Unione europea: Gli Stati disuniti

Yazdır
4 marzo 2019

Da "Lutte de classe" n°198 - marzo-aprile 2019

Elogiata dall'opinione pubblica fin dalla sua fondazione come garante della pace e della prosperità economica del continente, l'Unione europea (UE), che oggi comprende il Regno Unito, 28 Stati e più di 510 milioni di abitanti, sembra essere in agonia. Tre mesi prima delle elezioni per rinnovare il Parlamento, e mentre l'esito del Brexit è ancora sconosciuto, molteplici forze centrifughe stanno scuotendo un'Europa la cui costruzione assomiglia sempre più a un'impresa di decostruzione.

Una lunga lotta per l'egemonia

L'emergere dei principali Stati nazionali in Europa è stata la condizione per lo sviluppo del capitalismo, oltre che il suo prodotto. Ma questa arena si è rapidamente rivelata troppo ristretta per garantire profitti sufficienti per gli industriali e i finanzieri. Il periodo dell'imperialismo, iniziato nel XIX secolo, è stato segnato dalla divisione coloniale e, secondo le parole di Marx, "sfruttamento aperto, spudorato, diretto, brutale" del mondo. Tale periodo ha anche portato a mettere il vecchio continente sotto il controllo delle sue tre principali potenze, Gran Bretagna, Francia e Germania, per conto dei loro trust e capitali.

Durante un intero periodo storico, la lotta tra le borghesie per l'egemonia e una certa unificazione dell'Europa per proprio conto si scateno' sui mercati e sui campi di battaglia. Nel XX secolo, questo confronto fu prolungato da due guerre mondiali che posero fine al dominio delle potenze europee. La questione della supremazia sul continente, almeno nella sua parte occidentale, aveva trovato una nuova risposta: gli Stati Uniti erano diventati non solo l'arbitro ma anche il padrone della situazione.

Gli accordi di Yalta tra l'imperialismo americano e la burocrazia sovietica hanno trascritto questo rapporto di forza nel linguaggio della diplomazia, dividendo l'Europa in due zone di influenza. Già dal 1947, la Guerra Fredda aumentò ulteriormente il potere degli Stati Uniti e fu sotto la loro egida che furono posate le prime pietre di una forma di costruzione europea. Il Piano Marshall ne era uno degli strumenti. Esso comprendeva una componente economica (un programma di ricostruzione che offriva sbocchi per le merci americane, di cui era responsabile l'OEEC, l'Organizzazione europea per la cooperazione economica) e un obiettivo politico: contrastare l'influenza sovietica. In campo militare, cio' sarà poi completato dalla creazione della NATO nel 1949.

Dalla CECA al mercato comune

Per le varie borghesie, la creazione di un contesto capace di promuovere la ricostruzione del loro apparato produttivo e di un mercato per la vendita dei loro prodotti, era essenziale. A causa dei suoi molteplici legami con gli Stati Uniti e le sue ex colonie del Commonwealth, la Gran Bretagna vi era meno legata. La Francia e la Germania federale ne hanno costituito il primo pilastro con la creazione della Comunità europea del carbone e dell'acciaio (CECA) nel 1951. In un certo senso, era un riconoscimento dell'ostacolo che rappresentavano, per i loro capitalisti, confini ereditati dal passato che attraversavano persino il sottosuolo e i suoi giacimenti di ferro o carbone. Gli altri firmatari ne furono l'Italia, il Belgio, il Lussemburgo e i Paesi Bassi.

Un'Alta Autorità, senza poteri propri, fu creata per sorvegliarla. I "padri dell'Europa" parlarono dell'annuncio di una pace duratura. Ma l'obiettivo principale per i grandi industriali era quello di modernizzare settori vitali, ottimizzare la loro produzione e ridurre i costi attingendo a fondi pubblici. Robert Schuman sottolineo' inoltre che per la Francia la CECA avrebbe permesso di "continuare a svolgere uno dei suoi compiti essenziali: lo sviluppo del continente africano", ossia il suo saccheggio. La prova che le ambizioni nazionali e gli appetiti di potere erano solo parzialmente messi fra parentesi.

Il relativo successo di questo esperimento fu esteso nel 1957 con la firma del Trattato di Roma, con il quale questi stessi Stati crearono la Comunità Economica Europea (CEE). Oltre al carbone e all'acciaio, si aggiunsero un piano nel settore nucleare, che richiedeva grandi investimenti che il grande capitale non voleva intraprendere a proprie spese, ma soprattutto la prospettiva di una vasta unione doganale: un mercato continentale senza le tasse e i dazi doganali che ostacolavano lo sviluppo dei gruppi capitalisti e la loro sete di profitti. Ciò era tanto più necessario in quanto la decolonizzazione avrebbe aperto ad altri le "riserve di caccia" degli imperialismi europei in Asia e in Africa. Infine, la CEE avrebbe rappresentato la base sulla quale il capitale europeo poteva sperare di fare concorrenza ai trust americani.

Una foglia di fico delle rivalità tra grandi potenze

Questo mercato comune non poteva giovare solo ai capitalisti più potenti. Lo stesso accadde per l'agricoltura, dove la politica agricola comune, che assorbi' più della metà del misero bilancio europeo, servi' da pompa per le sovvenzioni al settore agroalimentare e alle grandi aziende agricole, accelerando la concentrazione, anche sotto forma di cooperative, e la modernizzazione della produzione. Di conseguenza, si aprirono nuove opportunità per le multinazionali del settore delle macchine agricole e anche nell'industria chimica.

La "casa comune", con le sue istituzioni e la sua burocrazia, divenne così attraente che un numero crescente di stati vi aderì, compreso il Regno Unito nel 1973. La sua adesione era stata rinviata di diversi anni a causa dell'opposizione di De Gaulle, ma la borghesia britannica non poteva più restare in disparte, tanto più che si era concluso il periodo di crescita economica iniziato nel dopoguerra.

Questo mercato, tuttavia, non diede origine ad un capitalismo sovranazionale, cioè all'unificazione degli imperialismi europei. Più di un secolo fa, dopo aver svenduto l'internazionalismo proletario allo scoppio della prima guerra mondiale, Karl Kautsky, il principale teorico della socialdemocrazia tedesca e della seconda internazionale, suggerì che un "trasferimento dei metodi dei trust alla politica internazionale, una sorta di superimperialismo", sarebbe stato possibile alla fine del conflitto. Esprimeva il fatto che le borghesie non conoscevano confini, estendevano il dominio del loro capitale all'intero pianeta e che alla fine avrebbero potuto accordarsi contro gli sfruttati. Ma il suo tradimento portò Kautsky, come tutti i riformisti, a negare che questa tendenza alla socializzazione della produzione, all'unificazione sotto lo stivale del profitto e dello sfruttamento, si scontra con la concorrenza tra trust e con il quadro stesso degli stati attraverso cui la borghesia mantiene il suo dominio di classe. Da questo punto di vista, non c'è superimperialismo neanche oggi.

Nei settori aeronautico e spaziale sono si' emerse strutture (come Airbus o l'Agenzia spaziale europea) attraverso la messa in comune di capitali provenienti dai principali stati della CEE. Ma era l'unico modo per i loro capitalisti di sperare di poter resistere al dominio di Boeing, della NASA e dei gruppi d'oltreoceano.

In altre aree, così come all'interno di queste strutture transnazionali, la lotta continuava ad infuriare. Tuttavia, la globalizzazione all'opera ne mascherava l'ampiezza, deportandola parzialmente su un campo di battaglia più vasto.

Ogni Stato ha continuato a proteggere e sostenere i propri capitalisti attraverso appalti pubblici, regolamenti o leggi specifiche e assistenza finanziaria, che costituiscono delle stampelle. Fu cosi' che interi settori del capitalismo francese, a cominciare dal settore degli armamenti, fiorirono all'ombra dello Stato, o anche al suo interno per i settori nazionalizzati e le imprese che da esso dipendevano.

Questo legame quasi organico con il loro apparato statale non impedì la conquista da parte di questi stessi gruppi di aree di influenza sul resto del continente e oltre, a spese dei loro rivali. Ne fu persino, in una certa misura, la condizione.

Dopo l'adesione della Grecia nel 1981, poi del Portogallo e della Spagna nel 1986, la fine del blocco sovietico e l'integrazione dei suoi ex-vassalli nella sfera capitalista, offrirono a questi appetiti un nuovo orizzonte, ampliando le opportunità in modo inaspettato, fin dai primi anni '90. Nessun settore (agricoltura, industria, finanza, distribuzione di massa, ecc.) sfuggi' alla crisi e alle delocalizzazioni. Oltre alla situazione di quasi sudditanza in cui si trovavano i loro leader, questi paesi offrivano un triplice vantaggio: infrastrutture industriali e di trasporto, una forza lavoro qualificata.... e salari molto più bassi. Grazie alla sua posizione di prima potenza europea, alla sua posizione geografica centrale e ai suoi passati legami con questi territori, l'imperialismo tedesco prese la parte principale in quella che storicamente era stata la sua area di influenza economica. Ma l'imperialismo francese, già presente da tempo, ad esempio con la Renault in Romania, non fù da meno. Lo stesso accadde in Grecia, in particolare per le banche.

L'Unione europea e l'introduzione di nuove regole e dell'euro

Per dare maggiore stabilità a questo mercato e renderlo ancora più redditizio, restava da stabilire regole per organizzare la concorrenza e introdurre una moneta comune, già prevista dal Trattato di Roma.

Per quattro decenni, la rivalità tra le potenze europee e tra i capitalisti si era infatti tradotta in una grande fluttuazione monetaria, e ripetute svalutazioni che la creazione di un sistema monetario europeo nel 1979 ebbe grandi difficoltà a temperare. Questa situazione, aggravata dalla persistenza di imposte multiple tra gli Stati, era sempre più contraddittoria rispetto alla necessità dei grandi gruppi di produrre e commerciare su scala continentale.

Il Trattato di Maastricht del 1992 permise l'adozione di una guida che pretendeva di regolamentare la guerra economica condotta dai capitalisti e l'adozione di regole di bilancio per gli Stati (i famosi "criteri di convergenza") che davano l'impressione di una certa parità di trattamento nei confronti dell'opinione pubblica, pur mantenendo la posizione dominante delle grandi potenze.

Il 1° gennaio 1999 undici paesi adottarono l'euro per le loro operazioni finanziarie. Unica tra le grandi potenze, la Gran Bretagna lo rifiutò, sperando probabilmente di coniugare i vantaggi della sua integrazione nel mercato unico con quelli del suo status di centro finanziario mondiale e di alleato favorito degli Stati Uniti. Tre anni dopo, monete e banconote entrarono in circolazione al suono dell'Inno alla gioia. Tra il 2004 e il 2007, dieci paesi dell'ex blocco sovietico si unirono al coro aderendo all'UE.

Ma l'euforia associata alla nascita di questa unione monetaria e dell'Unione europea, che rappresentava una forma di successo dopo decenni di laboriose trattative e lotte silenziose, duro' solo pochi anni. La crisi finanziaria del 2008, esacerbando la concorrenza all'interno del continente e con gli Stati Uniti, ha evidenziato la fragilità dell'edificio.

L'Unione europea confrontata alla crisi del 2008

Questa crisi ha rivelato in particolar modo fino a che punto i rapporti di dominio tra Stati, ereditati da un passato di sviluppo ineguale, continuano ad operare. Dietro la maschera e il linguaggio della diplomazia, alcuni sono, per parafrasare Orwell, più uguali di altri.

In altre parole, i capitalisti di Germania, Francia, Gran Bretagna soprattutto, attraverso i loro governi, hanno imposto la loro legge ai più deboli: Grecia, Spagna, Portogallo e ancor più a quelli che, in Europa orientale, erano meno capaci di resistere al loro dominio a causa della natura ancora semi-sviluppata della loro economia.

Queste relazioni si sono tradotte nella crisi dell'euro tra il 2010 e il 2011: le economie e le classi lavoratrici di questi Stati sono state messe in ginocchio al punto da minacciare l'esistenza di una moneta comune per diciannove paesi. A causa della speculazione e dei tassi di interesse imposti dalle banche, un euro greco o portoghese non aveva più, di fatto, lo stesso valore di un euro tedesco o francese. Il "mostruoso dominio dell'oligarchia finanziaria" di cui parlava Lenin nel suo libro L'imperialismo non è una costruzione teorica: BNP-Paribas o Deutsche Bank e alcune banche hanno mantenuto tutto il loro potere all'interno delle stesse istituzioni europee, a scapito dei loro concorrenti e sempre più degli Stati stessi.

Senza vergogna, queste stesse potenze si liberarono dalle regole che avevano stabilito e dettato a tutti i paesi. Per salvare le banche e il settore finanziario, e di conseguenza il capitalismo nel suo complesso, riversarono masse prodigiose di capitali, nazionalizzarono settori vitali quando fu necessario... e si indebitarono senza limiti.

Già nel 1957, il trattato che istituisce la CEE prevedeva l'obiettivo di istituire "una concorrenza libera e non distorta" all'interno del mercato comune. Ma la montagna di regolamenti scritti nel corso dei decenni maschera sempre meno la legge non scritta del più forte e una lotta dove sono permessi (quasi) tutti i colpi.

La guerra economica, che nel passato fu permanente attraverso le svalutazioni, è stata in parte trasferita al settore fiscale per attirare capitali e aziende da tutto il mondo. In questo dumping, che prosciuga i bilanci nazionali, l'Irlanda ha l'aliquota dell'imposta sulle società più bassa (12,5 per cento). Solo la Bulgaria sta facendo "meglio", con il 10 per cento. Ma ovunque, le tasse realmente pagate dai capitalisti sono ancora più irrisorie.

Per estrarre più plusvalore e indebolire i loro rivali, le grandi aziende hanno perseguito una politica di salari più bassi e precarietà aggravata da politiche di austerità.

La Germania è stata all'avanguardia negli ultimi vent'anni, trasformando milioni di dipendenti in lavoratori poveri. Ma ha così mantenuto la sua posizione di prima potenza del continente e di primo esportatore mondiale. Se esiste nell'UE una certa unificazione in corso per i lavoratori, in termini di diritti o condizioni di lavoro, essa avviene verso il basso. Lascia inoltre i suoi membri liberi di aggravare ulteriormente questa evoluzione.

Europa, quante divisioni di fronte all'imperialismo americano?

La debolezza congenita dell'Europa è quella di rimanere un'insieme di Stati che sono altrettante roccaforti per la borghesia, come castelli feudali che servono da rifugio in tempi di crisi o di guerra. Con tutto il rispetto per i critici delle istituzioni di Bruxelles e della Commissione europea, istituzioni che dovrebbero incarnare una forma di potere esecutivo, l'Europa non ha né un potere centrale, né una sola politica economica o estera, né, ancor meno, un esercito. Sono le contrattazioni tra dirigenti, espressione delle relazioni di dominio tra le potenze, che ne determinano fondamentalmente la politica.

Per quanto riguarda l'euro, che non è mai stato in grado di sostituire il dollaro come valuta di riferimento e di investimenti, esso si è ulteriormente indebolito dalla crisi del 2008, in quanto la pompa aspirante che sono i mercati finanziari opera quasi esclusivamente con questo combustibile. D'altronde, senza i crediti stanziati dalla Banca federale americana, le banche europee e gli stessi Stati si sarebbero ritrovati a secco.

Mentre i politici e alcuni intellettuali ritenevano un tempo che l'economia europea, attraverso il suo PIL, il suo posto nel commercio mondiale, il suo mercato interno, fosse in grado di competere o addirittura di battere gli Stati Uniti, questi ultimi sono più che mai in grado di imporre la loro volontà e quella dei loro trust.

Questo è stato brutalmente confermato quando Trump ha deciso di rompere l'"abominevole accordo" del 2015 con l'Iran e porre questo paese sotto embargo. Grazie al principio di extraterritorialità che esiste negli Stati Uniti, traduzione giuridica della posizione egemonica del suo imperialismo, il presidente può punire le imprese di tutto il mondo che violano le regole dell'Ufficio di controllo dei beni esteri (OFAC). Una dopo l'altra, dopo PSA, Total, Airbus, le banche e i produttori europei si sono ritirati dall'Iran per non rischiare di essere esclusi dal mercato americano o addirittura dal mercato finanziario stesso o di essere condannati a pesanti ammende. Già nel 2015 BNP-Paribas ha dovuto pagare una multa di 8 miliardi di euro per le sue attività con Iran, Sudan e Libia. Nella guerra economica, l'Europa rimane un nano.

Sia in termini strettamente militari che di intelligence, gli Stati Uniti hanno mantenuto, ancor più dopo il crollo del blocco sovietico, basi permanenti nell'UE e legami particolari con diversi paesi, generalmente integrati nella NATO come vassalli e avamposti contro la Russia. Questi sono anche fedeli acquirenti per l'industria americana degli armamenti.

Nel giugno 2018, l'Unione europea ha lanciato un Fondo europeo per la difesa (FES), il cui scopo nascosto era quello di escludere le imprese americane e britanniche dalle gare d'appalto per gli armamenti. Ma questa posizione non avrà alcun effetto reale se non contro gli industriali britannici.

Non è l'Europa che è all'opera nella crisi che sta devastando l'Ucraina dal 2014. Anche il gruppo Visegrád, che comprende Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia, è emblematico di questi legami con l'imperialismo americano e le forze centrifughe che generano o promuovono all'interno dell'UE.

Populismi e nazionalismi, frutti marci del passato e della decomposizione dell'economia capitalista

L'instabilità permanente e la lotta per la condivisione del plusvalore in un mercato sempre meno solvibile ha portato alla proliferazione di idee e partiti "euroscettici" ed "eurofobici", soprattutto a destra, e sempre più all'estrema destra dello spettro politico, ma anche, come La France insoumise in Francia o Podemos in Spagna, alla sua sinistra.

Gli interessi politici fondamentali della borghesia non sempre coincidono perfettamente con gli interessi propri dei partiti che la rappresentano o cercano di farlo. E solo l'esperienza può dimostrare agli uni e agli altri il margine di manovra di cui dispongono, e il punto di rottura in cui la demagogia elettorale può provocare movimenti senza possibilità di ritorno. L'ambiente politico, considerato "sempre più tossico" da molti osservatori, sta diventando a sua volta un fattore oggettivo di aggravamento della crisi.

Questa spinta fatta in nome della lotta contro il "federalismo" e la "sovranità dei popoli" è stata particolarmente forte in Europa centrale, dove il primo ministro ungherese Viktor Orbán, al potere dal 1998 al 2002 e poi dal 2008, sembra un pioniere e un candidato alla leadership. Questi partiti hanno ottenuto più del 20% dei voti in dieci paesi dell'Europa orientale e più del 30% in Polonia. Orbán ha fatto del nazionalismo ungherese la pietra angolare della sua politica economica, sostenendo di liberare il suo paese dalla dominazione straniera. Ed è invocando cio' che sta ora spremendo la classe operaia.

In Italia, la Lega e il Movimento cinque stelle sono saliti al potere grazie alle elezioni legislative del marzo 2018, concentrando la loro demagogia e le loro promesse sulla denuncia dell'"Europa di Bruxelles". Grazie alla campagna europea, vi si sono aggiunte le critiche a scopo elettorale della Francia e di Macron, rafforzando quest'ultimo nella sua pretesa di incarnare un volto progressista contro nazionalisti ed euroscettici e rafforzando la posizione di Salvini come primo difensore del popolo italiano.

Dappertutto i partiti di estrema destra si mantenengono o progrediscono: in particolare il Rassemblement national in Francia, Alternative für Deutschland (AfD) in Germania, Vlaams Belang in Belgio, il Party for Freedom (PVV) nei Paesi Bassi.

Decidendo negli ultimi anni di chiudere le frontiere ai migranti in fuga dalle guerre e dal caos imperialista, subappaltando parte di questo sporco lavoro alla Turchia, i leader delle grandi potenze hanno rafforzato questa spinta reazionaria. Angela Merkel aveva inizialmente rifiutato di allinearsi su questa politica, probabilmente a causa delle sue convinzioni, ma anche perché poteva soddisfare un bisogno di manodopera dei capitalisti tedeschi. Ma ne ha pagato il prezzo politico e deve ora transigere con l'evoluzione a destra del suo elettorato.

E anche se l'uscita dall'UE o dall'euro è spesso scomparsa dai programmi degli "euroscettici", essa rimane una minaccia reale, come dimostrano il voto e la difficile attuazione del Brexit negli ultimi tre anni. Per la prima volta nella storia dell'integrazione europea, uno dei suoi membri, e non il più trascurabile, se ne è andato. Questa uscita, combattuta dalla borghesia britannica, sarà probabilmente attuata senza un accordo con l'Unione europea. Una cosa è certa: i capitalisti si occuperanno di farne pagare il prezzo alle classi lavoratrici. Di conseguenza, o per contraccolpo, il Brexit potrebbe rilanciare le forze centrifughe all'interno dello stesso Regno Unito, in Irlanda prima di tutto, ma anche in Scozia.

In agguato, le principali potenze dell'Unione europea, a cominciare dalla Francia e dalla Germania, nonché i gruppi industriali e finanziari di cui tutelano gli interessi, sperano probabilmente di beneficiare di questa situazione e non faranno alcun regalo al loro concorrente britannico. Ma dappertutto sono i lavoratori che sopporteranno il peso di questa nuova fase della guerra economica e politica.

Solo la classe operaia può offrire un futuro e un'unità al continente europeo

L'intensificazione della guerra economica ha portato ad un'ondata di correnti nazionaliste come mai in Europa dagli anni '30. La crisi attuale appare sempre di più come il rivelatore dell'incapacità delle varie borgesie di rompere i legami con il loro apparato statale e unificare il continente. La creazione di un grande mercato, che la camicia di forza degli Stati nazionali ha reso indispensabile, non ha eliminato la concorrenza tra grandi imprese o tra banche, tanto più che anche le più grandi di esse competono su scala mondiale. Né ha messo fine al rapporto di dominio tra i paesi. Lenin diceva della SDN, che pretendeva già all'epoca di porre fine alle guerre e promuovere la prosperità, che era solo un "covo di briganti". Questa caratterizzazione è altrettanto appropriata per l'UE.

Marx sottolineava nel Manifesto che "con grande disperazione dei reazionari" la borghesia aveva "tolto all'industria la sua base nazionale". Nel libro L'imperialismo, Lenin aggiunse che il capitalismo stava portando "alle porte della socializzazione integrale della produzione", ma che "il giogo esercitato da una manciata di monopolisti sul resto della popolazione" stava diventando "cento volte più pesante, più tangibile, più intollerabile".

Da allora, la borghesia ha ampiamente dimostrato la sua incapacità di risolvere questa fondamentale contraddizione tra l'organizzazione della produzione e del commercio su larga scala e l'appropriazione privata della ricchezza che ne deriva, e di cui gli Stati sono per essa i migliori garanti.

Le divisioni politiche attuali sono espressione degli interessi contrapposti di queste borghesie e nessuno puo' dire se la spinta dei nazionalismi si tradurrà in una più profonda rottura politica e in un generale ripiego protezionista. Per contraccolpo, la crisi può riaccendere la fiamma del federalismo. Nessuna borghesia ha interesse alla disintegrazione del mercato unico, a cominciare dall'imperialismo tedesco e francese, che rimangono il cemento che tiene unita l'Europa attuale. Ma questa non è un'opzione filosofica. Le discussioni di qualche anno fa sulla possibile fine della zona euro o sulla riorganizzazione dell'UE sulla base di un'Europa a più marce dimostrano che il difficile equilibrio può vacillare in qualsiasi momento a causa della permanente instabilità del capitalismo stesso. E tutto il passato dimostra che le guerre economiche possono essere il preludio di altri scontri infinitamente più devastanti.

Per i rivoluzionari il problema non è ragionare a questo livello, su più o meno Europa, né scegliere tra l'una o l'altra di queste opzioni, perché sono soluzioni borghesi e quindi vicoli ciechi. Si tratta di mantenere aperta la prospettiva di un esito rivoluzionario a questa congenita incapacità del capitalismo di operare per il bene dell'umanità. Si tratta di mantenere la bandiera dell'internazionalismo, che i riformisti socialdemocratici e poi gli stalinisti hanno gettato alle ortiche, per offrire una prospettiva alla classe operaia. Quella di un'Europa e di un mondo liberi da frontiere, antagonismi nazionali, concorrenza e anarchia della produzione. E questo può essere raggiunto solo con il rovesciamento rivoluzionario della borghesia.

4 marzo 2019