India : dallo sfruttamento coloniale allo sviluppo ineguale (Circolo Lev Trotski - Parigi - 10 marzo 2006)

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INDIA : dallo sfruttamento coloniale allo sviluppo ineguale
10 marzo 2006

L'India è un immenso paese dove vivono più di un miliardo e cento milioni di persone : un individuo del pianeta su sei abita in India. Questa superficie immensa, di 3.290.000 km2 è sei volte quella della Francia.

Composta da 28 regioni e 7 stati federali, ciascuno vasto quanto molti dei paesi europei, l'India ospita una moltitudine di popoli e di etnie. Una straordinaria varietà, basti pensare che a fianco delle 18 lingue riconosciute ufficialmente, vengono parlate centinaia di altre lingue e dialetti.

Ma è per altre ragioni che il "gigante asiatico" ha conquistato le prime pagine dei giornali in questi ultimi tempi. Alla fine di gennaio l'India ha avuto i riflettori puntati per il vertice di Davos, l'appuntamento dei grandi padroni del mondo. Si sono sentiti commentatori elogiare il tasso di crescita eccezionale dell'India, vicino all'8% nel 2005, appena dietro a quello della Cina. A sentir loro, all'ombra della potenza cinese, l'India starebbe per spiccare il volo e minaccerebbe, a breve, l'egemonia delle potenze imperialiste sull'economia mondiale.

Tali commentatori mettono in evidenza la "Shining India", l'India che splende, con lo sviluppo a Bangalore della Silicon Valley indiana, che concentra le grandi imprese informatiche e si specializza nello sviluppo di software e nell'assistenza clienti in linea, così come l'esistenza di una classe media istruita, che parla inglese, pronta a consumare.

I commenti dei mass media passano dall'entusiasmo dinanzi al "miracolo indiano", in particolare quando trattano delle possibilità d'investimento per le imprese dei paesi ricchi in India, alla più grande preoccupazione quando si tratta della concorrenza potenziale di questa nuova potenza economica.

A questo proposito ne abbiamo sentite di tutti i colori - o quasi - con l'OPA ostile che il gruppo siderurgico Mittal Steel ha lanciato contro Arcelor alla fine di gennaio. Il lupo indiano sarebbe entrato nell'ovile europeo e avrebbe attaccato ferocemente Arcelor - presentato come un modello europeo di virtù, mentre esso stesso sta divorando uno dei suoi concorrenti canadesi !

La prova che l'aumento della potenza, contenuta ma assai concreta, dell'India sta minacciando direttamente i più grandi trusts dei paesi europei sarebbe da ricercare nell'origine indiana della famiglia Mittal. Il fatto che si tratti di un gruppo ufficialmente olandese, quotato in Europa e che non possiede alcuna fabbrica sul suolo indiano non ha alcuna importanza per gli editorialisti.

L'India viene portata ad esempio anche sul piano politico. Si elogia la stabilità istituzionale "della più grande democrazia del mondo", unico paese povero riuscito a mantenere, dall'indipendenza, elezioni regolari, un sistema parlamentare, una stampa libera, in breve tutti gli attributi di una democrazia.

Dire che questa visione delle cose non è la nostra non stupirà nessuno. Per estasiarsi di fronte al miracolo economico di Bangalore occorre dimenticare le baraccopoli che bisogna attraversare prima di arrivare sugli impeccabili prati inglesi che circondano le imprese di software; per celebrare le virtù della democrazia indiana bisogna tacere la persistenza di caratteri medioevali, come il sistema delle caste, le crescenti disuguaglianze, con 390 milioni di indiani, secondo le stime ufficiali, che sopravvivono con meno di 1 dollaro al giorno, la repressione selvaggia che si abbatte su tutti coloro che protestano o osano avanzare rivendicazioni, così come la situazione di guerra civile che persiste in alcune regioni.

Ci dicono che oggigiorno, con la mondializzazione dell'economia e le nuove relazioni a livello mondiale, tutto sarebbe differente, tutto sarebbe possibile. I più ottimisti arrivano a prevedere una "riduzione significativa della povertà, se l'India persevera nella liberalizzazione della sua economia". Ecco un'espressione sufficientemente vaga per non dir nulla e dichiarare una qualche preoccupazioni riguardo agli esclusi della splendida India...

Ma non si può comprendere cos'è l'India oggi, né l'evoluzione attuale di questo immenso paese, senza tornare al suo passato, ed in particolare al suo passato coloniale. Le relazioni tra Gran Bretagna e India hanno costituito l'esempio tipico delle relazioni tra un paese imperialista ed una colonia, e la rivoluzione industriale che ha permesso lo slancio economico della Gran Bretagna si è sostenuta in ampia misura sulla rapina dell'India.

La storia dell'India, il modo in cui il paese si è sviluppato, porta con sé tutti i caratteri del colonialismo, di cui tanto si parla in questo momento. E sono queste caratteristiche che permettono di comprendere l'India di oggi.

La colonizzazione britannica distrugge la società indiana

Dal commercio alla rapina

a mondializzazione, che ci viene presentata come una grande novità della nostra epoca, non è cosa nuova per l'India : fin dalla fine del XV secolo le ricchezze di questo lontano paese sono state meta di molte incursioni da parte della borghesia mercantile sviluppatasi in Europa.

All'epoca in cui Vasco de Gama raggiunse la costa occidentale indiana, nel 1498, l'India era ben lungi dall'essere un paese ripiegato su sé stesso. Gli scambi erano intensi e in alcune regioni, come il Gujarat, uno Stato costiero del Nord-ovest, la produzione artigianale di tessuti, apprezzati in tutto l'oriente era fiorente. Le carovane di commercianti dell'impero Moghol, dinastia musulmana che regnava allora in India, andavano, ad Est, fino in Indonesia ed in Cina e, ad Ovest, verso la Persia.

Con gli esploratori vennero i commercianti occidentali : i portoghesi installarono dei presidi sulla costa occidentale, presto seguiti dall'Olanda, la Gran Bretagna e la Francia. Questa, arrivata ultima nella corsa, dovette accontentarsi di quelli di Pondichéry o Chandernargor.

Gli europei esclusero i mercanti indiani dal commercio marittimo con l'estero, e svilupparono un partenariato soltanto con quelli più importanti, che fungevano da intermediari.

La conquista di territori fu realizzata poco a poco. L'Inghilterra si impose rapidamente : fin dal XVIII secolo regnava su tutto il sud dell'India.

Per molti decenni, in particolare alla fine del XVIII secolo, la Compagnia inglese delle Indie orientali realizzò grandi fortune commerciando prodotti indiani, soprattutto spezie, prodotti di cotone e di seta. Impose il suo monopolio con la forza, ed il commercio si trasformò rapidamente in puro e semplice saccheggio. La Compagnia costringeva i contadini ed i tessitori di tela a venderle la totalità della loro produzione, a prezzi da lei fissati. Schiacciava i villaggi sotto il peso di tasse che andavano ad ampliare la fortuna degli azionisti della società.

Risultato diretto di questo saccheggio fu l'imperversare della carestia nel 1770 nel Bengala, così in uno degli stati più ricchi dell'India, dove vi era una produzione artigianale sviluppata, trovarono la morte dieci milioni di persone... Ma la Compagnia, che aveva continuato a riscuotere l'imposta fondiaria durante la carestia e l'aveva anche aumentata, si rallegrò nel vedere le sue entrate nette aumentare.

Questo periodo costituisce la prima fase di quello che si potrebbe chiamare lo "sviluppo del sottosviluppo" in India.

Il saccheggio dell'India e la rivoluzione industriale in Gran Bretagna

Fu effettivamente il denaro dell'India prelevato a mezzo di rapina che finanziò in larga parte la rivoluzione industriale in Gran Bretagna. Tali capitali vennero investiti intorno al 1800 avvalendosi delle recenti innovazioni tecniche, come la macchina a vapore, non più solo nella vendita delle merci, ma nella loro stessa produzione. La generalizzazione dell'uso delle macchine trasformò la manifattura in fabbriche e gli operai in semplici prolungamenti di queste ultime. La rivoluzione industriale sostituì la produzione di massa alla produzione artigianale.

Tutto ciò segnò una nuova tappa della colonizzazione indiana, ancora peggiore della precedente. Se la Compagnia britannica aveva assoggettato l'artigianato indiano, ne aveva però anche bisogno in quanto prima fonte di arricchimento. Con lo sviluppo dell'industria britannica, l'artigianato indiano diventò invece un rivale da eliminare. L'industria tessile che si sviluppava in Gran Bretagna non poteva tollerare la concorrenza dei tessuti indiani.

Per distruggerlo, fece leva sulla superiorità della produzione capitalistica e beneficiò dell'assistenza diretta del suo Stato. Lo Stato britannico impiantò diritti doganali proibitivi, vietando praticamente l'esportazione dei tessuti indiani.

Da gran produttore di tessuti artigianali, l'India si trasformò in un vasto mercato di tessuti e filo inglese di produzione meccanizzata. Tra il 1824 ed il 1837, le importazioni di mussola inglese in India passarono da meno di un milione di metri a 58 milioni! Con la diretta conseguenza che la popolazione di Dacca in Bengala, una delle grandi regioni produttrici di tessuti, passò da 150.000 a 20.000 persone.

Il tenore di vita della popolazione indiana si abbassò inesorabilmente. Milioni di artigiani rovinati andarono ad ampliare le file della popolazione senza terra dei villaggi. L'India era diventava una colonia destinata a produrre materie prime per l'Inghilterra e a comperare i suoi prodotti manifatturieri, per non parlare delle imposte che contribuivano a strangolare ulteriormente la popolazione.

Sotto l'impero Moghol, quando i contadini dovevano fornire in imposta un terzo del loro raccolto, questa poteva essere modulata, o anche eliminata, quando imperversava la fame, dopo un cattivo raccolto, per esempio.

Il colonizzatore inglese, invece, non si preoccupava di questi dettagli : le imposte erano dovute qualunque cosa succedesse ed il loro volume globale aumentava regolarmente.

E cambiamento più importante ancora : i colonizzatori inglesi imposero l'imposta in denaro al posto dell'imposta in natura. Imporre il denaro in un'economia contadina, che ne ignorava praticamente l'uso, condusse a sconvolgimenti sociali enormi. Le comunità di villaggio tradizionali esplosero. I percettori di imposte sotto Moghols, gli zamindar venivano considerati dal potere britannico come proprietari del suolo. A loro spettava pagare un compenso in denaro liquido, con la libertà di spremere i contadini per recuperare molte volte il compenso dato. Questa nuova classe di proprietari terrieri, gli zamindar, diventarono il flagello dei contadini indiani. Ed un'altra categoria di parassiti fece la sua comparsa nelle campagne, con l'introduzione dell'imposta in denaro : quella degli usurari.

L'India soffre ancora oggi di questi due flagelli, portati dai colonizzatori britannici.

Commentando la situazione dell'India, Marx scriveva nel 1853 : "Nessun dubbio è possibile : i mali che gli inglesi hanno causato all'Hindoustan sono di un tipo essenzialmente diverso e molto più profondo di tutto ciò che l'Hindoustan aveva dovuto subire prima. L'Inghilterra ha in effetti distrutto le basi stesse del regime sociale dell'India, senza manifestare fin qui la minima velleità di costruire qualcosa d'altro".

La Gran Bretagna contava a metà del XIX secolo il 2% della popolazione mondiale, ma il 45% della produzione manifatturiera! È questa potenza che gli permise di regnare sull'India, che non era un paese sviluppato, ma era comunque una civiltà antica, con un'agricoltura irrigata relativamente evoluta ed una produzione artigianale da esportazione.

La pretesa "opera civilizzatrice"

Quello che l'autore inglese Rudyard Kipling celebrava come il "fardello civilizzatore dell'uomo bianco" e che i nostri politici vorrebbero venderci oggi con il nome di "opera civilizzatrice della colonizzazione" si riassume nei medesimi metodi di rapina e di controllo della popolazione, qualunque sia la potenza europea interessata.

I popoli colonizzati hanno pagato caro i vantaggi della civilizzazione e se ci sono state ricadute positive per loro, non era certo questo lo scopo principale! Come sottolineava Marx nel 1853 : "l'oligarchia manifatturiera inglese non vuole dotare l'India di ferrovie che con l'esclusiva intenzione di estrarne a basso prezzo il cotone e le altre materie prime per le sue manifatture. Tutto ciò che la borghesia inglese sarà obbligata a fare in India per i suoi profitti non emanciperà la massa del popolo, non ne migliorerà sostanzialmente la sua condizione sociale".

Ciononostante, Marx non rimpiangeva il passato e non vedeva nella vecchia organizzazione della società indiana, distrutta dalla colonizzazione, una sorta di età dell'oro. Al contrario, ne denunciava l'oscurantismo e l'organizzazione sociale medioevale. Scriveva : "non dobbiamo dimenticare che questa vita vegetativa, stagnante, che questo genere di esistenza passiva scatenava da una parte, come contraccolpo, forze distruttive cieche e selvagge facendo dell'assassinio stesso un rito religioso nell'Hindoustan. Non dobbiamo dimenticare che queste piccole comunità portavano il marchio infamante delle caste e della schiavitù, che sottomettevano l'uomo alle circostanze esterne anziché farne il re di tali circostanze, che consideravano uno stato sociale soggetto a sviluppo spontaneo, una potente fatalità (...)".

Le masse indiane rapinate dall'amministrazione coloniale

La metà del XIX secolo fu segnata in India dalla grande rivolta del 1857.

Reclutati in maggioranza fra le caste indiane elevate e tra alcune minoranze etniche, i "cipayes" -soldati sottoposti al comando di ufficiali britannici- la scatenarono ed alcuni principi feudali ne presero la testa, ma tale rivolta coinvolse anche i contadini che vivevano in condizioni miserabili e la popolazione delle città.

Malgrado una repressione feroce, l'esercito britannico, che bruciò villaggi interi e ne sterminò gli abitanti, impiegò più di un anno per venire a capo dei grandi centri di resistenza e, fino al 1859, dovette affrontare piccoli distaccamenti di insorti che resistevano ancora.

È a questo punto che l'India passò sotto il diretto dominio della Corona britannica. La Compagnia delle Indie orientali, che l'aveva amministrata fino ad allora, fu liquidata, non senza un generoso indennizzo dei suoi azionisti.

Assoggettato a sua maestà britannica, il popolo indiano non si trovò in migliori condizioni. Nelle campagne, gli zamindar avevano ogni diritto sui contadini poveri, dal momento che incassavano soldi per conto del governo coloniale. Questo denaro permise alla borghesia britannica di finanziare delle infrastrutture indispensabili allo sfruttamento del paese, per esempio le ferrovie. Allo stesso modo, dopo aver lasciato deperire gli impianti preesistenti, trascurandone la manutenzione, furono costruite grandi opere di irrigazione, assolutamente inutili alla popolazione, che ciononostante era stata lei stessa a pagare tramite una "tassa sull'acqua".

Nelle campagne, l'amministrazione coloniale favorì, a detrimento delle colture per uso alimentare, lo sviluppo di grandi piantagioni di tè, di caffè, ma anche di cotone, di iuta, di fibre di palma o di gomma, senza dimenticare il papavero da oppio.

I contadini vi lavoravano in condizioni vicine alla schiavitù. In Bengala, nelle piantagioni d'indaco, i proprietari britannici pagavano in anticipo il raccolto dei contadini. Quando questo non bastava a coprire l'anticipo, il contadino si indebitava, ed il debito si trasmetteva ai suoi figli legandoli al proprietario tanto inesorabilmente quanto i vincoli di servaggio avevano legato un servo al suo signore.

Tale forma di indebitamento per diverse generazioni divenne rapidamente la sorte della maggior parte dei contadini, che non potevano più far fronte al pagamento delle imposte e, sotto la pressione degli usurari e degli zamindar, furono costretti alla fine ad abbandonare ad essi le loro terre.

Il susseguirsi delle carestie

Le grandi piantagioni fornivano produzioni interamente destinate all'esportazione. La carestia continuò ad essere devastante e, tra il 1875 ed il 1900, la fame e le sue dirette conseguenze uccisero 25 milioni di persone. Durante le carestie le esportazioni di grano verso la Gran Bretagna continuarono.

Nel 1881, Marx espresse la propria indignazione con queste parole : "ciò che gli inglesi prendono ogni anno agli Indiani - sotto forma di rendita, di dividendi su ferrovie completamente inutili per gli Indiani stessi, di pensioni per i funzionari militari e civili, di spese per le guerre afghane ed altro - quello che prendono loro ogni anno senza nessuna compensazione - senza contare quello di cui si appropriano ogni anno nell'India stessa - oltrepassa il montante globale dei redditi dei 60 milioni di lavoratori agricoli e industriali in India! È un vero e proprio dissanguamento, un vero scandalo! Gli anni di carestia si succedono gli uni dopo gli altri, e la fame assume dimensioni che in Europa non si sospettano neanche".

Quindici anni dopo, nel 1896, la carestia colpì di nuovo la totalità del paese, con cattivi raccolti a causa della siccità. Le cause naturali furono aggravate dalla speculazione sfrenata sui cereali, che il governo non cercava minimamente di contenere. Un'epidemia di peste si aggiunse al colera a Bombay, dove si concentrarono decine di migliaia di rifugiati affamati provenienti dalle campagne.

Mentre l'amministrazione coloniale preparava, in pompa magna, le cerimonie del 60 anniversario del regno della regina Vittoria, i diversi organismi che avrebbero dovuto contrastare la fame e la peste sviarono il denaro verso altri obiettivi, tra cui le campagne militari dell'esercito britannico, in Alta-Birmania per esempio.

E' su tali depredazioni inaudite, sulla rovina e la morte di milioni di Indiani, che la borghesia imperialista ha costruito la sua ricchezza. Un rapporto ufficiale dell'amministrazione britannica lo diceva chiaramente, raccomandando nel 1881, dopo molte carestie, di non intervenire poiché, diceva : "se si salvano le classi affamate, si rischia di aumentare considerevolmente la loro fecondità e di lasciarli morire in numero ancora superiore alla prossima carestia". Non c'è bisogno di commenti.

Dividere per regnare meglio

La Gran Bretagna rafforza i principati

In che modo l'amministrazione britannica riuscì ad imporre questo sfruttamento forsennato e a regnare su un paese così vasto e popoloso, dove scoppiavano regolarmente rivolte contadine ?

Dopo la sommossa dei cipaye, che aveva colpito tutto il paese, l'amministrazione coloniale si appoggiò ormai ai grandi proprietari terrieri ed ai principi, di cui rafforzò i poteri contro la popolazione.

In effetti, se controllava direttamente tutta una parte del territorio, un'altra era lasciata sotto l'amministrazione dei principi, con non meno di 562 principati. Alcuni di questi erano minuscoli, altri costituivano regni più vasti di alcuni paesi europei. L'Inghilterra della rivoluzione industriale manteneva i principi sul loro trono, ma dopo tutto, cosa c'era di più naturale per un paese che conserva ancora oggi i suoi re e le sue regine!

Per restare al loro posto, i maraja ed altri nababbi giuravano fedeltà alla corona britannica e dovevano riscuotere e pagare l'imposta per suo conto. Con la benedizione delle autorità coloniali, i principi poterono continuare ad esercitare il dispotismo più assoluto sui loro sudditi, che dovevano provvedere al mantenimento delle corti e dei loro fasti insensati.. Un maraja, per fare un esempio, spese l'equivalente di 30.000 euro per il "matrimonio" del suo cane preferito !

L'emergere di una borghesia indiana

Lo straordinario sviluppo dell'usura risale a questo periodo. Gli eredi dei mercanti indiani, che avevano trovato un posto da intermediari presso la borghesia britannica, in particolare nel commercio con l'Estremo Oriente che conoscevano bene, accumularono capitali che investirono in terreni e soprattutto nell'usura. È su tali basi che si sviluppò la borghesia indiana.

Il colonialismo britannico poggiava sulle classi privilegiate ereditate dal passato, in una società ancora largamente feudale; ma con lo sfruttamento dell'India creava anche nuove forze produttive e gettava le basi per un'industria moderna. Ciò diede i mezzi per un relativo sviluppo ad una piccola frazione di borghesia usuraia e mercantile indiana. Le famiglie Tata e Birla, i cui rampolli figurano attualmente nella hit parade delle dinastie borghesi indiane, ne sono un esempio.

Jameshdi Tata, appartenente ad una famiglia di commercianti arricchitisi nel commercio dell'oppio, avviò le prime attività industriali della famiglia a Bombay, inaugurando una fabbrica tessile meccanizzata negli anni '70 dell'800. Nel 1911, aprì la prima fabbrica metallurgica a capitale indiano che successivamente rifornì anche di una centrale idroelettrica.

Stesso scenario per i Birla : questa famiglia di commercianti, ha accumulato ricchezze con il commercio della iuta e dello zucchero in qualità di intermediari devoti ai coloni britannici, per investire in seguito nella produzione, a partire anche loro dalle industrie tessili.

La giovane borghesia industriale indiana dovette affrontare la concorrenza sleale dei borghesi britannici, che le fornivano attrezzature e macchinari primari a prezzi di monopolio altissimi e che escogitava tutti gli impedimenti legislativi possibili. Essa superò tali difficoltà sottomettendo gli operai ad un aumento dello sfruttamento, con settimane di lavoro di 80 ore e facendo lavorare i bambini fin dall'età di 6 anni.

Le classi possidenti alleate del potere coloniale

Nei villaggi l'amministrazione coloniale si serviva dei notabili indiani. Ai suoi vertici, la borghesia indiana ottenne qualche posto di rappresentanza. Senza un reale potere, queste rare rappresentanze erano scelte dal viceré. Il potere coloniale intendeva preservare l'alleanza con i possidenti contro la massa del popolo indiano.

La collaborazione dei grandi proprietari terrieri con i ricchi borghesi si intensificò nel 1885, con la creazione del partito del Congresso nazionale, prima organizzazione politica indiana e progenitrice del partito del Congresso, ancora oggi al potere. Il suo segretario nazionale era un alto funzionario britannico dell'amministrazione coloniale. Il programma del partito del Congresso non metteva per niente in discussione la colonizzazione, bensì chiedeva un trattamento "decente ed equo" per le colonie.

La borghesia indiana, i cui figli studiavano nelle più prestigiose università britanniche, che viveva come i rappresentanti locali della borghesia britannica, reclamava la dovuta considerazione in ragione della propria ricchezza, malgrado il colore della pelle. Ora, in una società coloniale basata sulla certezza della superiorità dei britannici, il razzismo ordinario poteva colpire anche i più grandi borghesi : Jameshdi Tata per esempio, un giorno vide rifiutarsi l'ingresso in un grande hotel di Bombay - si rifece subito dell'affronto rilevando la gestione del lussuoso Taj Mahal hotel!

Dunque il partito del Congresso reclamava misure come l'abolizione delle discriminazioni razziali. Sul piano economico, rivendicava ugualmente la fine delle discriminazioni tariffarie di cui era vittima l'industria indiana.

Pretendendo di rappresentare il popolo indiano, quest'assemblea di notabili rappresentava in realtà la borghesia ed i proprietari fondiari indiani. Distante dalle masse, ne aveva paura. Costituiva un punto di appoggio indigeno per l'autorità coloniale e se ne accontentava, tutta contenta di esprimere un'opinione di cui in realtà nessuno teneva conto.

Le caste : un sistema arcaico preservato e consolidato sotto il dominio britannico

Per meglio imporre il proprio dominio, la borghesia britannica non esitò a servirsi delle divisioni in caste. Erano un'eredità delle società precedenti, istituite in India 3000 anni prima. Secondo la loro rappresentazione religiosa, la società era divisa in quattro parti, sull'immagine del corpo umano : al vertice, la testa rappresentava la casta dei bramini, eredi dei preti dell'antichità, mentre le braccia e le spalle simboleggiavano i guerrieri. Venivano poi i produttori, dal mercante, all'artigiano o al contadino, che rappresentavano le gambe e, per finire, i piedi che erano i servitori. Una quinta categoria, fuori dalle caste, era composta dagli uomini costretti ai lavori più duri e considerati come impuri, chiamati "intoccabili" poiché indegni di entrare in contatto con le altre caste.

In seguito furono aggiunte una moltitudine di diversificazioni, distinguendo ogni mestiere, fino ad oltre 3000 caste. Questo sistema di divisione, in una società relativamente immutabile nei secoli, codificava la divisione del lavoro nei villaggi, in modo che ogni famiglia occupava un posto ed un mestiere ben preciso, trasmesso di padre in figlio e senza speranza di uscirne, un sistema consacrato da precetti religiosi.

Gli "intoccabili" vivevano a parte, al di fuori del villaggio e non avevano diritto a prendere l'acqua alle stesse sorgenti delle altre caste, né di entrare nei templi. Dovevano spazzare le tracce dei loro stessi passi, per non sporcare il suolo. Un intoccabile della regione di Bombay in un libro-testimonianza ha raccontato come, da bambino, prese coscienza della sua condizione. Assetato, chiese ad un uomo di un'altra casta il permesso di bere dal suo recipiente. L'uomo rifiutò che avvicinasse le sue mani a lui e alla sua acqua. La testimonianza continua così : "mi allontanai con mio padre, che mi spiegò che non avevo il diritto di toccare quell'acqua altrimenti si sarebbe inquinata. Girandomi, vidi il cane dell'uomo bere direttamente nel recipiente. Fu quel giorno che mi chiesi per la prima volta se non fosse stato meglio nascere cane che intoccabile".

Distruggendo l'economia di villaggio, l'invasore britannico sabotò le fondamenta di tale divisione iniqua della società, che non aveva più basi materiali ed era destinata a sparire nel turbine dell'economia capitalistica, dell'urbanizzazione e del mischiarsi della popolazione che comportava. Ma paradossalmente le caste conservarono il loro peso, infatti avevano più di una ragione per esistere, in gran parte a causa dei coloni britannici, che videro in esse un mezzo per mantenere le masse al "loro posto". Si ingegnarono dunque per mantenere queste divisioni. I privilegi delle alte caste furono in qualche modo legalizzati dall'autorità britannica, che affidò loro posti in seno all'amministrazione o all'esercito. D'altra parte, il censimento della popolazione fu effettuato citando le caste.

Le religioni, strumento di divisione

Le opposizioni etniche e religiose furono un altro strumento favorito dal colonialismo per dividere le popolazioni.

Fin dall'inizio, la borghesia britannica giocò così su più fronti. Da una parte, cercò di dividere la popolazione per meglio dominarla, cosa non difficile in un paese così vasto, con differenti popolazioni. D'altra parte, si assicurò la lealtà delle classi privilegiate indiane accordando loro una vaga rappresentanza senza potere effettivo.

Bisogna dire che al di là delle divergenze reciproche, la borghesia indiana e quella britannica erano legate dalla stessa paura delle masse. Di fronte a quel calderone in perpetua ebollizione rappresentato da centinaia di milioni di poveri, la borghesia indiana ed i proprietari terrieri accolsero calorosamente le misure repressive adottate dall'autorità coloniale.

Nel 1905, il "calderone" conobbe la prima esplosione importante. Il contesto internazionale, con la vittoria del Giappone nella guerra contro la Russia, produsse una certa effervescenza poiché, per la prima volta, un paese asiatico trionfava e tale vittoria era interpretata in India come una vittoria sul dispotismo europeo. Vi si aggiungevano gli echi della rivoluzione russa del 1905, che pur deformati dalla stampa britannica, giungevano comunque, in particolare ai giovani studenti e ai liceali delle città.

Per rompere l'agitazione di una delle regioni più turbolente del paese, l'autorità coloniale pianificò la divisione del Bengala in due regioni, separando i musulmani e gli indù e giocando così la carta della divisione religiosa. L'amministrazione britannica propose all'intellighenzia musulmana del Bengala orientale posizioni vantaggiose rispetto a quelle degli indù.

Ma la manovra suscitò l'indignazione generale. La frazione nazionalista, considerata "estremista" in confronto alla moderazione del partito del Congresso, sviluppatosi da qualche anno, nell'agosto 1905 mise in primo piano la parola d'ordine del boicottaggio delle merci straniere.

Ma tale frazione estremista, il cui principale dirigente era Bal Gangadhar Tilak, sostenne nella propria propaganda quanto c'era di più reazionario nell'induismo. Si era fatto conoscere con una campagna contro la legge che i Britannici volevano far passare per impedire il matrimonio delle ragazzine di età inferiore ai dodici anni. Contemporaneamente chiese la rottura con la politica di conciliazione con l'imperialismo e trovò un'eco favorevole fra la piccola borghesia insoddisfatta, in particolare tra gli studenti poveri ai quali lo scenario coloniale non offriva alcun futuro.

Ascesa del movimento nazionalista e primi scioperi operai

Nel 1905, il boicottaggio ottenne un certo successo, in particolare nelle grandi città, ed obbligò la maggioranza del partito del Congresso a sostenerlo senza grande entusiasmo. Di fronte a questa ascesa del movimento nazionalista, il governo coloniale favorì la creazione nel 1906 della Lega musulmana, sostenuta dalla borghesia e dai grandi proprietari fondiari musulmani.

D'altra parte, accentuò la repressione e nel 1907 fece passare una legge che permetteva la deportazione senza processo. L'arresto e la condanna a sei anni di prigione di Tilak provocarono il primo sciopero politico degli operai tessili di Bombay, che paralizzò la città per sei giorni. All'epoca fu salutato da Lenin come una speranza per il proletariato indiano, "giunto alla fase della lotta politica cosciente di massa".

La repressione si scatenò : le riunioni venivano disperse, gli alunni sorpresi a cantare canti nazionali arrestati, gli scioperi, che coinvolsero le ferrovie e le fabbriche tessili, ed i sollevamenti agrari, come quello che ebbe luogo nel Penjab, furono severamente repressi.

Mentre utilizzava il bastone contro le masse, l'autorità coloniale accordò qualche briciola ai dirigenti moderati e fece marcia indietro sulla divisione del Bengala. Nel 1909, la nuova legge elettorale aprì agli Indiani l'accesso al Consiglio legislativo centrale ed ai consigli provinciali, che erano istanze consultive senza poteri effettivi. La nuova legge elettorale istituì anche collegi elettorali separati tra musulmani e indù - d'altra parte limitati alla minoranza più ricca, dato che il suffragio era censuario. Il potere coloniale accordò proporzionalmente più seggi ai musulmani che agli indù.

Le briciole elargite dal potere coloniale bastarono ad accontentare il partito del Congresso, che si profuse in dichiarazioni di lealtà all'arrivo del nuovo viceré nel 1910, proclamando in particolare che "tutti i cuori (...) straripavano più che mai di fiducia e di gratitudine verso l'autorità britannica".

Le lotte, prolungatesi dal 1905 al 1908, testimoniarono il risveglio della classe operaia alla vita politica. Un risveglio che si sarebbe confermato in modo netto nella prima grande ondata rivoluzionaria che scosse l'India dopo la Prima Guerra mondiale.

1918-1922 : l'ascesa rivoluzionaria

Sulla scia della rivoluzione russa

Come tutte le potenze imperialiste che si scontravano per la divisione del mondo, la Gran Bretagna aveva utilizzato la popolazione delle colonie come carne da macello sui campi di battaglia e aveva fatto sopportar loro il peso delle spese militari. Il tutto con l'appoggio del partito del Congresso, i cui dirigenti dichiararono nel 1915 : "il compito dell'India, in questo periodo difficile e delicato, è di provare la sua gratitudine e di ringraziare la grande nazione britannica". I dirigenti della Lega musulmana, che si fuse con il partito del Congresso nel 1916, li seguirono.

Mentre la borghesia indiana faceva di tutto per provare la sua lealtà all'Impero, la situazione materiale già insopportabile delle masse indiane si aggravava ancora di più, la carestia riapparve con i cattivi raccolti del 1918.

Ma il caos del conflitto mondiale, con i suoi milioni di morti e le sue distruzioni, vide anche nascere la rivoluzione russa del 1917 che, a sua volta, scosse il mondo. L'ondata rivoluzionaria investì prima l'Europa, dalla Germania alla Finlandia passando per l'Ungheria e l'Italia. Dappertutto nel mondo suscitò l'interesse e l'entusiasmo degli oppressi e, in Africa e in Asia, risvegliò la coscienza di milioni di persone che subivano il giogo coloniale. L'eco della rivoluzione russa fu così vivo che si diffuse rapidamente tra i popoli colonizzati.

La classe operaia indiana era poco numerosa, ma molto concentrata in grandi città come Calcutta e soprattutto Bombay. Nelle fabbriche si contavano più di due milioni di operai ed il loro numero stava aumentando a causa dell'industria di guerra. Bisognava aggiungervi tutta quella popolazione di lavoratori esterna all'industria moderna. Nelle campagne, venti milioni di lavoratori agricoli sovrasfruttati avevano interessi identici, senza dimenticare la gran massa dei piccoli contadini.

Benché minoritaria, la classe operaia rappresentava una forza considerevole, capace di trascinare le masse e, nelle condizioni create dalla fine della guerra mondiale e dall'ondata rivoluzionaria generatasi in Russia, fece irruzione sulla scena politica.

L'aggravamento delle condizioni di vita si aggiunse all'effervescenza politica : alla fine del 1918 un grande sciopero scoppiò nelle fabbriche tessili di Bombay. Nel gennaio 1919 quasi 120 mila operai erano in sciopero. Le leggi repressive promosse dal potere coloniale non poterono impedire al movimento di estendersi e di investire le campagne e le grandi piantagioni. Il movimento di sciopero raggiunse una dimensione mai vista in India.

In questo contesto, il partito del Congresso oscillava tra la sua abituale attitudine conciliante verso l'imperialismo britannico e parole d'ordine un po' più radicali suggerite dalla situazione. La borghesia indiana non poteva ignorare il movimento di massa che era scoppiato spontaneamente. Piuttosto che guardare la situazione sfuggirgli di mano, il partito del Congresso tentò di controllarla e di servirsene per ottenere qualche concessione dal potere coloniale.

Ma se il partito del Congresso voleva servirsi della mobilitazione popolare, la voleva però disarmata. Ed è quanto la politica di Gandhi gli avrebbe offerto.

Gandhi, o l'arte di disarmare le masse

Originario di una famiglia di commercianti, Gandhi fece i suoi primi passi da militante nazionalista in Sudafrica dove, giovane avvocato, era impiegato in una ditta commerciale indiana. Pur proclamando la sua lealtà all'Inghilterra, organizzò la lotta contro i lasciapassare imposti dai britannici ai commercianti indiani. Si dichiarava già a favore di movimenti pacifisti, una non violenza che non gli impedì di schierarsi attivamente al fianco dell'esercito britannico al momento della guerra dei Boeri, e poi contro la sommossa degli Zulu.

Varie opere di propaganda, fra i quali il film di Attenbourough che guadagnò l'Oscar come miglior film nel 1982, presentano Gandhi come un campione della non violenza. In una società violenta come quella indiana, dove le stesse quotidiane relazioni sociali erano violente, la dottrina non violenta di Gandhi aveva una funzione politica : quella di lasciare le masse disarmate di fronte alla violenza dei loro oppressori.

Gandhi viene raffigurato dalla parte dei poveri, per l'uguaglianza. Tuttavia sosteneva la divisione della società in caste, che gli sembrava fondamentale. Nel 1920 scriveva : "Considero fondamentali, naturali ed essenziali le quattro grandi divisioni (...). Le innumerevoli suddivisioni possono essere maldestre, ma sono assolutamente contrario a che si cerchi di distruggere le divisioni fondamentali.

Sono portato a credere che la legge dell'ereditarietà è una legge eterna e che qualsiasi tentativo di trasformarla deve inevitabilmente condurre al disordine assoluto. Non considero che sia indispensabile allo spirito democratico bere insieme, dividere un pasto e unirsi in matrimonio "

Gandhi non rivendicava neppure l'uguaglianza giuridica tra gli uomini, cosa che sarebbe stata alla portata di qualunque democratico borghese. No, esortava semplicemente i poveri alla pazienza ed all'accettazione della loro sorte fino alla loro futura reincarnazione.

Si dichiarava tuttavia afflitto dalla povertà che imperversava in India. Ma il suo rimedio era il ritorno alla tessitura a mano ! Non senza demagogia, preferiva designare come nemico dei poveri il progresso, piuttosto che i possidenti inglesi ed indiani che se ne accaparravano i frutti.

Il cantore della tessitura a mano era anche un reazionario religioso la cui sciocchezza si esplicita nei suoi scritti. Si può leggere, scritto di suo pugno, che : "gli ospedali sono istituzioni per la propagazione del peccato. Andare a consultare il medico e curare allevia il corpo, ma indebolisce lo spirito ".

Nel nome dei suoi principi lasciò sua moglie morire, per mancanza di iniezioni di penicillina, poiché considerava l'endovenosa come "un'aggressione violenta contro il corpo".

Di ritorno in India, Gandhi seppe farsi apprezzare dalle masse. Facendo leva sulla religione ed i suoi simboli, conquistò il rispetto con il suo modo di vita semplice, i viaggi in vagoni di terza classe, che sembravano contrastare con il modo di vita degli altri dirigenti del partito del Congresso. Avendo abbandonato il vestito inglese per un semplice pezzo di tessuto fatto con le sue mani, non aveva l'aspetto abituale dei borghesi del partito del Congresso, vestiti all'occidentale e che non perdevano occasione per sfoggiare la loro ricchezza.

Questa immagine di povertà che Gandhi voleva offrire alle masse povere era, precisamente, soltanto un'immagine. L'autore-giornalista Tibor Mende ha riportato nel suo lavoro "l'India di fronte alla tempesta" : "Il fatto che Gandhi abitasse spesso una residenza lussuosa, ospite di uno dei più grandi industriali dell'India (Birla), non disturbava l'immagine che milioni di indiani si erano fatti del loro capo; non più d'altronde delle spese straordinarie fatte per preservare e trasformare i vagoni di terza classe nei quali faceva viaggi spettacolari, o per ricostruire quartieri interi di stamberghe quando restava tra gli intoccabili" . Lo stesso Birla sborsava le 50.000 rupie annuali che facevano vivere Ashram, la piccola Comunità che viveva intorno a Gandhi. Per l'industriale Birla, quest'investimento nella persona di Gandhi si rivelò particolarmente proficuo in seguito.

Il talento - per così dire - di Gandhi risiedeva nella sua capacità straordinaria di fuorviare le masse. La popolazione povera, che crepava di miseria, ed era sull'orlo dell'esplosione, poteva identificarsi in quest'uomo scarno ed nella sua dottrina non violenta, cosa che non avrebbe potuto verificarsi con un notabile indiano.

Appena arrivato in India, e nonostante le sue professioni di fede non violente, Gandhi sostenne la Gran Bretagna durante la prima guerra mondiale e si lanciò anche in una campagna di reclutamento di soldati indiani.

La predica della non violenza destinata ai soli poveri

Nel 1919, quando gli scioperi e le manifestazioni di massa si stavano radicalizzando, Gandhi propose la sua prima grande campagna d'azione non violenta, per protestare contro le leggi Rowlatt, che mantenevano le misure repressive del tempo di guerra e permettevano al governo di imprigionare senza processo. Decretò un giorno di "hartal" in aprile : si trattava di un giorno di digiuno e di preghiera durante il quale la popolazione doveva sospendere ogni attività.

Le masse risposero all'appello ben oltre le aspettative di Gandhi : un'ondata di manifestazioni di massa e di scioperi, talvolta sfociate in sommosse, infiammò varie regioni del paese fin dal mese di marzo. Durante questo periodo d'agitazione, indù e musulmani manifestarono fianco a fianco e fraternizzarono nella lotta, al punto che una relazione ufficiale del governo sottolineò questa "fraternizzazione senza precedenti".

Mentre la repressione diventava sempre più violenta, Gandhi intensificò gli sforzi per predicare la non violenza alle masse indiane. Ad Amristar, nella regione del Penjab dove il movimento di massa era molto attivo, l'esercito sparò colpi di mitragliatrice sulla folla raccolta in un luogo chiuso, senza alcuna via di fuga. Ci furono tra i 400 ed i 500 morti e più di 1200 feriti.

Un po' ovunque, gruppi coraggiosi di resistenza alla repressione vennero organizzati da dimostranti poco propensi a lasciarsi massacrare senza reagire. Gandhi moltiplicò gli appelli alla calma, rammaricandosi che il movimento fosse"uscito dal quadro della non violenza". Decise di colpo di sospendere la resistenza passiva soltanto alcuni giorni dopo il hartal, dichiarando che aveva commesso :"un errore enorme come l'Himalaya, che aveva permesso a persone mal disposte e non veri resistenti passivi, di perpetrare disordini". E affinché le cose fossero chiare, aggiunse in una lettera alla stampa che un "resistente civile non cerca mai di mettere il governo in imbarazzo".

Alla fine del 1919, Gandhi giocò tutta la sua influenza affinché il partito del Congresso accettasse le mini-riforme concesse dal governo e perché tutti "si mettano tranquillamente al lavoro per garantirne il successo". Ma se Gandhi riuscì ad imporsi al partito del Congresso, il movimento non obbedì alle sue ingiunzioni nonostante la sua popolarità, e continuò a svilupparsi.

I primi sei mesi del 1920 furono anche il punto culminante del movimento di sciopero, che coinvolse un milione e mezzo di lavoratori in tutto il paese. Il movimento operaio non si indeboliva, nonostante l'assenza di una direzione politica autonoma.

Quanto al partito del Congresso, constatava con la voce dimessa del suo presidente : "non serve a nulla nascondersi che stiamo attraversando un periodo rivoluzionario". Non riuscendo a fermarle, la borghesia indiana tentò di nuovo di mettersi alla testa delle masse e Gandhi elaborò un nuovo programma "di non collaborazione attraverso la non violenza" che fu adottato dal partito del Congresso nel settembre 1920.

La non violenza raccomandata dai dirigenti non rifletteva una qualche preoccupazione umanitaria di evitare spargimenti di sangue : esprimeva il timore dei proprietari terrieri e della borghesia indiana di vedere le masse armarsi e minacciare di sovvertire non soltanto il potere coloniale, ma anche il loro.

Le azioni messe in atto erano il boicottaggio delle elezioni alle nuove assemblee consultive, il boicottaggio delle scuole e dei tribunali. Misure che riguardavano in realtà la borghesia, grande e piccola. Quanto alle masse, il programma le incoraggiava a "ricominciare a filare a mano" ed al boicottaggio dei vestiti britannici. Era un modo per tentare di sviare i lavoratori dal terreno della lotta di classe chiamandoli a fare delle processioni intorno ad un grande falò dove si bruciavano simbolicamente gli abiti britannici.

Ma se la campagna di non collaborazione sedusse le masse, queste non si fermarono qui : nel 1921 l'agitazione continuò sotto forma di scioperi e nel Penjab e nella regione costiera di Malabar prese forma di aperta ribellione. Il movimento culminò al momento della visita del principe del Galles, che provocò il hartal - giorno morto - più spettacolare che l'India abbia mai conosciuto. I giorni di sciopero decretati a Bombay in quell'occasione si trasformarono in sommosse contro la repressione selvaggia. Una volta di più, Gandhi si dissociò delle masse e dichiarò che il "movimento per l'indipendenza gli faceva orrore". Una volta di più, nonostante Gandhi e nonostante la repressione e le migliaia di arresti, il movimento continuò.

La potenza del movimento di classe

Gandhi era praticamente il solo dirigente a non essere in prigione quando il partito del Congresso si riunì alla fine del 1921. Impiegò tutta la sua energia per arrestare il movimento ed annunciò una campagna di "dissobbedienza civile di massa" limitata ad una sola zona di 87.000 abitanti, col pretesto che così, le condizioni di non violenza sarebbero state rispettate! E quando arrivò la notizia che in un piccolo villaggio della zona scelta, i contadini attaccati dalla polizia avevano risposto bruciando il commissariato, con i poliziotti dentro, Gandhi si affrettò a mettere fine a questo simulacro di campagna, denunciando "la condotta inumana da gentaglia". Si inflisse allora 5 giorni di sciopero della fame per "espiare l'immenso errore che aveva fatto invitando le masse alla dissobbedienza civile quando non vi erano ancora preparate".

Represso dall'amministrazione coloniale, disorientato dai tradimenti successivi del partito del Congresso, il movimento rifluì. Nella risoluzione redatta all'inizio del 1922, il partito del Congresso insisteva sulla necessità di rispettare i "diritti legittimi dei proprietari terrieri" di percepire l'affitto delle terre e la necessità di pagare le imposte e le tasse "legittimamente dovute". Non era in discussione la violenza o la non violenza, ma il rispetto degli interessi di classe dei possidenti.

Il periodo 1918-1922 suonò come un allarme per i possidenti indiani ed i loro omologhi britannici. La rivoluzione era alle porte. La questione che si poneva oggettivamente era quella di sapere chi l'avrebbe diretta, la borghesia o il proletariato.

La possibilità di vedere la classe operaia prendere la direzione della lotta rivoluzionaria contro la sovranità britannica in India, e dunque di darle un altro carattere, non era esclusa e ciò era chiaro agli occhi dei possidenti indiani. Sotto la pressione del movimento di massa, il partito del Congresso assunse posizioni ed un tono un po' più radicali, per riuscire meglio ad arrestare il movimento, appena iniziava a rifluire, dopo aver tentato in tutti modi di disarmarlo.

Ciò che rende Gandhi così popolare nei resoconti, nei film e nei libri di storia del mondo intero, è precisamente il ruolo che ha svolto presso le masse. In un paese povero in cui la rivolta esplodeva, la borghesia ha trovato in lui un uomo capace di sviare l'energia delle masse.

Dopo la battuta d'arresto imposta al movimento da Gandhi e dal partito del Congresso, l'autorità britannica si rimangiò alcune concessioni che precedentemente aveva accordato alla borghesia indiana, in particolare sul terreno economico. Nello stesso tempo, organizzò la commissione Simon, incaricata di elaborare la futura costituzione dell'India, e composta unicamente da britannici.

Poiché gli intoccabili si stavano convertendo a milioni alla religione musulmana, tentando così di sfuggire alla condizione di sotto-uomini che era loro assegnata nella società indù, Gandhi lanciò in questo periodo un movimento di difesa della dignità degli intoccabili. Propose di designarli con un termine meno infamante, "harijas" che significa "figli di dio", e di abbandonare un certo numero di ostracismi, che gli vietavano per esempio l'accesso ai templi. Questa improvvisa preoccupazione caritatevole era allo stesso tempo un tentativo di opporsi al movimento dei dalit, creato da un dirigente intoccabile, Ambdekar, che cominciava a riscuotere un certo successo (dalit significa "oppresso" ed era il nome col quale si designavano al posto del termine "intoccabili").

Il movimento di massa aveva realizzato l'unità delle popolazioni di religioni diverse nelle piazze. Approfittando del suo arretramento, le organizzazioni che giocavano la carta del fondamentalismo religioso tentarono di sviluppare la loro influenza. La lega musulmana si separò dal partito del Congresso, raccomandando l'organizzazione separata della minoranza musulmana dell'India. Dall'altra parte, a partire da concorrenti integraliste indù, fu creato nel 1925 un partito nazionalista indù. La RSS (Rashtryia Swayamsevak Sangh - lega nazionale dei volontari) rivendicava "l'induità". Creato dopo l'ondata rivoluzionaria, si distingueva anche per il suo anti-comunismo ed un'ostilità virulenta contro la classe operaia. Svolse all'occasione il ruolo di truppa d'assalto contro gli operai, daltronde i suoi dirigenti si ispirarono alle camice nere di Mussolini per strutturare la loro organizzazione in unità paramilitari.

Queste due organizzazioni fecero apertamente leva sulla divisione religiosa, sotto l'occhio benevolo dell'autorità britannica. Ma Gandhi, così spesso elogiato per avere raccomandato l'unità tra indù e musulmani, giustificava i pregiudizi più sciocchi della religione indù che proibivano i matrimoni intercomunitari ed anche il semplice fatto di mangiare insieme gli stessi cibi!

Una nuova ascesa rivoluzionaria

La classe operaia alla ribalta

Il movimento operaio conobbe una nuova accelerazione in un contesto segnato dalla rivoluzione nella vicina Cina. La rivoluzione cinese del 1927 gettò in effetti il proletariato in una lotta contro l'oppressione coloniale, ma anche contro la borghesia cinese.

Ma contrariamente a ciò che avveniva in Cina, il partito comunista indiano non giocò un ruolo importante. Formato nell'immigrazione nel 1920, aveva iniziato ad impiantarsi nella classe operaia indiana nella metà degli anni 20 ma il corso settario imposto da Stalin a partire dal 1928 gli impedì di svolgere un ruolo di direzione nella nuova ascesa rivoluzionaria.

I grandi scioperi che ripresero a Bombay nel 1928 portarono avanti rivendicazioni politiche contro la commissione Simon, ma anche rivendicazioni economiche, contro gli sfruttatori, inglesi o indiani che fossero. I settori più avanzati della classe operaia, ed in particolare gli operai del tessile di Bombay, occuparono la ribalta sulla scena politica del 1928.

Queste nuove spinte del movimento operaio si tradussero all'interno del partito del Congresso in dibattiti tra i moderati e l'ala sinistra, che raccomandava "l'indipendenza totale" come obiettivo del partito. Alla fine, l'ala sinistra si adagiò sulle posizioni dei moderati per un "governo responsabile in seno all'impero britannico".

Nel marzo 1929, la maggior parte dei dirigenti sindacali e politici fu arrestata, col pretesto di un complotto contro la corona. Il processo si trascinò per 4 anni, durante i quali i dirigenti furono lasciati in prigione, tenendoli così distanti dalla lotta.

La fine dell'anno 1929 si avvicinava, senza che il governo coloniale mostrasse grande attenzione alle sollecitazioni moderate del partito del Congresso. Nello stesso tempo, la classe operaia era sul piede di guerra, impaziente di battersi.

In questo contesto, nonostante il partito del Congresso si fosse finalmente pronunciato per l'indipendenza, Gandhi si oppose. Portò avanti un programma di riforme in 11 punti, che escludeva sempre l'indipendenza, e propose una nuova campagna... contro il monopolio del sale esercitato dal governo britannico. Ciò aveva il vantaggio di essere una rivendicazione popolare escludendo al contempo lo sciopero e la lotta di classe, infatti non si trattava che di effettuare una marcia simbolica verso il mare...

Gandhi si mise dunque in marcia con alcune decine dei suoi partigiani ben scelti ed una schiera di macchine fotografiche e di giornalisti, mentre le masse erano invitate a pazientare. Era un grande show mediatico per l'epoca, che si concluse il 6 aprile 1930, quando Gandhi fece simbolicamente bollire un pugno di sale di fronte al mare.

Le masse tradite ancora una volta da Gandhi

Né Gandhi, né le autorità britanniche, che avevano lasciato serenamente svolgersi la marcia del sale, avevano previsto il formidabile movimento di massa che si scatenò in seguito. Invece di accontentarsi di "fabbricare il loro sale nel rispetto della non violenza", le masse impugnarono le loro armi usuali. Scioperi nelle fabbriche e nelle ferrovie, manifestazioni di strada e picchetti nelle grandi città. Nei villaggi, i primi movimenti che rifiutavano di pagare gli affitti ai proprietari terrieri si generalizzarono.

A Peshawar, che restò per dieci giorni nelle mani della popolazione, i soldati rifiutarono di sparare sui manifestanti. Ci volle l'intervento dell'aviazione britannica per riportare la calma. Mentre questa reprimeva la popolazione, Gandhi non condannava la sua violenza, ma il rifiuto dei soldati indiani di sparare! "Un soldato che disobbedisce ad un ordine di far fuoco infrange il suo giuramento e si rende colpevole di disobbedienza criminale. Non posso chiedere a dei funzionari e a dei soldati di disobbedire, poiché quando sarò al potere, utilizzerò, con ogni probabilità, questi stessi funzionari e questi stessi soldati. Se gli insegnassi la disobbedienza, temerei che agissero nello stesso modo quando sarò al potere".

Il 12 maggio 1930 fu proclamata la legge marziale, mentre gli scioperi conoscevano un nuovo slancio in seguito all'arresto di Gandhi. La repressione dilagò e nello spazio di dieci mesi, tra l'aprile 1930 ed il febbraio 1931, 90 mila uomini, donne e bambini furono condannati.

Dalla prigione, Gandhi continuò a deplorare l'avvelenarsi della situazione e si dichiarò pronto a collaborare con le autorità. Cosa che si realizzò nel gennaio 1931, quando Gandhi e l'esecutivo del partito del Congresso furono rilasciati. Gandhi partecipò in seguito ai negoziati della Tavola Rotonda a Londra, negoziati che il partito del Congresso qualche mese prima aveva giurato di boicottare, poiché non era prevista nessuna discussione sull'autonomia dell'India. Per obbligare l'insieme del partito del Congresso ad accettare, Gandhi rilanciò la minaccia di uno sciopero della fame "fino alla morte".

A Londra, Gandhi firmò un accordo con le autorità britanniche, che non concedeva assolutamente niente, neanche la fine del monopolio del sale. Tutta l'energia delle masse, tutte le loro mobilitazioni vennero una volta di più tradite dai dirigenti del partito del Congresso e l'ala di sinistra del partito, dopo aver espresso qualche protesta, finì, come al solito, per schierarsi con i moderati.

Quanto al potere coloniale, ne approfittò per colpire duramente, arrestando più di 80 mila persone tra il 1932 ed il 1934.

La Seconda Guerra mondiale e la situazione rivoluzionaria del dopoguerra

Una costituzione "schiava"

La costituzione indiana del 1935 - elaborata dalla commissione Simon senza la partecipazione indiana ed adottata dal parlamento britannico - non dava nessun autonomia all'India. Fu battezzata dal partito del Congresso come "la costituzione schiava". L'India restava governata da un viceré britannico. Era confermata la divisione tra India britannica e India dei principati, questi ultimi rappresentavano il 45% del territorio sotto il regno dei despoti. Accentuava inoltre la divisione dei collegi elettorali. Il 15% delle classi privilegiate autorizzate a votare dal suffragio censuario, per eleggere i governi delle province dell'India britannica, sempre sorvegliati da un alto funzionario britannico, erano separati in diversi collegi : uno per i musulmani, uno per gli indù, ma anche uno per i sikh, un altro per gli Anglo-Indiani, gli Indiani cristiani, gli intoccabili, gli Europei...

Il tutto per limitare l'influenza esclusiva del partito del Congresso da un lato, ma anche e soprattutto per mettere le popolazioni le une contro le altre.

Il partito del Congresso, largamente maggioritario alle elezioni nel 1937, rifiutò allora ogni spartizione di posti con la Lega musulmana nel governo delle province a forte maggioranza musulmana. La Lega musulmana poté far leva su tale posizione del partito del Congresso per allargare la sua base tra la popolazione musulmana, spiegando che i diritti delle minoranze musulmane non sarebbero stati presi in considerazione senza di loro.

Al momento della Seconda Guerra mondiale, le organizzazioni nazionaliste tentarono senza successo, di mercanteggiare il loro sostegno allo sforzo di guerra britannico contro qualche assicurazione e garanzia applicabile alla fine della guerra. Quanto a Gandhi, dichiarò che non avrebbe sostenuto questa guerra, ma che non avrebbe fatto niente per approfittare della situazione. Ciò nonostante avanzò una parola d'ordine più radicale, esigendo che i Britannici se ne andassero dall'India.

Trotski aveva commentato così tale posizione : "guai al popolo indiano se dà fiducia a queste parole pompose. Gandhi si è già affrettato a proclamare il suo rifiuto di creare difficoltà alla Gran Bretagna durante la crisi attuale (...). La ripugnanza morale di Gandhi di fronte alla violenza riflette la paura della borghesia indiana di fronte alle proprie masse".

Di fatto Gandhi aveva indurito il suo linguaggio preso com'era tra la spinta delle masse e l'intransigenza delle autorità britanniche, le quali rifiutarono ogni concessione, interruppero le discussioni, dichiararono illegale il partito del Congresso ed arrestarono 60 mila persone.

La Seconda Guerra mondiale determinò un impoverimento generale : nel 1943, la carestia che scoppiò nel Bengala, aggravata dall'incuria dell'amministrazione inglese, fece tra i tre e i quattro milioni di morti. Tra parentesi il campo delle democrazie dava così esempio del suo grado di barbarie...

Scioperi operai e sollevamento dei marinai

Alla fine della guerra, la marcia verso l'indipendenza si accelerò. Questa volta in Europa l'imperialismo era scampato alla rivoluzione. Ma dalla Cina all'Indonesia, passando per l'India e la penisola indocinese con la Malesia, milioni di uomini e di donne si sollevarono, rendendo inevitabile l'esplosione contro la dominazione coloniale o semi coloniale.

In India, l'agitazione riprese già alla fine del 1945, con ondate di manifestazioni e di scioperi politici che partirono ancora una volta dalle grandi città come Calcutta e Bombay. Nella folla dei manifestanti che sfilavano quasi quotidianamente, le bandiere rosse fiancheggiavano quelle del partito del Congresso e della Lega musulmana, i lavoratori si ritrovarono ancora una volta insieme nella lotta, indipendentemente dalla loro religione.

Nel febbraio 1946, i marinai della flotta di Bombay, il più grande porto militare, si sollevarono. Come nel resto dell'esercito indiano, la marina era diretta da ufficiali britannici, ma composta da indiani. La bandiera rossa sventolava sulle navi militari, da cui i marinai avevano espulso gli ufficiali. Sostenuti dagli scioperanti di Bombay che venivano a portare rifornimenti ai battelli, i marinai insorti elessero un Comitato centrale di sciopero della marina. Il movimento guadagnò altri settori dell'esercito ed altre basi della marina, scuotendo nelle sue fondamenta l'apparato dello Stato.

Il Comitato centrale di sciopero contattò i dirigenti del partito del Congresso e quelli della Lega musulmana che insieme gli rifiutarono ogni aiuto ed appoggio pratico. I marinai insorti però potevano contare sull'aiuto attivo dei lavoratori. Quando l'esercito britannico lanciò un ultimatum ai marinai, minacciando di "distruggere tutta la flotta se necessario", i lavoratori risposero con un gigantesco sciopero. Quanto ai soldati indiani, rifiutarono di sparare sui manifestanti. Le autorità coloniali fecero venire la truppa britannica e rinforzi navali considerevoli per lanciare tre giorni di repressione feroce, sparando indiscriminatamente sulla folla. Tra il 21 ed il 23 febbraio 1946, ci furono ufficialmente duecentocinquanta morti.

L'assenza di una direzione rivoluzionaria

Alla fine, sotto la pressione del partito del Congresso e della Lega musulmana e delle loro promesse di far di tutto per evitare rappresaglie, il comitato di sciopero dei marinai decise di arrendersi, e fu immediatamente arrestato.

Durante queste giornate rivoluzionarie, le masse avevano mostrato il desiderio di unità, passando oltre le differenze di confessione religiosa.

Nell'altro campo, i dirigenti della Lega musulmana si aggiunsero a quelli del partito del Congresso nel condannare la violenza. Non quella delle truppe britanniche contro il popolo disarmato, ma quella di ciò che Gandhi chiamò "l'alleanza impura" degli indù e dei musulmani che sfidava il dogma della non violenza.

Gli scioperi operai di massa, il sollevamento dei marinai : era lo spettro della rivoluzione russa del 1917 che passava davanti agli occhi della borghesia. Ma a differenza dei Russi, le masse indiane non disponevano di un partito bolscevico, di una direzione rivoluzionaria che le permettesse di impadronirsi del potere. Il Partito comunista indiano era appena uscito da un periodo di collaborazione politica di fatto col potere britannico, nel nome del "l'alleanza delle democrazie contro il fascismo". La borghesia indiana al contrario aveva uno strumento efficace per placare le masse, nella persona di Gandhi e del partito del Congresso.

Quanto all'imperialismo britannico, sapeva che l'indipendenza era ineluttabile. La sua preoccupazione era di trasmettere il potere alla borghesia indiana assicurandosi ad ogni passo che gli interessi britannici fossero preservati. Ma bisognava far presto di fronte ai movimenti delle masse.

Nel mese di marzo del 1946, lo sciopero toccò i lavoratori di tutte le grandi città, quelli delle ferrovie, ma anche delle poste e della stessa polizia. Nelle campagne, in particolare nei principati, le rivolte contadine si moltiplicarono contro i proprietari fondiari ed i principi.

Verso l'indipendenza... e la divisione

La corsa al nazionalismo tra il partito del Congresso e la Lega Musulmana fa il gioco dell'imperialismo

La missione ministeriale britannica arrivò in India nel maggio 1946. Aveva il compito di predisporre il passaggio dei poteri nelle mani della borghesia e dei proprietari fondiari indiani, in un contesto in cui i rispettivi due grandi partiti, il partito del Congresso e la Lega musulmana, si facevano concorrenza per meglio piazzarsi nella corsa al potere.

L'intenzione del governo britannico era quello di fare dell'India un dominio, vale a dire uno Stato indipendente che restasse nel quadro dell'Unione Britannica. Il paese doveva essere diviso in tre zone divise secondo le maggioranze religiose, con un governo federale centrale.

Ciò non soddisfece né il partito del Congresso che pretendeva l'egemonia, né la Lega musulmana che reclamava la creazione di uno Stato musulmana indipendente, il Pakistan.

Da ambo le parti, i partiti nazionalisti si misero ad aizzare gli odi religiosi, sostenuti dalla ascesa dei gruppi fondamentalisti indù e musulmani. I massacri ed i pogrom cominciarono fin dall'agosto 1946, facendo migliaia di morti e divenendo altrettanti argomenti per pervenire alla creazione di due Stati. Senza dimenticare che indù o musulmana, la borghesia preferiva vedere le masse massacrarsi fra di loro piuttosto che unirsi nelle lotte.

Nel febbraio 1947 la situazione era matura affinché il nuovo viceré, lord Mountbatten, proponesse un regolamento che divideva l'India in due, creando il Pakistan, e i principati dovevano scegliere a quale paese unirsi.

Per tracciare le frontiere dei due Stati, Mountbatten fece venire da Londra, con l'accordo dei dirigenti del partito del Congresso e della Lega musulmana, un funzionario britannico che non conosceva niente dell'India.

Ne risultò da un lato l'India di oggi, che contava quasi 260 milioni di indù e 40 milioni di musulmani. Dall'altro il Pakistan, che si supponeva essere la patria dei musulmani, costituito da due parti distanti più di millecinquecento chilometri l'una dall'altra, che corrispondono al Bangladesh e al Pakistan attuali : contava 80 milioni di musulmani e nove milioni di indù. Inoltre, la frontiera tracciata tra India e Pakistan tagliava in due regioni linguistiche relativamente omogenee, come il Bengala ad est ed il Penjab ad ovest.

Il tracciato delle frontiere doveva essere mantenuto segreto fino a dopo le cerimonie dell'indipendenza poiché, spiegava Mountbatten : "tutto il nostro lavoro e la nostra speranza di avere buone relazioni indo-britanniche il giorno del trasferimento dei poteri rischierebbero di essere annientati". Sapeva che, qualunque fosse il loro tracciato, frontiere che tagliavano in due delle regioni avrebbero suscitato massacri.... Ed i dirigenti del partito del Congresso e della Lega musulmana accettarono senza fiatare la proclamazione d'indipendenza di paesi di cui non conoscevano neanche le frontiere esatte.

Il bagno di sangue della divisione

Mentre nell'agosto 1947 si svolgevano le cerimonie ufficiali, con un Mountbatten che correva da Karachi a Delhi per assistere alla proclamazione dell'indipendenza dei due Stati, la divisione trascinò milioni di abitanti delle regioni frontaliere in un bagno di sangue.

Nel Penjab, una delle province dell'ovest che si ritrovavano tagliate in due, gli scontri fra sikh e musulmani si trasformarono in una carneficina e Lahore fu teatro di sommosse per sei settimane. Il corrispondente del " New York Times " scriveva : "ho visto centinaia di morti e, peggio ancora, migliaia di indiani senza occhi, senza piedi o senza mani. La morte con armi da fuoco è più dolce della morte a colpi di pietra o di bastone, che lascia i moribondi agonizzare nel calore e tra le mosche".

Milioni di persone che, in base alla loro religione, si ritrovarono dal lato sbagliato della frontiera vennero gettati per strada. I treni venivano presi d'assalto e non era raro veder passare nelle stazioni dei vagoni pieni di cadaveri. In India, si massacravano le persone circoncise, mentre nel Pakistan si faceva il contrario. I massacri scatenati dalla divisione fecero tra i centottantamila e i cinquecentomila morti, secondo le stime, ed obbligarono dieci milioni di persone ad abbandonare i loro domicili per cambiar paese e per trovarsi in seguito accatastate in campi profughi, in condizioni spaventose.

I dirigenti imperialisti avevano scelto di gettare l'una contro l'altra le due comunità, con la complicità dei dirigenti nazionalisti del partito del Congresso e della Lega musulmana. L'antagonismo tra l'India ed il Pakistan assicurava all'imperialismo britannico la possibilità di giocare sull'opposizione tra i due paesi.

Per diverse generazioni, i ricordi dei massacri del 1947 si sarebbero elevati come barriere tra le popolazioni dei due paesi, e avrebbero mantenuto nell'isolamento i milioni di musulmani d'India ed i milioni di indù del Pakistan. Quanto all'arbitrio delle frontiere che tagliava nel loro stesso cuore le popolazioni, avrebbero portato ad una serie di guerre frontaliere tra l'India ed il Pakistan.

Il principato del Cachemire, alla frontiera Nord dell'India e del Pakistan, divenne teatro di un primo conflitto armato nel 1947. Gli ufficiali britannici, che continuavano a comandare gli eserciti indiano e pakistano, finirono per trovarsi nei due campi avversi.

La continuità nell'India indipendente : Cambiare tutto per far restare tutto come prima

Nell'agosto 1947 fu proclamata l'indipendenza dell'India. Sulle facciate degli edifici pubblici i tre colori della bandiera indiana rimpiazzarono l'Union Jack britannico. Ma dietro questa rottura ufficiale, vi era continuità tra l'imperialismo britannico e la borghesia indiana alla quale il potere venne trasferito.

Nel corso degli anni segnati dalle vicende rivoluzionarie che l'India aveva conosciuto, l'imperialismo britannico aveva trovato delle soluzioni politiche, e soprattutto le aveva messe alla prova. La borghesia indiana ed i suoi rappresentanti del partito del Congresso avevano dato prova delle loro posizioni nei fatti : si erano mostrati capaci di portare le lotte delle masse in vicoli ciechi e di evitare la rivoluzione. Tutto questo periodo aveva permesso al governo indiano di preparare una transizione dall'India coloniale all'India indipendente tale da preservare l'ordine imperialista, lasciando nello stesso tempo i rappresentanti della grande borghesia indiana e dei grandi proprietari fondiari alla testa del paese.

Il principale artigiano dei cambiamenti necessari affinché tutto continuasse come prima, Gandhi, sopravvisse solo qualche mese all'indipendenza. Fu assassinato il 30 gennaio 1948 da un fondamentalista indù.

Nehru, suo delfino, Primo ministro dell'India, integrò i principati all'India, in cambio dell'assicurazione per i principi di conservare tutti i loro beni e di beneficiare di un'immunità giuridica, qualunque fossero state le esazioni passate; aggiungendo al tutto una pensione di Stato.

Non c'erano più principati, ma c'erano sempre i principi, col peso sociale che rappresentavano. Al contrario della rivoluzione francese, che liberò la società dalla classe dei nobili e dal loro prelievo sulla società e che permise lo slancio della borghesia francese, l'India indipendente dovette mantenere per venticinque anni tale strato parassitario ereditato dal passato. Rimasti padroni delle loro ricchezze, i principi hanno finito, nella maggior parte dei casi, per impossessarsi dei governi provinciali e degli ingranaggi della macchina statale.

Il governo indiano proclamò la Repubblica democratica nel 1950. Una democrazia corrotta, che non riflette per niente la vita e il pensiero delle masse. Fin dalle prime elezioni a suffragio universale, nel 1952, il clientelismo, le relazioni intessute dal partito del Congresso, la corruzione e le pressioni più o meno organizzate ed ufficiali esercitate dai notabili locali hanno caratterizzato il gioco elettorale indiano e lo caratterizzano ancora oggi.

Il partito del Congresso protegge i tratti infamanti del passato

Ma soprattutto, in quest'India indipendente, non è cambiato nulla a livello sociale. In Cina, la rivolta contadina che portò Mao al potere non aveva niente di socialista o di comunista, tuttavia sconvolse molte cose nella vita sociale. Si liberò dei proprietari fondiari e pose termine a molte forme di oppressione o di costumi sociali polverosi e pesanti. Niente di tutto ciò in India. Sono rimasti tutti i pregiudizi che corrompono la società.

Il sistema delle caste perdura in una parte della popolazione. Anche se un cambiamento positivo è stato introdotto in favore delle caste inferiori, riservando ad esse dei posti nell'amministrazione dello Stato; anche se un'infima minoranza di intoccabili ha potuto accedere a dei posti più o meno elevati, i divieti legati all'appartenenza di casta sono rimasti essenzialmente in vigore nella mentalità e nei fatti, vietando per esempio i matrimoni al di fuori della propria casta e facendo sì che ancor'oggi siano commesse atrocità contro gli intoccabili.

Stessa constatazione per quanto riguarda la condizione delle donne. Oltre agli aborti selettivi, la mortalità infantile delle donne rimane superiore a quella dei maschi, poiché le ragazze sono meno educate, meno curate e meno nutrite dei ragazzi. I matrimoni forzati delle ragazzine persistono, ed i matrimoni combinati sono ancora maggioritari. La pratica della dote è ancora in vigore, con la sua scia di donne sfigurate, ripudiate o bruciate vive, quando il montante della dote non è all'altezza delle speranze della famiglia del marito.

La società indiana ha conservato i peggiori pregiudizi che accompagnano le condizioni di vita medioevali che si mischiano col capitalismo più moderno. Ecco la base sociale sulla quale si svolge la vita pubblica indiana dall'indipendenza.

L'India ed il non-allineamento

Non ne faremo la cronistoria. Diciamo semplicemente che l'India ha attraversato fasi che anche altri paesi sottosviluppati hanno conosciuto, in particolare un certo statalismo.

A partire dal 1956, Nehru utilizzò i mezzi statali ed i fondi pubblici per tentare di compensare le carenze della sua borghesia nazionale e di dotare il paese di alcune infrastrutture ed industrie pesanti. Lo Stato si fece carico di settori come le miniere, l'estrazione del petrolio, la produzione di acciaio. Vennero condotte delle nazionalizzazioni, come quella della prima compagnia aerea fondata dalla famiglia Tata, che diventò Air India, non senza un generoso indennizzo dello Stato, ed il figlio ne diventò presidente.

Anche se tali misure vennero accompagnate da un linguaggio socialista - Nehru parlava addirittura di "pianificazione socialista" - tutta questa politica fu condotta in accordo con la borghesia, i cui interessi non furono mai lesi, infatti non ci fu nessun esproprio.

Negli anni cinquanta e sessanta, per ingannare le loro masse popolari e per imporre ad esse sacrifici in nome di un futuro migliore, molti dirigenti dei paesi poveri si proclamavano socialisti. I dirigenti indiani non fecero altro che giocare con questa parola, pretendendo soprattutto incarnare, in un mondo diviso tra due blocchi, una "terza via", quella del terzo mondo, di cui l'India tentava di divenire il capofila. L'India di Nehru fu una delle organizzatrici della conferenza dei paesi cosiddetti "non allineati", a Bandung, nel 1955. Il contesto della guerra fredda le permise di assumere una posizione intermedia tra i due blocchi, senza mai veramente inimicarsi il campo imperialista.

Avvenne piuttosto il contrario, infatti nella stessa Bandung l'India servì in qualche modo da contrappeso alla Cina di Mao, verso i paesi d'Asia o d'Africa divenuti da poco indipendenti. Rivalità che non fu solo diplomatica : nell'ottobre-novembre 1962, l'India e la Cina si scontrarono, armi in pugno, per il controllo di alcune vette strategiche dell'Himalaia.

Nuovi padroni, stessi metodi

La cosiddetta "più grande democrazia del mondo" ha risolto le numerose crisi nelle quali si è imbattuta con i metodi della dittatura. Anche se solo raramente lo si è visto sulle prime pagine dei mass media, quanti, spinti dalla miseria, sono scesi in rivolta, si sono scontrati sistematicamente con la feroce repressione del potere locale o centrale.

Il governo costituito da Nehru aveva conservato l'arsenale di leggi repressive elaborate dai coloni britannici, in particolare la possibilità di decretare lo stato d'emergenza e di arrestare senza processo.

Fin dal 1947, l'esercito indiano represse ferocemente i contadini che si erano sollevati ed organizzati per impadronirsi delle terre nella regione di Telengana. Si trattava di far capire ai contadini poveri che dall'indipendenza non bisognava aspettarsi nessun miglioramento della loro condizione. Due anni dopo l'indipendenza, in India c'erano più prigionieri politici che durante tutto il dominio britannico.

Il partito del Congresso ricorse agli stessi metodi dei Britannici, facendo leva sulle divisioni religiose e regionali. Su un fondo di miseria e di discredito politico del partito del Congresso, le rivendicazioni religiose o nazionaliste, ed a volte un miscuglio delle due, promosse da organizzazioni di estrema destra, trovarono periodicamente un terreno fertile su cui svilupparsi in tutto il paese. Ed i dirigenti del partito del Congresso non esitarono ad utilizzare una demagogia criminale, aizzando le comunità le une contro le altre.

Per esempio, all'inizio degli anni '80, nel Penjab, una delle regioni agricole più ricche dell'India, che concentra la maggioranza della popolazione sikh, il partito regionale sikh moderato aveva vinto le elezioni e dirigeva il governo locale.

Il partito del Congresso incoraggiò clandestinamente, finanche dando ad esse delle armi, i gruppi radicali sikh più anti-indù. Nel 1983, questi si lanciarono in azioni terroristiche separatiste, che fornirono il pretesto al governo centrale per destituire il governo locale. Poi, quando gruppi armati invasero il Tempio d'oro di Amristar, simbolo della religione sikh, il governo reagì prendendolo d'assalto, causando 1000 morti, tra i quali 400 pellegrini. Infine, quando nel 1984, Indira Gandhi, che dirigeva il governo, fu assassinata da un sikh, il partito del Congresso ed i fondamentalisti indù scatenarono dei pogrom ovunque nel paese. Quattromila sikh furono uccisi, e Rajiv Gandhi poté farsi eleggere dopo sua madre utilizzando la carta dell'induismo.

Una volta al potere, Rajiv Gandhi giocò sui due tavoli della demagogia pro-musulmana prima e pro-induista poi, facendo concessioni alle correnti più reazionarie delle due comunità.

Questa politica fu evidente nella vicenda della moschea di Ayodhya, costruita nel XV secolo in un luogo rivendicato dagli indù come luogo di nascita del dio Ram. Un luogo di culto indù coesisteva a fianco della moschea, fino a quando la località fu chiusa a tutti nel 1949, in seguito a sanguinosi scontri. Nel 1985, Rajiv Gandhi, in cerca di voti musulmani, fece riaprire la moschea di Ayodhya. Ma l'anno dopo volle contentare gli indù e pretese dunque che i luoghi fossero aperti ai pellegrini indù.

Rajiv Gandhi creò una nuova fonte di conflitto, sfruttata immediatamente dal BJP, il partito induista, che fece una campagna in favore della costruzione di un tempio al posto della moschea. Il dramma scoppiò nel 1992, quando il governo autorizzò una grande manifestazione condotta dal BJP a Ayodhya. Duecentomila indù finirono per convergere verso la moschea, che fu distrutta nello spazio di una notte. Contemporaneamente, una serie di rivolte contro i musulmani si verificarono in tutto il paese. Bilancio ufficiale : 2 mila morti e 80 mila feriti. Bombay, dove la rivolta durò quasi sei settimane, contò il più alto numero di vittime. Fu qui, inoltre, che le forze repressive del governo si abbandonarono a veri massacri preventivi, sparando sulla folla riunita intorno ai luoghi di culto, composta tanto da musulmani che da indù.

Dal 1980 al 1993, i diversi conflitti e pogrom interreligiosi o regionalisti hanno causato circa trentamila morti! E oggi, nessuno può dire se i recenti attentati a Benares, una città santa indù, non produrranno nuovi scontri religiosi.

E quando le divisioni interne non bastano, c'è sempre il Pakistan : dalla sua creazione, ognuno dei due paesi utilizza l'esistenza del suo vicino come capro espiatorio per il malcontento delle masse. Le rivendicazioni nazionalistiche dei due paesi sulla regione frontaliera del Cachemire producono infatti conflitti periodici, che vanno fino allo scontro armato. Ma come dice lo scrittore indiano Arundathi Roy, per i dirigenti dell'India e del Pakistan "il Cachemire non è assolutamente un problema, al contrario è una soluzione, immutabile e spettacolosamente efficace".

Il mito del "miracolo indiano"

Un mercato interessante per l'imperialismo

Ed il "miracolo dell'economia indiana" in tutto questo ? Ebbene, non esiste ! Verso la metà degli anni '80, il governo iniziò a ridurre lo statalismo. Ad una politica orientata a favorire gli interessi a lungo termine della borghesia, sostituì sempre più una politica di aiuti diretti alle imprese private e di riduzione delle tasse, in particolare per i ricchi.

Poi, sotto la pressione del grande capitale internazionale, l'India, come tanti altri paesi sottosviluppati, ha iniziato a togliere, ad una, ad una, le barriere protezionistiche di cui si era dotata per tentare di preservare il mercato nazionale a vantaggio della propria borghesia. Beninteso, queste barriere protezionistiche non sono mai state invalicabili per i grandi capitali dei paesi imperialisti. Proteggevano non solo i capitali indiani, ma anche i capitali britannici e americani, i quali possedevano, sei anni dopo l'indipendenza, quasi la metà del capitale di tutti i settori chiave dell'economia.

Ma, con la crisi dell'inizio degli anni settanta ed il lungo periodo di stagnazione che da allora si instaurò, i diversi paesi imperialisti non poterono e non vollero lasciare nessuna regione al riparo del loro intervento, e certamente non un paese come l'India.

E' un paese povero, certo, ancora più povero dell'America Latina ed appena meno della maggioranza di quelli dell'Africa. Ma è un grande paese e soprattutto molto popolato. Anche se l'80% della popolazione indiana vive con meno di due dollari al giorno, resta comunque un 20% di consumatori potenziali, piccoli o grandi. E 20% della popolazione indiana, sono più di duecento milioni di persone, più di tutta la popolazione della Russia per esempio! Questo mercato, in sé, interessa le imprese occidentali.

C'è anche un'altra cosa che per loro è interessante. Uno Stato con le dimensioni dell'India, anche se povero, rappresenta molto danaro. Il budget dello Stato indiano è il doppio di quello del Belgio, paese certo più sviluppato, ma di minore taglia. Quanto al suo budget militare, in proporzione al budget nazionale, l'India si trova tra i primi.

Ciò può significare molto : centrali nucleari, costruzioni di grandi opere, di Boeing o di Airbus ! Non è strano che quei "venditori ambulanti" di lusso che sono i capi di Stato si succedono a Nuona Delhi. Nelle settimane scorse, appena decollato l'aereo di Chirac, è atterrato quello di Bush !

Allora, per parafrasare un vecchio slogan di una grande banca in Francia, "i soldi dell'India a loro interessano ". E poi l'India attira per un'altra ragione : le grandi imprese internazionali. Malgrado l'analfabetismo di una gran parte della popolazione che non ha accesso a nessuna forma di istruzione, la minoranza che può terminare gli studi conta diversi milioni di persone. E fra loro, ci sono ingegneri, tecnici informatici, che hanno il vantaggio di costare nettamente meno dei loro colleghi dei paesi imperialisti.

La "fuga dei cervelli" non è una cosa nuova. E molti intellettuali altamente qualificati, dell'India come di altri paesi sottosviluppati, che hanno condotto gli studi a spese dei loro paesi finiscono le loro carriere negli Stati Uniti o in Gran Bretagna. Ma le tecniche moderne, l'informatica e la comunicazione istantanea a grande distanza, permettono una forma di fuga dei cervelli che consiste non più nell'attirare tecnici informatici ed ingegneri nei paesi imperialisti dove finiscono per avere lo stesso salario dei loro colleghi nazionali, ma nel farli restare in India pagandoli con salari indiani.

Le condizioni del paese rimangono però le stesse : anziché consacrare le loro competenze allo sviluppo del proprio paese, le consacrano all'arricchimento dei grandi gruppi internazionali che pagano i salari.

Molti grandi gruppi informatici, come Microsoft, Intel o IBM si sono insediati in India. Quanto alle imprese indiane, come Tata Consulting Systems (eh sì, ancora Tata), o Infosys, vivono del subappalto dei servizi di grandi gruppi internazionali. BNP Paribas, AXA, Peugeot, Air Liquide o Saint-Gobain figurano tra le grandi imprese francesi che subappaltano una parte della loro informatica in India.

Il tasso di crescita dell'economia indiana, che si dice pronta a "decollare", riposa essenzialmente su questo settore dei servizi in subappalto, che dipende interamente dai grandi gruppi mondiali. L'apertura dell'economia offre alla classe media una via d'uscita, un modo di inserirsi nei meccanismi dell'economia imperialista mondiale. Ma, per l'immensa maggioranza della popolazione indiana, questi isolotti di modernismo, queste centrali telefoniche, fabbricanti di software ed altri servizi di carattere informatico, non costituiscono che ricadute estremamente rare ed indirette.

Crescita delle disuguaglianze

Questa "splendida India", questo successo pubblicizzato sulle prime pagine dei giornali, è costituito solo da piccole isole in un oceano di miseria. Alcuni, propagandisti coscienti del sistema capitalista o semplicemente stupidi, vedono nello sviluppo di queste isole l'inizio dello sviluppo dell'India. Ma isole di sviluppo, fossero anche ultramoderne, in mezzo a campagne per così dire non ancora uscite del medioevo, non sono l'inizio dello sviluppo, ma al contrario il marchio stesso del sottosviluppo. L'ineguaglianza dello sviluppo economico si riflette in modo drammatico nella vita sociale. È in India che si trova la maggioranza di quelli che, su scala mondiale, sopravvivono con meno di un dollaro al giorno : 390 milioni di persone.

Nella città di Bombay, i pochi quartieri chic, dove gli appartamenti vengono valutati diecimila euro al metro quadro, sono circondati da bidonville tra cui quella di Dharavi, la più grande d'Asia. Sei dei diciotto milioni di abitanti di Bombay vivono per strada, in miseri ricoveri di fortuna, o sui marciapiedi. Le televisioni occidentali si attardano sull'apertura delle boutique di lusso o sui commercianti che si arricchiscono vendendo champagne e grandi vini, mentre la malnutrizione colpisce un quinto della popolazione !

Si insiste sui due milioni di ingegneri o di tecnici informatici, formati ogni anno e competenti quanto quelli dei paesi ricchi, ma si tace sui quattrocento milioni di analfabeti tra i quali una schiacciante maggioranza di donne. Piccolo dettaglio rivelatore : in questa India, pomposamente chiamata "ufficio" o "cervello" del mondo grazie alla competenza dei suoi tecnici informatici - la Cina ne sarebbe l'"officina"-, ci sono appena otto milioni di computer per un miliardo di abitanti! È uno dei tassi più bassi del mondo.

Allora, quello che si può dire, è che l'evoluzione moderna non riduce, ma, al contrario, accentua le contraddizioni economiche e le ineguaglianze sociali.

La condizione della classe operaia

In questo contesto di apertura dell'economia, qual'è la condizione della classe operaia indiana ? Stando ai dati ufficiali, resta numericamente debole in confronto all'insieme della popolazione indiana. Ma i quaranta milioni di operai dell'industria, ai quali bisogna aggiungere l'immenso sottoproletariato che lo circonda, sono molto concentrati in una dozzina di grandi agglomerati. E la storia ha mostrato che, benché minoritaria, questa classe operaia è stata capace di una grande combattività, anche sul terreno politico, contro il dominio britannico.

Questa combattività non è scomparsa con l'indipendenza. Grandi scioperi hanno marcato la sua storia. Nel 1974, quello dei ferrovieri è durato tre settimane ed ha trascinato nella lotta più di un milione e settecentomila lavoratori. Ci sono voluti trentamila arresti e l'omicidio di diversi scioperanti da parte della polizia e dell'esercito per reprimere tale movimento. Nel 1982, lo sciopero dei lavoratori delle fabbriche tessili di Bombay ha mobilitato duecentomila operai ed è durato ventidue mesi !

Nei due casi questi movimenti sono scoppiati con l'aperta opposizione della maggioranza dei sindacati. In generale gli apparati sindacali sono corrotti e ben integrati nel sistema.

Durante l'epoca coloniale, le lotte politiche della classe operaia indiana hanno visto quest'ultima opporsi, a giusto titolo, al dominio britannico. Nel corso di queste lotte, la classe operaia avrebbe potuto acquisire l'indipendenza politica e combattere il potere coloniale con i propri metodi di classe e soprattutto con obiettivi propri, diversi ed opposti a quelli della borghesia nazionale. Ma nessun partito ha incarnato tale politica. Il Partito comunista indiano è diventato staliniano ancora prima di aver acquisito una vera influenza sulla classe operaia indiana.

La lotta contro il dominio britannico, anziché facilitare la presa di coscienza della classe operaia è diventata un modo per dissimulare, far passare in secondo piano, le opposizioni di classe all'interno stesso della società indiana. Il Partito comunista, in ogni caso, non ha mai incarnato una politica diversa da quella che, sostanzialmente, si è posta sotto l'autorità di Gandhi.

In sessant'anni d'indipendenza, in India non c'è più stata la presenza britannica a dissimulare la guerra feroce che la borghesia indiana conduce contro il proprio popolo. Ma il proletariato indiano, la sola classe sociale capace di accettare la sfida in nome del numeroso sottoproletariato delle città e dell'immensa massa di contadini poveri, manca ancora di una direzione rivoluzionaria.

Il Partito comunista ha conosciuto, durante questi sei decenni, tante sconfitte e scissioni. Alcuni elementi appartenenti ad una delle correnti provenienti da tali scissioni, hanno adottato una politica radicale, come i Naxalisti, che si sono messi alla testa di guerriglie contadine nel nord del Bengala.

Cosa certamente più radicale rispetto all'integrazione degli altri Partiti comunisti nella società indiana così com'è, partecipi al potere politico a livello locale o regionale. In alcune occasioni si sono ritrovati alla guida del governo di uno Stato federale dell'India e in Bengala vi sono ancora. Oggi entrambi sostengono il governo federale. Ma anche la politica dei Naxalisti non offre prospettive alla classe operaia, poiché le armi, anche se messe al servizio dei contadini, non bastano per condurre una politica di classe per il proletariato. Questi sono i fatti.

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In ogni caso è certo che la crescita attuale, tanto esaltata in Occidente, non offre all'India, nel migliore dei casi, che qualche briciola che forse cadrà dalla mensa imperialista. Ciò arricchirà una piccola minoranza. Nella lista dei miliardari del mondo l'anno scorso c'erano dieci Indiani e ce ne sono ventitré quest'anno. La "crescita" attuale assicurerà una vita un po' più confortevole ad una cerchia un po' più larga di salariati altamente qualificati, che lavoreranno per i trust occidentali, e offrirà prospettive di arricchimento ad una piccola borghesia commerciale che vive dei redditi di questi ultimi.

Ma per l'India non c'è vero futuro senza uno sconvolgimento radicale delle strutture sociali. Solo una rivoluzione che trascini larghe masse può spazzar via il sudiciume lasciato dal passato e che il dominio britannico ha rinsaldato : il peso di uno strato di proprietari terrieri parassitari, di usurai, le caste e l'oppressione delle donne. Ma, ben più di tali sporcizie del passato, l'India soffre del capitalismo moderno, e d'altronde il secondo rinsalda le prime. Se nei ricchi paesi imperialisti, l'economia capitalista è incapace di assicurare alle classi sfruttate una vita decente, in un paese povero come l'India, le condanna a morir di fame.

Solo uno sconvolgimento sociale maggiore, che espropri tanto le classi parassitarie ereditate dal passato che la borghesia moderna e che dirotti le loro ricchezze verso il miglioramento della vita di tutti, può aprire un futuro all'India. E questo sconvolgimento sociale potrà venire solo dal proletariato.