra della sinistra, i partiti e tutto l'establishment politico, per chi in effetti la politica si limita alle elezioni, sono già entrati in campagne elettorali. Noi no. Al contrario, la nostra politica deve contribuire a demistificare e denunciare questo falso obbiettivo e centrare l'attenzione dei lavoratori sulle loro proprie lotte, unico modo di cambiare la loro sorte e la società.

Il numero degli scioperi di questi ultimi tempi è una testimonianza che il livello della reattività e della combattività non si è abbassato. E quindi neanche le possibilità d'intervento nella lotta di classe dei militanti e delle organizzazioni rivoluzionarie.

Questi conflitti hanno qualche volta strappato qualche concessione ai padroni su obiettivi limitati : piccolo aumento di salario per lavoratori vergognosamente sottopagati, annullamento di una sanzione particolarmente abusiva, leggero miglioramento delle condizioni di lavoro in un settore ristretto. Ma nelle ultime battaglie importanti, qualunque fosse stata la durata, qualunque fosse stata la determinazione degli scioperanti o i metodi radicali a cui i lavoratori erano pronti a ricorrere, qualunque fosse anche il posto dell'impresa nella vita sociale o economica del paese, gli scioperanti non hanno vinto perché sono rimasti isolati, compreso quando le loro lotte sono state largamente conosciute ed hanno goduto di un'importante simpatia presso gli altri lavoratori.

Si è potuto verificare ancora una volta che una piccola frazione della classe operaia, da sola, non è in grado di cambiare le cose, né per tutti né per se stessa. Comunque quando c'è un obbiettivo che interessa l'insieme dei salariati : privatizzazione e difesa dei servizi pubblici, occupazione e licenziamenti, salario e potere acquisto, tutele sociali. Al meglio una battaglia decisa ha potuto ritardare certe scadenze, cambiare un po' le modalità della privatizzazione scaglionandola nel tempo, per ridurre il numero dei licenziati di un primo piano... il più delle volte nell'attesa di quello successivo, aumentare un po'il premio di licenziamento, aggiungere qualche euro ad un aumento di salario sempre irrisorio rispetto ai bisogni. Insomma qualche volta ha potuto ritardare o addolcire un po' i colpi -il che certamente giustifica completamente quelli che hanno osato impegnare queste battaglie-, ma non evitarli.

Questo è l'insegnamento degli scioperi di questi mesi di settembre e ottobre 2005, dei marinai della SNCM a Marsiglia, di quelli della Connex a Nancy o dei lavoratori della raffineria Total in Le Havre, esempi più notevoli tra altri meno conosciuti o più limitati. Questa constatazione si è potuto fare da molto tempo, compreso in occasione di conflitti ben più importanti per il numero di lavoratori in movimento o per la durata, come quello degli insegnanti e sulla riforma delle pensioni nel 2003. Ogni conflitto che non minaccia di estendersi, di mettere in movimento altri battaglioni del mondo del lavoro, addirittura di appiccare il fuoco all'insieme del paese, è incapace di intralciare e di fermare in modo durevole l'offensiva padronale e governativa, anche solo sul solo motivo che lo ha provocato.

Oggi bisogna risalire alla lotta dei ferrovieri del 1995 per trovare l'esempio di una lotta che ha costretto il governo, che in questo caso era anche il padrone, ad una vera ed importante marcia indietro. Ma a quel momento il ferrovieri, già forti del loro proprio numero e del ruolo della loro impresa nella vita del paese, avevano minacciato di estendere, e in effetti avevano esteso in parte lo sciopero ad altri settori del pubblico. Bisogna anche ricordare, mentre di fronte allo sviluppo delle multinazionali e all'interpretazione delle economie europee si pone sempre di più il problema dell'efficacia delle lotte che si limitano ai confini nazionali, che 1995, il suo slancio e i suoi modi d'azione, avevano avuto qualche riscontro nei paesi vicini. Così in Germania era apparso allora la sorprendente, e allora incomprensibile fuori dal contesto, parola d'ordine "adesso bisognerà parlare francese".

Questo 4 ottobre, dal numero di partecipanti alle manifestazioni ed agli scioperi, è stato un successo. La partecipazione del privato, di cui si diceva che non avrebbe risposto, é stata questa volta notevolmente maggiore ed è stata notata. L'insieme delle organizzazioni sindacali, dei partiti di sinistra e d'estrema sinistra ed un numero consistente di associazioni ci chiamavano, attuando almeno questa volta questa unità tanto cara ai cuori dei lavoratori.

Eppure il 4 ottobre, dopo il 10 marzo, ha dimostrato tutti i limiti di queste giornate nazionali d'azione quando non sono concepite come il punto di partenza di una mobilitazione prolungata e crescente.

Appena ripiegato l'ultimo striscione, una raffica di nuovi colpi in tutte le direzioni si abbattevano sui ceti popolari : una legge finanziaria fatta interamente per soddisfare i ricchi alle spese dei più poveri, un nuovo attacco contro la previdenza sociale con l'istituzione di un ticket di 18 euro su alcuni atti chirurgici, l'inizio della privatizzazione dell'elettricità, un nuovo passo nella precarietà e la demolizione della legislazione del lavoro con i contratti a durata determinata per i più anziani.

Ancora una volta veniva fatta la dimostrazione che il governo e dietro di lui l'insieme della classe capitalistica non indietreggeranno che di fronte ad una controffensiva della classe operaia che sia all'altezza dell'offensiva che hanno scatenata da due o tre decenni. Un nuovo giugno 36, un nuovo maggio 68, cioè un movimento d'insieme ed uno sciopero generale fino a soddisfazione, ecco l'unica azione che può modificare il rapporto di forze a favore del mondo del lavoro, cambiare la vita delle classi popolari, fare che siano finalmente i produttori e non i parassiti ad avere il sopravvento. Il ruolo dei rivoluzionari e di dedicarsi alla costruzione di questo movimento d'insieme, di prepararlo con tutti i mezzi, di dedicare tutti i loro sforzi a questo compito. Ancora più che negli anni precedenti, questo orientamento deve dettare tutti gli aspetti della nostra politica. Viene messo all'ordine del giorno da tutta l'attualità.

Nei movimenti, che siano di iniziativa locale o al contrario innescati dall'alto dalle direzioni sindacali, che portino direttamente o indirettamente su un problema di ordine generale, come i salari, l'occupazione o la difesa dei servizi pubblici, l'intervento dei rivoluzionari deve avere sistematicamente due obiettivi : la presa in mano della direzione della loro lotta da parte dei lavoratori stessi ; l'estensione la più larga possibile ad altri servizi, imprese, settori.

Oggi la posta in gioco non è solo di approfittare di un movimento per alzare la coscienza politica dei lavoratori, della loro forza e delle loro possibilità, il che è la politica tradizionale di Lutte Ouvrière. Più ancora che in altri periodi, lo si è visto negli ultimi scioperi, è l'esito stesso della lotta che dipende della sua capacità di insediare un controllo reale degli scioperanti (assemblee generali che decidano, comitato di sciopero eletto e responsabile davanti a tutti) allo scopo di evitare che apparati burocratici rinchiudano, sabotino o fermino un movimento contro la volontà dei lavoratori, ed a lottare per l'allargamento del conflitto (essendo questa minaccia il migliore il più rapido modo di portare i padroni a fare qualche concessione). Fu quando i marinari avevano il vento in poppa ed erano il punto di mira di tutto il paese, in particolare degli altri settori pubblici minacciati dalle privatizzazioni anche loro, ferrovie o elettricità, che Villepin ha consentito che lo Stato conservi una piccola parte nel capitale della SNCM. E' solo dopo che hanno ripreso il lavoro, spinti dalla CGT e senza aver ricevuto l'appoggio di questi altri settori, che lo stesso Villepin si permette di passare alla tappa successiva del programma delle privatizzazioni, quella dell'elettricità.

Ovviamente nessuno può predire da quale settore, intorno a quale lotta, a proposito di quale problema comincerà il futuro movimento d'insieme. Quello che è sicuro è che, come nel maggio 68 o nel giugno 36, una mobilitazione massiccia dei salariati delle classi popolari porrà necessariamente all'ordine del giorno la risoluzione dell'insieme dei grandi problemi attuali : il tenore di vita ed i salari, la disoccupazione, la precarietà e l'occupazione, i servizi pubblici, dalla salute ai trasporti ed all'educazione.

In effetti sono la classe capitalistica ed il suo governo che, attaccando su tutti questi fronti, hanno collegato in modo inestricabile tutte queste questioni e ne fanno degli obiettivi che non potranno essere raggiunti gli uni senza gli altri. Come si potrebbe difendere i servizi pubblici senza tornare indietro sulle privatizzazioni, e dedicare loro le sovvenzioni che fino a questa parte vanno al padronato e così permettere di assumere con salari migliori, per esempio ? E' questa stessa urgenza di passare alla controffensiva che fa l'attualità di un programma che riassuma e colleghi questi obiettivi essenziali.

E questa urgenza mette all'ordine del giorno la necessità di una campagna sistematica, soprattutto senza aspettare una scadenza elettorale, per questo programma (che lo si chiami ancora programma d'emergenza o meno, anche se certamente meriterebbe più che mai questo nome) : aumento generale di salari di 300 euro almeno per tutti e scala mobile dei salari per garantire il potere d'acquisto ; assunzione massiccia nei servizi pubblici ; trasformazione di tutti i contratti precari, CNE, CDD vecchio o nuovo stile, in contratti a tempo indeterminato : divieto dei licenziamenti ; requisizione immediata degli alloggi vuoti ; senza dimenticare la necessità di un controllo dei lavoratori per assicurarsi della realizzazione effettiva di questi obiettivi.

Nel corso di qualche mese quindi, i lavoratori hanno rifatto simultaneamente le esperienze di una cosiddetta vittoria nelle elezioni, di scioperi decisi ma che rimangono isolati, di giornate nazionali riuscite ma senza continuazione. Per quelli che scelgono di non disperare o abbassare le braccia, si impone una conclusione : solo un movimento d'insieme fino a soddisfazione può mettere in difficoltà l'offensiva padronale e governativa. L'unica politica che corrisponde all'interesse del proletariato è quella suscettibile di preparare e di aiutare questo movimento.

Il primo compito di Lutte Ouvrière è di fare campagna intorno a questo obiettivo in tutte le occasioni possibili -sono state numerose in questo periodo e lo saranno ancora senz'altro nel prossimo- e con tutti i mezzi, dalla sua stampa regolare, in primo luogo quella d'impresa, agli interventi puntuali con volantini, manifesti, riunioni e comizi, fino ad apostrofare le altre organizzazioni, sindacati, partiti, associazioni che si riferiscono più o meno al movimento operaio o alla sinistra.

Lo scoppio di una tale mobilitazione non dipende da nessuna organizzazione, neanche quelle più importanti, come lo ribadiscono sempre i capi sindacalisti, soprattutto quando non ne vogliono. Dipende ancora meno dell'azione della sola Lutte Ouvrière. Quel che dipende di lei è di fare sapere che mira ad esserne parte ed a preparare questa mobilitazione con tutti, organizzazioni e militanti, qualunque siano d'altra parte le divergenze politiche. Cioè a presentarsi come un partito operaio che rivendica il suo posto nella lotta di classe ma è pronto a parteciparci con tutti quelli che anche loro vorrebbero prendere posto in questa lotta.

Il 4 ottobre sarebbe stato un'occasione di rivolgersi così all'insieme del movimento operaio. Lo è ancora poiché nessuna continuazione è stata proposta da chiunque. Tocca a Lutte Ouvrière rivolgersi il più rapidamente possibile a tutti quelli che da vicino o da lontano hanno chiamato o appoggiato questa giornata d'azione per esaminare insieme quale può essere questa continuazione che dovrebbe portare a mobilitazioni sempre più larghi.

E' evidente che accresceremmo la possibilità di essere sentiti dai militanti e di fare pressione sulle ordinazioni se lo facessimo con e in nome dell'insieme dell'estrema sinistra, e in primo luogo con l'organizzazione di cui rimaniamo più vicini, nonostante le molto importanti divergenze attuali, la LCR. Come tra l'altro si potrebbe progettare di rivolgersi all'insieme delle organizzazioni operaie e di sinistra e dei loro militanti per proporgli l'azione comune, senza rivolgerci prima verso quelli che sono quelle più suscettibili di condividere i nostri obiettivi di lotta ?

Lutte Ouvrière è certamente un piccolo partito, ma un partito riconosciuto sulla scena politica dalle altre organizzazioni, anche nemiche, come dai lavoratori stessi. La modestia è una qualità solo quando non è un intralcio. Lutte Ouvrière, anche da sola, ha i mezzi politici e militanti di rivolgersi all'insieme del organizzazioni operaie, partiti e sindacati, e quindi deve averne l'audacia.

Che altra politica di ricambio ci sarebbe ? Aspettare, qualunque sia il pretesto, quello della nostra debolezza o un altro, significa lasciare il campo libero senza tentare di opporcisi, alle politiche dei sindacati o dei partiti di sinistra, che loro stessi non propongono altro che di aspettare... le elezioni. Al meglio !